È difficile non scrivere in prima persona quando si parla di Morrissey. Questo autore ha una capacità di coinvolgimento, una capacità di instaurare un legame così potente, così persino shockante con l'ascoltatore, che scrivere di Morrissey equivale sempre a scrivere anche un po' di sé stessi, dato che non è possibile stabilire con certezza dove finisce la parte strettamente musicale e inizia quella personale, quella legata all'impatto emotivo che i suoi brani hanno avuto sul vissuto privato dell'ascoltatore. Morrissey è questo tipo di artista.

Non credo di avere una canzone preferita degli Smiths, o meglio, ne ho molte e cambiano a rotazione, in base al periodo che sto attraversando. Penso che sia una cosa molto comune fra i fan di questa band. Fra le molte, ricordo di aver avuto come canzone preferita Sheila Take a Bow, che è un inno liberatorio, poi anche Rubber Ring, come si fa a non amare visceralmente questa canzone che parla di amare le canzoni?, e naturalmente Half a Person, che Steven Morrissey e Johnny Marr hanno raccontato essere il brano composto al massimo della loro armonia come coppia di autori. Lo stesso avviene per le canzoni di Morrissey solista: We Hate It When Our Friends Become Successful è assolutamente irresistibile, poi quella preghiera sconvolgente che è I Have Forgiven Jesus, e anche Life Is a Pigsty che voglio sia la penultima cosa che sento prima di morire.

La mia attuale canzone preferita di Morrissey è The Teachers Are Afraid of the Pupils. Non è uno dei suoi cavalli di battaglia e l'album da cui è tratta, Southpaw Grammar del 1995, non è generalmente annoverato come uno dei suoi lavori migliori. Dopo lo scioglimento degli Smiths, Morrissey diede alle stampe nel 1988 l'album Viva Hate, evidentemente costruito con cura per contenere inni generazionali che non facessero rimpiangere la precedente carriera da vocalist. Seguì nel 1991 il fatidico secondo album Kill Uncle che è forse il più dimenticabile della carriera del cantante, e poi l'anno dopo il terzo Your Arsenal che è invece forse il suo lavoro più memorabile e contiene dieci brani tutti di eccezionale valore, incluso I Know It's Gonna Happen Someday che venne prodotto da Mick Ronson e si ispira a Rock 'n' Roll Suicide di David Bowie, in cui Ronson suonò la chitarra; Bowie apprezzò il brano al punto da coverizzarlo quello stesso anno per il suo album Black Tie White Noise e da invitare Morrissey ad aprire i suoi concerti durante il tour del 1995, svoltosi dopo che Morrissey aveva nel frattempo pubblicato il quarto fortunato album Vauxhall and I e il quinto sfortunato Southpaw Grammar: per promuovere quest'ultimo, Morrissey ne cantò i brani durante i suoi opening act, riscuotendo lo stesso scarso successo che aveva accolto l'album.

Eppure Southpaw Grammar è un album di grande valore. La fascetta pubblicitaria che accompagna l'edizione giapponese recita «Liberatosi dal fantasma degli Smiths e dalle catene del rock'n'roll, inizia adesso il vero Morrissey», ed è difficile dargli torto, anche alla luce dei successivi lavori. Southpaw Grammar ("Grammatica del tiro mancino") è composto da soli otto brani, ma si avvicina comunque ai 50 minuti di durata grazie il brano d'apertura The Teachers Are Afraid of the Pupils che supera gli 11 minuti, al brano centrale The Operation che sfiora i sette minuti, e al brano di chiusura Southpaw che arriva ai dieci: tre brani lunghi che incorniciano programmaticamente tutti gli altri di durata convenzionale, un modello forse ideato amplificando quello proposto da Second Coming degli Stone Roses uscito l'anno prima, che pure era aperto e chiuso da brani insolitamente lunghi. È difficile trovare momenti fiacchi in questi 50 minuti: tutti i brani sembrano frutto di un momento di particolare ispirazione sia da parte del liricista Morrissey sia, soprattutto, da parte dei due compositori e chitarristi Boz Boorer e Alain Whyte. In puro spirito morrisseiano, brani come Reader Meet Author o Do Your Best and Don't Worry esprimono una gioia musicale esuberante, un rock spresso glam, spesso rockabilly e sempre ballabilissimo, in rapporto sbilenco e destabilizzante con i testi che invece vanno dal sarcastico al drammatico, dalla storia di vita vissuta alla prefigurazione di una tragedia imminente.

Proprio in quest'ultima categoria si colloca il brano di apertura The Teachers Are Afraid of the Pupils. Per prima cosa: si tratta senza nessuna esitazione e nessuna esagerazione di uno dei massimi vertici della storia della musica popolare britannica, forse mondiale. La ricchezza tematica, testuale e musicale, e il rapporto eccezionale che lega questi tre aspetti fra loro, costituisce un unicum eccezionale che esplode in una quantità e una profondità di implicazioni che ha pochissimi o, più probabilmente, nessun paragone.

La premessa per la nascita del brano è l'abolizione per legge delle punizioni corporali nelle scuole del Regno Unito nel 1986. Stando a quanto riportano le cronache, la nuova situazione scolastica generò una sorta di incredibile rigurgito di violenza da parte degli studenti, fino ad allora sottomessi agli insegnanti, che toccò a metà degli anni '90 un vertice e che continua al giorno d’oggi: le statistiche contano tuttora ogni anno migliaia di casi di percosse agli insegnanti, quasi metà dell'intero corpo docente del Regno Unito ha subito almeno una volta violenza fisica e circa un quarto ne è vittima almeno una volta alla settimana (!!!); per fare un confronto, in Italia (dove le punizioni corporali sono illegali dal 1928) si registrano casi nell'ordine delle poche decine all'anno. Questa situazione assolutamente fuori da ogni confronto col resto del mondo deve aver colpito Morrissey e averlo ispirato per la stesura di The Teachers Are Afraif of the Pupils, o meglio, deve avergli fornito lo spunto per affrontare un tema capitale della storia dell'uomo: l'ingiustizia.

The Teachers Are Afraid of the Pupils è una canzone sull’ingiustizia, e più precisamente sugli innocenti vittime di vessazioni, scritta da Morrissey e composta dal suo chitarrista storico Boz Boorer includendo numerosi elementi che trattano il tema sotto vari punti di vista.

La canzone si pone in posizione perfettamente speculare a The Headmaster Ritual del 1985 che trattava lo stesso identico tema, ma dal punto di vista degli studenti: a quel tempo erano loro le vittime di insegnanti descritti come «demoni belligeranti che gestiscono le scuole di Manchester, porci senza spina dorsale e con la mente pietrificata», ma esattamente dieci anni dopo la situazione si è completamente ribaltata. Il testo di The Teachers Are Afraid of the Pupils racconta il terrore di essere insegnanti:

Ci sono troppe persone che complottano per farti crollare, e quando il tuo spirito è alla prova le notti possono essere terribili: il sonno trasporta la tristezza nel profondo di qualche altro cervello, e qualcuno qua non ci sarà l’anno prossimo. Eccoti quindi davanti alla lavagna pieno di paura e di buone intenzioni, ma se pensi che ti stiano ascoltando, beh, stai scherzando vero? Oh sì, tu capisci il cambiamento e pensi che sia essenziale, ma quando il tuo mestiere è di essere umiliato*… “Dì una parola sbagliata ai nostri figli e ti prenderemo, allunga una mano sui nostri figli e non sarà mai troppo tardi per prenderti”. Muco sul colletto, un chiodo infilzato nella sedia, una lama nella saponetta e tu piangi nel cuscino: “Morire sarebbe un sollievo, morire sarebbe un sollievo, morire sarebbe un sollievo, morire sarebbe un sollievo…”.

* = «humiliated» è l'unica parola del testo scritta in corsivo nel libretto dell'album.

Si tratta di una proposta di traduzione, non dell’unica e sola traduzione possibile, e d’altronde i testi di Morrissey non sono quasi mai traducibili o interpretabili in maniera univoca: è proprio in questo che sta la loro ricchezza massima. Alcuni dei termini italiani usati ad esempio derivano dalla contestualizzazione data dal titolo, che come nei dipinti surrealisti offre la (una) chiave di lettura dell’opera. In questo caso il titolo specifica l’argomento scolastico, ma il testo si presta ad altre interpretazioni: ad esempio, in inglese Morrissey usa board, non blackboard, quindi non è detto che il soggetto sia vicino a una lavagna e potrebbe essere una board qualunque: una bulletin board (“bacheca” dov’è pubblicato qualcosa di importante), una trial board (“commissione disciplinare”) o una job board (“bacheca degli annunci di lavoro”, dato che molti insegnanti decidono di cambiare lavoro dopo le violenze) o anche qualcosa di extra-scolastico come la keyboard di un pianoforte.

Ed ecco il livello interpretativo successivo: dopo l’ingiustizia nei confronti degli insegnanti, l’ingiustizia nei confronti degli artisti. È un tema ricorrente in Morrissey, ad esempio in The Boy with the Thorn in His Side, ma in The Teachers Are Afraid of the Pupils raggiunge un livello sublime utilizzando un campionamento tratto dal primo movimento della quinta sinfonia di Dmitri Shostakovich (probabilmente in una versione diretta da Leonard Bernstein con la New York Philharmonic Orchestra). La scelta non potrebbe essere meno casuale, perché Shostakovich scrisse questo lavoro in un clima di assoluto terrore. Il 26 gennaio 1936 Stalin, che operava un controllo personale sulle opere d’arte realizzate durante il suo regime, andò a teatro ad assistere all’opera lirica Lady Macbeth del Distretto di Mcensk, grande successo di Shostakovich, ma se ne andò insoddisfatto dopo il primo atto. Due giorni dopo sulla Pravda comparve l’articolo anonimo Caos anziché musica in cui si condannava senza appello l’opera di Shostakovich come borghese e contraria al regime, ovvero, in pratica, si minacciava al compositore di mandarlo a morte al confino in Siberia come già successo ad altri artisti invisi a Stalin. In questa situazione così tesa Shostakovich decise di non dichiarare espressamente né fedeltà né contrarietà al regime, ma di continuare a produrre opere in miracoloso equilibrio fra esigenze artistiche e necessità politiche. È questo il clima in cui nacque nel 1937 la quinta sinfonia: il musicologo Francesco Antonioni la definisce «un capolavoro di profondità per quello che censura più che per quello che afferma, per l’ambiguità con cui Shostakovich mette una maschera che non è meno vera del volto». Il testo di The Teachers Are Afraid of the Pupils potrebbe quindi essere benissimo la narrazione del biennio 1936-37 per Shostakovich: il «qualcuno qua non ci sarà l’anno prossimo» potrebbe essere il compositore stesso giustiziato, il «se pensi che ti stiano ascoltando, beh, stai scherzando vero?» potrebbe riferirsi ai gerarchi stalinisti, e i «figli» potrebbero essere i figli della Grande Madre Russia plagiati dalla musica considerata intellettualoide. In questo senso, il verso ripetuto «To be finished would be a relief» potrebbe venire tradotto più fedelmente come “Venire terminato sarebbe un sollievo”: venire terminato da una fucilazione.

Il tema dell’esecuzione capitale porta alla terza possibile interpretazione del brano: quella che condanna gli errori giudiziari. Proprio nel finale, infatti, Morrissey inserisce in maniera apparentemente enigmatica un testo recitato:

Sono felice che sia arrivata la primavera, il Sole brilla e gli uccellini sugli alberi cantano di gioia.

Si tratta di un estratto dal film britannico del 1954 Eight O’Clock Walk, che racconta di un uomo ingiustamente condannato per l’omicidio di una bambina e che rischia di fare la “camminata delle otto” del titolo, ovvero verso la stanza dove avviene l’esecuzione, che nel Regno Unito si svolgeva tradizionalmente a quell’ora. Ecco quindi che il testo può essere letto in maniera ancora diversa, e le notti che «possono essere terribili» sono quelle che precedono un’udienza presso il board di un tribunale. Un caso di omicidio di una bambina, adulti che se la prendono con i minori, o meglio adulti accusati ingiustamente di essersela presa con i minori: questo abbinamento con Eight O’Clock Walk vuole forse molto sottilmente suggerire che Morrissey potrebbe essere in disaccordo con l’abolizione delle pene corporali a scuola? Certamente no, dato che in The Headmaster Ritual condannava senza appello queste pratiche punitive. Più probabilmente, il discorso di Morrissey, che è sempre sfaccettato e mai univoco, cerca di aprire un dibattito sull’argomento e sulla necessità di trovare una mediazione fra le inaccettabili punizioni corporali e le altrettanto inaccettabili violenze agli insegnanti.

C’è poi naturalmente il livello di lettura personale di Morrissey. Una fetta consistente della produzione del musicista comprende canzoni di non-amore, e molto spesso queste canzoni sono metafore del suo rapporto con la società, l’industria discografica e i mass media, sempre visti come mali necessari. Era il caso ad esempio della bellissima All You Need Is Me, dove il rapporto di odio-amore del partner nei confronti di Morrissey potrebbe essere una metafora per indicare quello con la stampa britannica, che detesta il cantante, ma non perde occasione per dedicargli prime pagine indignate.

Infine, c’è un quinto e non meno importante livello di lettura: quello dell’ascoltatore. Se questa canzone è (attualmente) la mia preferita di Morrissey è perché mi rivedo nel testo, anche se per fortuna non ai livelli di dramma descritti, e quel «To be finished would be a relief» ripetuto e ripetuto diventa davvero una tentazione e un mantra particolarmente evocativo e toccante. Chiunque può attraversare un brutto periodo in cui ci si sente ingiustamente incompresi o attaccati o feriti: se si è nelle condizioni adeguate, questa canzone colpisce la mente e il cuore dell’ascoltatore con una potenza assolutamente inaudita e impossibile da ignorare. Il grande potere delle parole di Morrissey è quello di raggiungere un compromesso assolutamente eccezionale fra il dire molto senza dire troppo, fra il fornire abbastanza dettagli per potersi riconoscere in una storia, ma non così tanti da caratterizzarla troppo. I testi di Morrissey sono, per recuperare le parole di Antonioni, capolavori di profondità per quello che si censura più che per quello che si afferma. Naturalmente poi le interpretazioni sono diverse e personali per ogni ascoltatore: c’è chi vede nel testo una grande metafora della carriera dell’artista, chi ricorda i suoi terribili giorni a scuola e chi vi ravvisa interpretazioni filosofico-politico-religiose. Un testo così chiaro eppure così ambiguo non poteva uscire da nessun’altra penna se non quella di Morrissey, lo stesso autore di decine di canzoni in cui non si capisce il sesso del protagonista, o non si capisce la sua colpa, o non si capisce cosa sta succedendo ed è l'ascoltatore a dover riempire queste lacune con la propria esperienza personale.

Il livello contenutistico di The Teachers Are Afraid of the Pupils è quindi così ricco e complesso da rischiare di trasformarsi in una sovrastruttura enorme e pretenziosa troppo pesante per essere sostenuta da una canzone pop, ma Morrissey, Boorer e il loro produttore Steve Lillywhite riescono nel miracolo di mettere insieme un testo così stratificato con una musica a sua volta stratificata.

Il brano è composto infatti da varie componenti distinte e indipendenti fra loro che vengono combinate in maniera magistrale. Se ne riconoscono almeno cinque: la voce del cantante, il power trio rock classico chitarra basso batteria, il campionamento dalla sinfonia di Shostakovich a loop, un quartetto d’archi, e un grumo di vari rumori di sottofondo non meglio identificati, ma simili a grida di dolore. Cinque componenti, cinque interpretazioni, album numero cinque, sinfonia numero cinque, cinque note ascendenti e cinque discendenti del tema suonato dalla chitarra elettrica e dagli archi, 1995.

Le cinque componenti, o fasce sonore per usare una terminologia tipica della musica colta del Novecento, sono giustapposte fra loro in maniera straordinariamente emotiva, in modo da creare una sorta di atipico crescendo dato non tanto dall’aumento di volume sonoro, ma dalla sua ossessiva ripetizione fino a caricare l’ascoltatore di un’angoscia intollerabile. All’inizio il brano è composto solo dal campionamento e dal grumo con echi lontani di chitarra e archi; dopo ben un minuto e mezzo finalmente entra la voce che canta la sua linea melodica non sostenuta dalla base; al quarto minuto e mezzo, e dopo una sequenza di terribili «To be finished would be a relief», finalmente la tensione esplode con l’ingresso violento del power trio, che per altri tre minuti e mezzo suona alternandosi o sovrapponendosi al quartetto d’archi, il quale a sua volta esegue una melodia in contrappunto al campionamento di Shostakovich; un altro minuto di cantato e poi i restanti due minuti e mezzo sono riempiti da una coda che porta il brano verso un finale emozionante affidato al solo quartetto d’archi, fino allo sfumato conclusivo. Undici minuti e mezzo fuori dal mondo.

Il lavoro di composizione e di arrangiamento dietro The Teachers Are Afraid of the Pupils è memorabile e, di nuovo, non trova alcun equivalente nella musica pop. Al tempo fu definito «un suicidio commerciale» e l’intero album non piacque granché: poco male, non è stata la prima né sarà l’ultima opera giudicata male. Il power trio e il quartetto torneranno anche in altri brani di Southpaw Grammar, e in particolare è da segnalare The Operation per il suo bellissimo assolo iniziale di batteria eseguito da Spencer Cobrin, ma naturalmente è il brano d’apertura a rubare l’attenzione, fuori scala in tutto.

Dopo aver passato almeno due decenni come icona rock velenosa e sputasentenze fuori e incredibilmente romantica e malinconica dentro, dopo essere stato la reincarnazione di Oscar Wilde sia a livello letterario sia come stile di vita (ma coi gladioli al posto dei gigli), dopo aver dimostrato una sensibilità, una intelligenza e un witz senza pari fin nelle più piccole cose come la lista di canzoni preferite “Singoli con cui venir cremato”, dopo aver irriso ogni singolo aspetto del potere costituito e insultato ogni possibile simbolo piccolo-borghese del Regno Unito, Morrissey negli ultimi anni sembra essere cambiato in una maniera che umilia e uccide il suo personaggio precedente, fino agli ultimissimi esiti della sua trasformazione che lo portano a postare sul suo sito Morrissey Central meme sgranati filo-complottari da pensionato buongiornissimo kaffeee su Facebook. Persino la recente morte di sua madre lo scorso agosto è stato il pretesto per attacchi sgraziati e dichiarazioni improbabili come le richieste di preghiere «da Cile, Messico, Italia, Perù, Paraguay, Brasile, USA, Ecuador, Israele e Irlanda» (preghiere da altrove non sono bene accette?). Eppure, la musica di Morrissey resiste al decadimento della sua persona: nei testi delle sue canzoni il miracoloso equilibrio fra cosa dire e cosa non dire è ancora lì, la sua vena creativa sembra ancora vitale, World Peace Is None of Your Business e Spent the Day in Bed sarebbero inni contemporanei… poi vai a leggere le sue interviste e tutto il non detto viene spiattellato e decisamente non era quello che pensavi, purtroppo.

Restano due ultimi modi per godere della musica di Morrissey: ascoltare e rivalutare i suoi vecchi dischi, compresi i lavori oltremodo complessi ed esigenti nei confronti dell’ascoltatore come Southpaw Grammar, oppure ascoltare solo le canzoni ignorando qualunque dichiarazione extra-musicale. L’importante è che si continui ad ascoltare questo artista che ha lasciato un segno indelebile nella musica pop e, ancora più importante, nel cuore di ogni suo ascoltatore.

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