I My Chemical Romance.
Tra il 2006 ed il 2007, volenti o nolenti (soprattutto nolenti), abbiamo sentito parlare del quintetto capitanato da Gerard Way in continuazione; la loro musica ci è stata proposta da canali tematici musicali e radio in maniera quasi ossessiva, finendo per stare sullo stomaco anche a coloro a cui i My Chem non stavano esattamente antipatici. "Hanno dato nuova linfa al fenomeno emo", "fanno il miglior rock degli ultimi 5 anni", "finalmente una rock band che può prendere in mano l'eredità dei Queen"... sono stati elargiti a piene mani complimenti da parte di tutte le riviste musicali. Abbiamo quindi avuto la definitiva conferma che a prescindere dalle reali capacità musicali, se il sistema commerciale decide che una band deve spaccare (o vendere?), la suddetta band spacca. Ritornando ai nostri "eroi", l'ultimo album, in ordine cronologico, presenta una produzione curatissima ed un sound che oscilla tra le reminiscenze del rock magniloquente degli anni '80 e le influenze di un pop-punk che richiama i Green Day (non scandalizzo nessuno "rivelando" che l'opera è stata posta sotto l'egida di Rob Cavallo, ormai conosciuto un po' da tutti, proprio lui, quello che ha prodotto "American Idiot").
Beh, scordiamoci per un momento i My Chemical Romance ridondanti fino all'eccesso, esagerati nel cantato del vocalist quanto nel proporre ballate insipidamente melodiche. "I Brought You My Bullets, You Brought Me Your Love", album d'esordio, ci fa conoscere probabilmente i veri My Chemical Romance; e ci propone in definitiva la classica boy-band americana talentuosa che, pur non stravolgendo la scena musicale che presenzia, offre comunque un sound genuino e spontaneo, adrenalinico ed immediato nell'ascolto. Probabilmente è questo l'unico vero disco dei My Chem che si possa definire emo-core; le chitarre graffiano, Ray Toro e Frank Iero soprattutto non sbagliano un colpo: azzeccano sempre la nota giusta e riescono a creare atmosfere dense di sapore dark. Quello che sorprende di quest'album, infatti, è la capacità del gruppo di sapere costantemente interpretare la propria musica con semplicità e schiettezza, senza esagerare e lanciarsi in ardite sperimentazioni musicali.
Niente di sconvolgente, ma un disco sicuramente gradevole che alimenta i dubbi sulle effettive capacità della band, in negativo quanti in positivo.
Il disco è tutto il contrario: sì, anche il punk/rock "in salsa dark" può essere vitale, grezzo, divertente e soprattutto genuino.
Quella genuinità che si è andata irrimediabilmente perdendo nei successivi "Three Cheers For Sweet Revenge" e "The Black Parade".
Un lavoro d’esordio che fotografa il combo com’era agli inizi di carriera, dai contenuti ancora un po’ acerbi, ma che anticipa un futuro promettente.
Non troverete ritornelli appiccicosi di gruppi come Aiden e dei trascurabili The Used e questo è un pregio.