La copertina di un disco molto spesso è un orpello, un aspetto accessorio. A volte però, a saperla guardare, ti dice già molto, di quello che l’artista vuole trasmettere.

In molti dischi di Nick Cave, soprattutto i primi (che non mi fanno impazzire, se non “The Good Son”), appare lui in copertina. In “No more shall we part” (immenso capolavoro) appare un disegno, un fiore di loto.

In Ghosteen il disegno è ricercatissimo, volutamente. Non più immagini reali, non servono più. C’è un paesaggio di fiaba, calato sul mondo reale, perché il mondo reale non sa entrare nella fiaba. Fiori, tantissimi fiori, una verde rigoglioso, avvolgente, animali. Tanti animali. E ognuno ha il suo ruolo. In basso a sinistra una tigre, defilata, silenziosa, seduta. Poco più in alto di lei, un leone stanco. Dietro, quasi nascosto, un pavone che mostra la sua ruota, ma nessuno la vede. In basso, vicino, una scimmietta con in grembo il suo piccolo. Tanti fenicotteri rosa, uno bianco. Sullo sfondo, cavalli bianchi che corrono nel vento e sopra di loro altro vento, e uccelli, strani uccelli che non volano in stormo, ognuno ha la sua direzione. Al centro del lago un grande cavallo bianco con tutte le zampe nell’acqua, fermo, con la testa china. E poi c’è lui, il vero padrone della scena. L’unico che guarda dritto, in direzione dei tuoi occhi, ti osserva. Un piccolo agnello bianco.

Non c’è più spazio per ruggire, per graffiare la vita. Nessuno vuole più vedere le tue esibizioni, c’è da stringere un figlio, in braccio, c’è da cominciare una corsa diversa, un volo. C’è da osservare la tenerezza di un piccolo indifeso che è il punto focale del mondo. E lui ti trasmette la calma, e la speranza che cerchi.

E’ tranquillo, è inerme.

Ci sono anime che nascono già con un piede, anche due, nella dannazione, che sono morbosamente attratte dal confine invisibile fra l’impulso di vita e quello dell’autodistruzione, e Nick lo ha dimostrato ampiamente, sin da quando vagava, da giovane, nelle zone più malfamate di Melbourne, fra spacciatori e prostitute, le uniche persone che gli comunicassero qualcosa di veramente interessante,

Ma adesso la dannazione non ha più un’uscita di emergenza, a portata di mano, è totale. Più che dannazione è condanna. Non si può sopravvivere a un figlio. L’unico modo di farlo è saperlo al centro di un nuovo universo, e saperlo sì un po’ smarrito, ma in fondo sereno, anche fiero.

Nick scava nel dolore, non lo fa per autocompiacimento, come atteggiamento esteriore o comunque amplificato, tipico di alcuni sfigati bohemien. La sua strada è tracciata nel tormento, e lui la deve percorre. Per arrivare li, in quel posto incantato.

E quindi distorce il reale, dilata i suoni, deforma le immagini, sussurra la sua stessa voce, la trascina come un masso pesante, poi la raccoglie e la lancia verso le distese di speranza, in cui si aprono maestose le dilatate atmosfere orchestrali dipinte da Warren Ellis, suo fedele architetto sonoro, folletto mago che ricongiunge il dolore con i campi elisi, trova il modo di succhiare il buio di cui è avvolta la sera e proiettarvi sprazzi fecondi di luce che, lentamente, diradano una nebbia impensabile da spezzare.

Se non con la fede, forse, o con il richiamo alla sacralità dell’amore, o forse ancora con la sicurezza che è solo questione di tempo, e poi sarà alba, sarà il nuovo inizio.

"Nulla ha più valore della bellezza, dicono

Non c'è altro che amore

E campi fumosi e farfalle nere

E i cavalli urlanti e il tuo verde brillante, così bello

Ed i tuoi lucenti occhi verdi, così belli

Io sono affianco a te

Cercami nel sole

Io sono affianco a te, sono dentro di te

Nella luce del sole

Nel sole"

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