LA RECENSIONE

Poveri Pelican: dare alle stampe due autentici capolavori ("Australasia" il primo, e "The fire in our throat will beckon the thaw" il secondo), dopodiché tentare il cambiamento, inasprendo, ammortizzando, metallizando, diminuendo, e tutti contro, tutti fuori a gridare la delusione (non che io non l’abbia fatto anche eh?), per quel che era, è e sarà sempre quel controverso "City of echoes", così distante dai lavori precedenti tanto da risultare quasi imbarazzante in alcuni frangenti, così scialbo, così pieno di pochezza compositiva da risultare anche noioso e poco esaltante.

Dopo due anni, tornano, e dove li troviamo? In casa Southern Lord addirittura, che apre la collaborazione proprio un paio di mesi addietro con l'ep “Ephemeral” contenente l’omonima canzone presente in questo ultimo full-lenght, e altre due composizioni. Non sembra esserci alcuna affinità tra casa discografica e band, ma qualcosa cambia, qualcosa si muove nuovamente, qualcosa ricomincia a brillare dopo momenti oscuri che facevano prevedere solo il baratro.

"What we all come to need" non è un capolavoro, siamo sempre lì, i primi dischi son lontani anni luce e qui risulta evidente una certa mano di mestiere, ma è sicuramente meglio, oserei dire molto meglio del suo predecessore: non c’è quel piattume, non c’è quel senso di noia, anzi, ci sono emozioni, impennate nuovamente interessanti, c’è un alone psichedelico bello ed avvolgente, c’è un’oscurità che permea tutto che non la si sentiva dai tempi del sopracitato "Australasia", e ci sono collaborazioni importanti (non che queste siano per forza garanzia della buona riuscita di un prodotto): Aaron Turner, Greg Anderson, Ben Verellen, Allen Epley che presta la voce nell’ultimo brano dell’album “Final breath”, prima composizione a servirsi dell’uso di tale strumento di tutta la loro carriera.

Come detto piacevole, abbondantemente sopra la sufficienza e pieno di classe sopraffina, ma questo era alquanto scontato, sono pur sempre loro.

Sedetevi, comodi, ascoltatelo e fatelo scivolare sulla vostra pelle, non è escluso che vi rapisca riservandovi qualche bella e piacevolissima sorpresa.

Bentornati nei giusti binari ragazzi, ci aspettiamo ancora grandi cose!

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Riassunto del Bot

Dopo un difficile precedente, Pelican con 'What We All Come To Need' torna a sorprendere con atmosfere oscure e momenti emozionanti. L'album, pur non raggiungendo la perfezione dei primi capolavori, si distacca dal noioso City of Echoes offrendo un lavoro più coinvolgente. Importanti collaborazioni arricchiscono l'opera, con un uso vocale inedito nell'ultimo brano. Un ritorno agli splendori che convince e incuriosisce.

Tracce video

01   Glimmer (07:31)

02   The Creeper (07:20)

03   Ephemeral (05:09)

04   Specks of Light (07:46)

05   Strung Up From the Sky (05:12)

06   An Inch Above Sand (04:14)

07   What We All Come to Need (06:47)

08   Final Breath (07:29)

Pelican

Pelican è una band statunitense di post‑metal strumentale nata nel 2001 nell’area di Chicago/Evanston. Esordio su Hydra Head con l’EP Pelican (2001) e primo album Australasia (2003), seguiti da The Fire in Our Throats Will Beckon the Thaw (2005). Tra i lavori successivi: City of Echoes (2007), What We All Come to Need (2009, su Southern Lord), l’EP Ataraxia/Taraxis (2012), Forever Becoming (2013) e Nighttime Stories (2019).
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