Tempo fa un uomo, collettivamente riconosciuto come un peccatore mi disse che la follia è una delle componenti naturali dell'indole umana e mi fece pena vederlo affannarsi nel tentativo di convertirmi alla sua dottrina, che non aveva nessun altro scopo se non quello di giustificare i suoi eccessi. Mi domandai se fosse stato giusto calare in una prospettiva così radicale un concetto a me tanto sconosciuto. La pazzia. Mi resi conto che mi ero perduto. Cercavo di mettere ordine nella mia testa al fine di comprendere il significato del termine follia ma non riuscivo evidentemente a trovare un punto dal quale avviare la mia ricerca. Sarei potuto partire con il considerare le principali manifestazioni che comporta l'eclissi della ragione ma poi mi resi conto che come ogni dualismo anche razionalità\follia non avrebbe mai potuto trascendere dal relativo. Mi vergognai della meccanicità inutile del mio cervello e optai per un ragionamento di gran lunga più semplice: se la razionalità ha come fine ultimo la garanzia del benessere di un soggetto e se la follia ne è la negazione, allora la follia si concretizza in tutto ciò che conduce in linea diretta al malessere. Qualcosa si era mosso, anche se questo "qualcosa" era facilmente classificabile come scarso e contestabile. Procedo lo stesso.

Quali sono i comportamenti che vengono usualmente reputati dannosi dalla logicità? Calarsi acidi è alienazione o al limite stupidità qualora non sussista per l'individuo la necessità di evadere da alcunché; votare la propria esistenza alla provocazione, con tutti gli ipotetici rischi fisici e mentali che essa comporta, può essere qualificato come anticonvenzionalità che di folle ha ben poco se si considera che l'incedere del tempo renderà l'anticonvenzionale pura quotidianità e la scusa del conflitto generazionale banalizzerà ogni contestazione atteggiata ad anticonformismo. Qualcuno mi aiuti.

I battiti di un cuore umano che aprono "Speak to me" prima traccia dell'undicesimo album in studio dei Pink Floyd, "Dark side of the moon" (1973) mi suggerisce un aspetto fondamentale nascosto sotto un'apparente banalità: la follia non ha nulla di astratto, è una prerogativa che ci appartiene completamente. Ricollego il tutto al tracciato di un battito cardiaco riprodotto nel libretto e ho la conferma. Quell'uomo collettivamente reputato come un peccatore aveva ragione, almeno su questo. D'un tratto mi fermo. Cosa mi assicura che loro abbiano delle certezze sulla follia? Cosa mi assicura che le loro teorie siano veritiere e che la pazzia non sia un'esperienza carica di soggettività? Ascolto il prosieguo della prima canzone e ricevo una risposta: un connubio perfetto fra la tradizionalità degli strumenti e una sperimentazione che è ancora un paradigma per l'avanguardia musicale odierna a distanza di più di trent'anni che non produce risultati compromessi e confusi ma che, al contrario, vive della sua chiarezza. Chi è riuscito a concepire ciò era lontano anni luce dalla mediocrità, prendeva le distanze da qualsiasi espressione accademica del proprio esser, del proprio pensiero. Era geniale. Un grido segna il confine fra la fine di "Speak to me" e l'inizio di "Breathe" e capisco che ormai ci siamo: la follia è perdere di vista le proprie funzioni intellettive basilari per abbandonarsi ad un concentrato di paure e di timori primordiali. Cosa ci induce a questo. Waters e Co. Provvedono a spiegarmi anche ciò.

E' lo scorrere del tempo ("Time") che l'epoca moderna ci ha obbligato a parcellizzare. Ogni istante equivale ad un lasso di tempo il cui fine deve essere la produttività. Produrre significa avere a disposizione qualcosa da offrire, qualcosa dal quale ricavare denaro e dal denaro ricavare uno status. "Time" è una composizione lenta ed esplicita, da qui l'assenza di un testo che cede il posto ad un rumore assordante di svegli e orologi anticipato da un ticchettio snervante. "On the run" introduce quel che il gruppo vuole affermare con "Time" e porta al centro di una splendida architettura musicale strutturata sull'incedere pulsante della batteria di Mason e su sonorità prodotte da un sintetizzatore che sembrano precorrere i tempi (Appunto). Palese, efficace, perfetto. Arriva "The great gig in the sky" e ti senti spiazzato dal suono delicato di un pianoforte e comprendi che la follia diviene anche imprevedibilità ma lasci perdere per un attimo il discorso completamente rapito dalla performance di Clare Torry e prima di lasciar passare il disco alla sua quinta traccia la riascolti almeno altre tre volte (La psichiatria ci insegna che uno dei comportamenti più comuni fra i "morti-vivi" è la consuetudine maniacale di certi atteggiamenti. Un segno?).

Si prosegue e si pone l'accento sulla meta principale di questa maratona dell'epoca contemporanea: i soldi ("Money"). La traccia è una fra le più note dei Pink Floyd anche se fra le altre canzoni dell'album questa tende a oscurarsi dato che sul versante musicale non è propriamente esaltante. Al contrario, "Us and them" , un manifesto sociale che si scaglia contro le possibilità sulle quali possono contare le classi più abbienti differentemente dalla stragrande maggioranza popolare. Eppure la stessa "Us and them" non si distacca dalle tonalità che compongono l'album dato che mantiene quell'atmosfera ai limiti dell'onirico, nonostante la concretezza alla base del tema affrontato. Le contingenze che derivano dal sociale fanno di nuovo capolino in "Eclipse", ultima canzone dell'album, che alcuni hanno voluto interpretare come un riferimento a Syd Barrett: non c'è spazio nel mondo reale per chi non riesce a celare il proprio lato più emotivo.

Come si può chiaramente intendere "Dark side of the moon" non è solo un viaggio attraverso la paranoia, la tensione dei tempi moderni. E' un'opera variegata sia a livello musicale quanto concettualistico pur tenendo presente il tema ricorrente dell'incognita, del vuoto, dell'oblio che funge da filo portante dell'intero lavoro.

Sublime.

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