Il rock progressivo, il romanticismo fatto musica, la musica come opera d'arte, quando il tempo non era un problema, quando gli intrecci di flauto chitarra tastiere bassi batteria creavano un nuovo mondo, quando ci si truccava quasi si stesse perennemente recitando una parte in teatro, quando si faceva più di un disco all'anno e non si capisce come, quando le emozioni erano forti e le melodie superveloci super-intrecciate non potendo far altro che incitare alla goduria. Almeno agli amanti del progressive.

 

 

Premiata Forneria Marconi: gruppo italiano ad essere caratterizzato dall'originalità e dalla stretta parentela con gli altri contemporanei gruppi stranieri dello stesso genere musicale. Ancora oggi mi chiedo, e dopo di loro?

"Storia Di Un Minuto" avrà affascinato milioni di persone per i suoi suoni medievaleggianti ma profondamente italiani, "Per Un Amico" è invece qualcosa di diverso. I brani diventano più lunghi e la qualità della musica e ancor più alta, rispetto ai testi molto brevi e dove non si è lavorato molto. Un disco di composizioni raffinate e meno scarno del precedente.

 

"Appena Un Po'" è la mini suite che apre questo lavoro, un capolavoro assoluto del prog mondiale, nulla in questo brano è sbagliato, nulla fuori posto. Tutto praticamente emozionante, dalle tastiere d'introduzione, all'arpeggio delicato della chitarra di Mussida, al successivo intreccio col flauto di Mauro Pagani, maestoso in questo disco, al climax raggiunto con gli altri strumenti.. e poi inaspettato un andamento rallentato utilizzato decenni dopo per lo più nel metal, fino ad esplodere sempre più veloce tra flauti qua e là, batteria possente, violini inebrianti: "Via di qua via di qua come un re via di qua subito come vorrei..", le voci delicate e per niente sottotono offrono qui la loro migliore interpretazione anzi maestosa direi: raggiungendo apici di emotività grazie alle eteree musicalità che le attorniano. Dopo un intermezzo più frizzante e gioioso, Pagani sempre protagonista, si ritorna alle atmosfere precedenti.. e un finale di grande misura per uno dei capolavori del gruppo.

 

L'atmosfera leggermente malinconica del primo brano, è in netto contrasto con "Generale", introdotta da un bizzarro mini-solo di Di Cioccio, per poi entrare in un vorticoso mondo dove il piano con le sue scale la fa da padrona, insieme ad una chitarra elettrica che incomincia a sentirsi fra i colpi complicati di batteria e le melodie di un violino impazzito, successivamente il basso di Giorgio Piazza mira a cambiare le musicalità rendendole più rokkeggianti e la chitarra di Mussida disegna un ottimo acido intermezzo.. stranamente tutto confluisce in una simpatica marcetta, con flauto, basso e piano per poi incontrare un organo e fermarsi di colpo e ritornare alla vorticosa melodia precedente. Secondo capolavoro strumentale.

 

 

"Per Un Amico" è il terzo brano che sembra dedicato a Claudio Rocchi, artista utopico degli anni ‘70 e protagonista insieme ad altri gruppi delle manifestazioni al Parco Lambro. Il testo infatti si propone, con un interpretazione vocale perfetta, contro coloro che pensano di cambiare il mondo solo con le parole e con i sogni non intervenendo direttamente: "tu scappi e poi ti nascondi e non si può, tu vivi i tuoi compromessi e non si può, non è più tempo di sogni devi lottare di più, di più". Posso dire che si tratta di una ballata dai toni a volte malinconici tendente alla crescita emotiva raggiunta nello stupendo solo di Pagani prima della coda finale fra tastiere, tempi dispari, e contraccolpi di piano quasi impercettibili. Forse un brano troppo breve, 5 minuti e mezzo.. "Il Banchetto" è il successivo brano molto lungo, pressoché acustica la prima parte cantata, solare e niente di particolare. Più interessanti le parti strumentali con le tastiere di Premoli in mezzo ad un atmosfera acustica che poi purtroppo si fa quasi spaziale (leggo infatti: spinetta, mellotron..) tra i 4 minuti e 08 e i 5 e 39, troppo bizzarra per i miei gusti e troppo lontana dalle atmosfere sognanti e delicate dell'intero album. Poi fortunatamente si ritorna ad un Premoli che ci regala un intermezzo di piano dalle forti tinte jazz. Il pezzo si conclude come era iniziato non lasciandoti nulla, aimè, di sensazionale.

 

Il pezzo finale è "Geranio", sicuramente migliore della precedente, si apre con un dolce flauto insieme agli arpeggi di una chitarra e alle solite carezze di piano. "Balla piano nella via, balla il vento della notte, balla un sogno che non c'è più.." è una composizione molto complessa fatta di diverse linee melodiche a volte impercettibili altre più sostenute, altre ancora prettamente drammatiche e quasi da colonna sonora per un film (ascoltate quello che accade tra i tre e i quattro minuti e mezzo), poi ancora quelle voci che molti criticano, delle quali io personalmente non vedo nulla di sbagliato, anzi. Quelle voci che piano piano che ci accompagnano attraverso i colpi di Franz nel quasi apocalittico finale, fra le tastiere di Premoli e certi suoni che ricordano delle campane.. suggestivo riesce a alzare la media del disco dopo le troppo ambiziose sperimentazioni de "Il Banchetto".

 

Il disco si conclude intorno ai 34 minuti come il precedente, offrendo al pubblico un lato più sperimentale, più impercettibile e obbligando a ripetuti ascolti per apprezzare ogni minimo apporto di ogni singolo componente, perché sono tanti gli strumenti che vengono utilizzati, è molto particolare il modo in cui vengono messi assieme, e poi per comprendere la grande capacità e il genio di questi musicisti. È un lavoro meno immediato e per questo più affascinante.

 

P.S.: ATTENZIONE pericolo forti emozioni!!!

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