Descrivere cosa rappresenta per me Zen Arcade è impossibile, anche se indubbiamente è di me che parla.
Di come certe volte, quando avevo qualche anno di meno e avrei sorriso a quelle che oggi chiamo "certezze", mi sono lasciato sopraffare dalla paura di fallire, di non combaciare perfettamente con l'idea che ho di me stesso, di tradire le aspettative. Di come, certe volte, ho avuto voglia di scappare e non voltarmi mai indietro.
Paura, delusione, bugie su bugie, tentare di trattenere le lacrime anche se le ragioni per piangere le avevo, questo è Zen Arcade.
Zen Arcade è innovativo non solo per l'hardcore statunitense, ma per il punk tutto.
È un concept album impensabile e coraggioso per l'epoca: a grandi linee narra la catarsi di un ragazzino che scappa di casa per cercare se stesso.
Le canzoni sono di una potenza inarrivabile, è hardcore ma è anche psichedelia come pop, gli Huskers hanno saputo far confluire i disaccordi interni alla band in un flusso di coscienza straziante e spiazzante, composto da pezzi a pianoforte, avvolgenti scalate strumentali, falsetti accattivanti e urla da mattatoio.
Non è certamente un disco semplice, forse perché è un doppio, forse per il concept soggiacente, forse perché è qualcosa di mai sentito tutt'ora. È un disco di ricerca, tutte le risposte sono dentro ad ognuno di noi, perché sono sensazioni che abbiamo vissuto sulla nostra pelle.
Non ho mai posseduto un disco simile, perché questo disco sono io.
Questo disco credo sia il lascito più splendente e più compiuto dell’era punk.
Reocurring Dreams disegna i contorni dell’angoscia, e lo fa per 14 minuti di vertigine psichedelica, una muraglia emo-core a tema centrale ben definito.
Non era soltanto musica, era vita. Non era solo uno stile. Era proprio l’essenza del nostro respiro.
Spesso, il fruscio di un giradischi la dice tutta senza aiuto di niente e nessuno, se non del nostro cuore.
"Uno dei dieci comandamenti di tutto il Rock" (cit. Lewis Tollani)
Ad Maiora.