Il biondo Richard Emmett, col vezzo della kappa non preceduta dalla ci nel suo nomignolo, è chitarrista cantante e compositore canadese. Quand’era giovane ha fatto parte di un trio di hard rock melodico chiamato Triumph e questo disco del 1990, il suo primo da solista, uscì quando la carriera dei suddetti era ancora in essere.
Esauritasi di lì a non molto la buona convivenza con i compagni dei Triumph, il nostro ha tirato dritto fino a quando possibile snocciolando in un quarto di secolo una ventina abbondante di album, da solo o in compagnia e spaziando dal rock al folk al jazz al classico a dimostrazione del suo eclettismo, delle sue larghe vedute e del suo approccio totale, anche didattico sullo strumento e verso la musica in generale. Infatti è stato per lungo tempo anche insegnante a Toronto la sua città, presso i massimi Enti deposti a questo fra cui la rivista d’eccellenza Guitar Player.
Poi l’artrite alle mani ha tolto a nonno Rik un bel po’ della sua fantastica agilità… ma qui siamo ancora ad inizio novanta col nostro ancor trentasettenne ed... elastico. Il rimando ai Triumph è assicurato dal suo timbro vocale particolarmente acuto, caratteristico e ben riconoscibile, benaccetto dai fans ma nel caso assai meno convincente per altra gente… Tocca farci l’orecchio, ritengo.
Sulla chitarra è proprio bravo, la sua destrezza risalta immediatamente con l’agilissima apertura acustica, a tempo assurdo di ragtime, dell’iniziale “Drive Time”. Uno stop e il pezzo si trasforma all’istante in un hard rock’n’roll tumultuoso che offre comunque corposi ritorni al virtuoso ragtime iniziale.
“Big Lie” è un hard blues melodico condotto da chitarroni stoppati e voce accesissima. “Saved by Love” è una power ballad rocciosa in uno stile pedissequo a quello dei suoi Triumph. La pianistica “When a Heart Breaks” è ciò che fa temere il titolo: un lento pomposo e retorico. “World of Wonder” viene resa agile dalle percussioni e si inserisce in quel rock melodico che andava al tempo (tipo U2, ad esempio).
Un complesso coro a cappella (tutte voci di Rik, una decina almeno) fa partire la tesa e sagomata “Stand and Deliver” guarnita di sax e piena di tastiere. Il suono inconfondibile di una fra le più epocali di esse, la Prophet 5 della Roland, introduce la ballatona AOR “The Way that You Love Me”, simile a mille altre di quella stagione musicale. La pianistica “Middle Ground” è tutta in contro tempo e non rivela particolari pregi, non tanto meglio la successiva “Heaven Only Knows” dal ritornello telefonato.
La chicca, a parte l’inizio scoppiettante dell’album, sta nella finale “Theme for Big Nick”, uno strumentale tra il malinconico, il riconoscente e lo speranzoso, affidato alla formidabile solista di Rik lancinante e spacca altoparlanti sopra un tappeto di tastiere di quelli che adesso non se ne sentono più. Forse è il ricordo di questo Nick venuto probabilmente a mancare ad averlo ispirato a fondo… In ogni caso: toccante.
Dischi come questo non li risento quasi mai… albergano nei miei scaffali da più di trent’anni e non vi usciranno mai: per rispetto di un periodo, di una manciata d’anni in cui queste sonorità erano la norma e vendevano bene, coinvolgendo pesantemente pure il mio portafogli.