LA RECENSIONE
Se pensate di poter leggere una cronaca obiettiva su di un piccolo gruppo di poseurs che sono stati brevemente di moda, avete scelto il libro sbagliato. Questo è un resoconto smodatamente autocelebrativo scritto da un insider londinese che non ha mai davvero lasciato la pista da ballo - almeno, non mentalmente.
Peggio ancora, Robert Elms offre una perfetta echo-chamber di quelli che sono stati palesemente i suoi “anni migliori”. Il risultato è che un breve momento nel tempo - ragazzi che andavano a ballare a Soho agghindati come pavoni nonostante il budget limitato - viene gonfiato fino a diventare un movimento sconvolgente, epocale, capace di ridefinire la cultura e, a quanto pare, di forgiare il futuro.
Potrei anche perdonare questo tipo di ipertrofia storica. Dopotutto, la scena Blitz/New Romantic ha avuto un’influenza limitata, ma reale. Quello che non riesco a perdonare è lo stile.
La prosa pedestre. Le ripetizioni infinite. I numerosi tentativi di scrivere spiritosaggini. Ma soprattutto il peccato capitale: l’uso della sacra trinità degli aggettivi insopportabili.
Qualche esempio:
- Prosa pedestre
“Riuscite a immaginare le facce dei pendolari stanchi sul Tube, nel vedere questa banda chiassosa di magnifici macaroni (NdT) che andavano a feste sfrenate?”
Sì, riesco a immaginarlo. Riesco anche a immaginare la maggior parte di quei pendolari dare un’occhiata distratta per poi tornare alle proprie letture o, più semplicemente, ai fatti propri, perché i londinesi hanno sempre avuto un’alta tolleranza per gli stravaganti Quello che Elms propone è la regia di un piccolo film in cui lui e i suoi amici sono lo spettacolo e il resto del mondo guarda compiaciuto e/o scandalizzato da tanta audacia.
- Il ritornello della povertà
Ci viene ricordato — incessantemente — che Elms e la sua cerchia provenivano da famiglie proletarie, erano senza un soldo, disoccupati, vivevano in squat, dei veri morti di fame. Eppure, miracolosamente, sempre impeccabilmente vestiti, inesauribilmente creativi, culturalmente avanti anni luce, proto–gender fluid, anti-Thatcher (ovviamente a posteriori) e perché no, anche proto-influencer. Si comincia a sospettare che le difficoltà qui funzionino meno come contesto e più come marchio di fabbrica.
- Magniloquenza imbarazzante
“Il 1978 si trasformò rabbiosamente nel 1979 — il famigerato inverno del nostro scontento” (con tante scuse a Shakespeare).
“Una generazione di londinesi esiliata dalla patria ancestrale” (stiamo parlando di Romford, non della Mesopotamia).
“Creature straordinarie” (ci si aspetta quasi l’apparizione di un unicorno).
E l’indimenticabile: “a weekly winner-takes-all BUNFIGHT of the vanities” (imbarazzante gioco di parole su “bonfire of vanities”) - una frase così cringe da crollare sotto il peso dello sforzo ciclopico.
- La trinità blasfema: “effortlessly”, “fiercely”, “vibrant”
“Effortlessly” è probabilmente la parola più disonesta della lingua inglese - in realtà significa “uno sforzo abilmente nascosto”.
“Fiercely” viene aggiunto come pepe per insaporire aggettivi altrimenti insipidi (il più delle volte “independent”, quasi sempre riferito a una donna, nella frase “fiercely independent”).
“Vibrant” significa… qualcosa di positivo. Colorato? Energico? Rumoroso? Alla moda? Vivace? Dinamico? Tutto questo e niente di preciso. Una parola che segnala approvazione senza impegnarsi a dire qualcosa di concreto.
L’infinito name-dropping, inevitabile in questo tipo di operazione (anche se per lo più oscuro a chi non fosse del loro giro), potrebbe anche essere tollerato. Ma combinato con tutto il resto, trasforma il libro in un estenuante esercizio di auto-mitizzazione.
Il che è un peccato. Nelle mani di un osservatore più acuto e distaccato, questo sarebbe potuto essere un saggio brillante e incisivo di una sessantina di pagine su una scena a cui parteciparono in trenta, cinque dei quali diventarono famosi, venticinque scrissero libri a riguardo e un centinaio in seguito sostenne di aver definito un’epoca.
Invece, ci ritroviamo con 284 pagine.
David Bowie — l’idolo di questa gente — cantava: “We live for just these twenty years / Do we have to die for the fifty more?”
La risposta di Robert Elms è un sonoro: NO — possiamo semplicemente passare i successivi cinquant’anni a parlare dei venti precedenti.
Con estenuante prolissità.
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NdT: “Macaroni” dandy inglese del XVIII secolo che imitava la moda continentale