A furia di sentirli nominare di qua e di là mi sono messo ad ascoltarli pure io e ho finito per cadere nella loro trappola per un po’ di mesi. Degli Sleep Token mi ha colpito fondamentalmente il fatto che uniscono due mondi lontanissimi, due schieramenti opposti, e riescono a farlo con una naturalezza tale da farli sembrare vicinissimi o persino amici; per la verità le due fazioni non si uniscono mai davvero, non entrano in scena contemporaneamente, ma coabitano pacificamente nello stesso ecosistema sonoro (e quindi all’interno dello stesso brano), si alternano, prima va in scena l’una poi l’altra, e ognuna è pienamente riconoscente del ruolo dell’altra, le porta il massimo rispetto.
Io sono sempre stato attratto dalle contaminazioni (ok, in questo caso “alternanze”) - avendo al contrario più difficoltà ad amare generi “puri” - e non potevo non essere ammaliato dagli Sleep Token. Loro uniscono con un ponte sonorità che sembravano inconciliabili fino al giorno prima. Da una parte il metal estremo a 8 corde, dall’altra pop, rap, r’n’b e persino l’odiabilissima trap! Questi sono in grado di passare dagli Imagine Dragons ai Meshuggah, dai beat elettronici minimalisti ai blast beat, dal cantato neo-soul al rap fino allo scream, e lo fanno con naturalezza, senza che nulla risulti mai forzato. Le contaminazioni in sé sono cosa comune un po’ in tutta la musica ma qua fanno notizia perché si uniscono due mondi che si detestano l’un l’altro; l’ascoltatore pop medio o peggio il ragazzino che va in giro in pullman con gli amici con la trap sul cellulare odia il metal (forse lo considera “rumore” o forse non riesce a trovare un senso al suo frastuono), al contrario il metallaro purista odia il pop più commerciale, ma forse odia ancora di più vedere il suo genere eccessivamente semplificato o peggio schiavizzato dalle mode del momento per cercare di raggiungere un pubblico più vasto. Inutile dire che questa è una scelta più che mai divisiva; c’è chi apprezza il loro coraggio e chi invece li critica e li considera una parodia vivente. La loro leggerezza li ha resi una band di successo ma anche lo zimbello di tanti puristi.
C’è comunque da dire che la loro essenza commerciale incontra un freno, non diventano mai una band davvero catchy e se lo fanno lo diventano solo per brevi tratti. I ritmi sono perlopiù lenti, spesso si calano in melodie di piano, sono in realtà molto profondi e intimisti e non escludono momenti più oscuri, con chitarre cupe, così come hanno dei crescendo di intensità e di emozionalità ereditati da un certo post-rock (sì, sono presenti su Progarchives e vengono inseriti proprio in questa categoria, benché non siano propriamente un gruppo prog e ancor meno un gruppo post-rock).
Qualcuno a questo punto mi dirà… ma stai recensendo gli Sleep Token o stai recensendo “Even in Arcadia”? Beh, effettivamente avete ragione, ma in questi primi quattro album la proposta degli Sleep Token non ha ancora subito un’evoluzione, forse è troppo presto perché ciò avvenga. “Even in Arcadia” però è l’album che estremizza tutto, che porta ogni elemento al massimo, quello che aumenta i contrasti, con il potenziale rischio di accrescere ulteriormente la shitstorm nei loro confronti. È quello in cui i beat elettronici di estrazione trap più modaioli si manifestano con sempre più frequenza e sempre meno paura, come a voler dire <<ormai siamo famosi per questo quindi possiamo farlo con più libertà>>, ma anche quello in cui, quando arrivano le bordate metal lo fanno con ferocia indomita. Inoltre si nota un certo aumento nel minutaggio che permette di estendere meglio alcune idee. Non è strettamente necessario fare una panoramica approfondita fra le tracce, perché si tratterebbe semplicemente di ripetere quanto detto sopra, penso sia tuttavia doveroso citarne una, “Caramel”, ovvero quella in cui gli estremi più distanti si uniscono, non capita tutti i giorni di sentire un brano cominciare con un inconsueto reggaeton e finire con urla e blast beat.
Difficile stabilire se gli Sleep Token siano una band metal che vuol essere pop o una band di raffinato e variegato pop che vuol essere anche metal, onestamente verrebbe da dire più la seconda, ma in ogni caso sembra che loro siano venuti sulla terra per lanciare un messaggio nascosto che non tutti hanno percepito: possiamo fare i metallari, i duri o gli alternativi quanto ci pare ma alla fine, nel cuore e nel mondo, tutti abbiamo un lato pop, siamo tutti un po’ “popstar”. Si presentano al pubblico visibilmente mascherati ma paradossalmente hanno smascherato noi altri. Il metallaro purista, il progger snobista o l’alternativo che li critica… eh, semplicemente non ha capito il messaggio.
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