Copertina di Soft Machine Bundles
pier_paolo_farina

• Voto:

Per appassionati di jazz fusion, amanti della musica progressive e chitarristi alla ricerca di album tecnicamente sorprendenti.
 Dividi con...

LA RECENSIONE

L’ottava prova in studio dei Soft Machine, datata 1975, spicca per la sua unicità nell’ambito del pur variegato percorso musicale della band. Questa dote si deve all’accorpamento una tantum nel proprio organico di un musicista autenticamente fuori scala come valore artistico, un suonatore di chitarra dalle virtù uniche ed irripetibili.

Il jazz rock del gruppo, stabilitosi con sfumature più o meno sperimentali dal quarto al settimo album dopo gli inizi “Canterburiani”, e a ben sentire molto jazz e assai poco rock, subisce qui una decisa sterzata verso una fusion simile a quella di entità come la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin ed i Return to Forever dell’ancor giovane Chick Corea. La proposta musicale diviene d’incanto meno cerebrale e più veloce, virtuosa, trascinante.

Arriva dunque questo super chitarrista a cambiare le cose e gli altri quattro si fanno da parte lasciandogli il proscenio, estasiati dalla di lui somma capacità di fraseggio e incisività. Il fiatista Carl Jenkins compone al pianoforte e quello decide di suonare stabilmente, facendo quasi sparire i contributi di soprano e di oboe dal mix e togliendo così spazio all’altro tastierista Mike Ratlege (più bravo di lui e membro fondatore storico, ma ora un po’ in disarmo), che si rifugia quindi nel sintetizzatore minimoog.

E’ la versione dei Soft Machine che ebbi il piacere di vedere in concerto per ben tre volte, venendo loro spesso in Italia all’epoca. Per tutto il tempo i due pianisti, uno da una parte e uno dall’altra del palco, pigiavano sui tasti bianchi e neri intessendo tappeti di armonie e accordi, intanto che batterista e bassista pulsavano ritmo, animosi e precisi. Cosicché a centro palco lui, coi capelli a paggetto il viso lungo e le mani enormi ed affusolate oltre ogni dire, snocciolava su quella meravigliosa Gibson diavoletto bianca a tre magneti gragnuole di note su scale astruse, estese anche a due ottave, coprendo mezza tastiera senza dover strisciare col palmo, tanto le dita erano oblunghe ed agili.

Uno spettacolo: stare razionalmente dietro a quello che faceva non si poteva, la velocità in certi passaggi e la costante libertà tematica del suo fraseggio erano imprendibili, una specie di slavina di note investiva il cervello degli astanti ed allora l’unica era lasciarsi andare, farsi sopraffare dall’estemporaneità, dall’imprevedibilità, dalla dinamica del suo discorso chitarristico. In un amen insomma, ed anche questo disco in studio lo dimostra, l’ultimo venuto aveva declassato i Soft Machine a gruppo accompagnatore delle sue elucubrazioni su e giù per la tastiera, con i compagni ben contenti e condiscendenti e che sarebbero andati avanti ad libitum in questa situazione.

Invece niente… Mr. Allan Holdsworth all’indomani della registrazione di quest’album disse loro: “Sapete che c’è, me ne vado a suonare col gruppo di Tony Williams, il batterista dei miei sogni, è una vita che aspetto di farlo!”. La botta fu quasi fatale, sicuramente i Soft Machine da quel momento in poi non seppero più fare a meno di avere un chitarrista fra le proprie file, arruolandone un paio virtuosi quanto si vuole, ma non irresistibili come Allan purtroppo per loro.

Il gruppo Soft Machine ancora esiste, benché ignorato dai più. Si sono rimessi insieme circa dieci anni fa, dopo uno iato di oltre trent’anni. Non essendo personalmente molto portato al (quasi) jazz cerebrale nonché sperimentoso del loro periodo pre-Holdsworth e tantomeno alle elucubrazioni psichedelico fricchettone della primissima fase “canterina” (quella con Kevin Ayers e il giovane Robert Wyatt ancora in grado di suonare la batteria), trovo quest’album il più interessante della loro corposa, ma non vastissima discografia (13 pubblicazioni). A merito soprattutto di Allan, uno dei miei eroi della chitarra che in queste tracce viaggia come un treno.

Carico i commenti...  con calma

Riassunto del Bot

La recensione esplora come l’arrivo del chitarrista Allan Holdsworth abbia dato una svolta decisiva ai Soft Machine con l’album Bundles del 1975. Il disco rappresenta una virata verso sonorità jazz fusion virtuose, allontanandosi dal cerebralismo dei lavori precedenti. L’autore ricorda anche le sue esperienze ai concerti della band e sottolinea la centralità di Holdsworth nel sound di questo periodo. Nonostante la breve permanenza del chitarrista, Bundles resta un apice creativo nella discografia dei Soft Machine.

Tracce video

01   Hazard Profile, Part 1 (09:17)

02   Hazard Profile, Part 2 (02:15)

03   Hazard Profile, Part 3 (00:32)

04   Hazard Profile, Part 4 (01:25)

05   Hazard Profile, Part 5 (05:26)

06   Gone Sailing (01:02)

07   Bundles (03:14)

08   Land of the Bag Snake (03:35)

09   The Man Who Waved at Trains (01:50)

10   Peff (01:57)

11   Four Gongs Two Drums (04:09)

12   The Floating World (07:12)

Soft Machine

I Soft Machine sono una band britannica della Canterbury scene, fondata da Daevid Allen, Kevin Ayers, Mike Ratledge e Robert Wyatt. Dalla psichedelia fine ’60 passarono a un audace jazz-rock sperimentale, firmando capisaldi come Third. Dopo continui cambi di formazione e la guida di Karl Jenkins negli anni ’70, si sciolsero nel 1984; dal 2015 sono tornati in attività con il nome Soft Machine.
29 Recensioni

Altre recensioni

Di  Giona

 Il genere proposto si sposta verso un jazz-rock poderoso ed elegante, dai tratti antesignani della fusion.

 Le tastiere di Karl abbracciano languidamente le eteree armonie del flauto, trasportandoci in volo nella parte più blu del cielo.