Copertina di Soundgarden Down on the Upside
47

• Voto:

Per appassionati di rock alternativo e grunge, fan di soundgarden e degli anni '90, amanti della musica classica rock rivisitata
 Dividi con...

LA RECENSIONE

"Down On The Upside" a bocce ferme, anzi fermissime.

Ora che gli '00 sono in procinto di concludersi e mi guardo indietro piuttosto che avanti, le uscite classicamente rock, di quello che si bagnano esclusivamente entro i propri lidi, fanno pensare che sia tempo di magra.

Ed ecco che dopo anni di ascolti costanti del capolavoro (senza enfasi alcuna) "Superunknown" ti scopro il suo successore, il mio attuale disco rifugio, un rimando ai suoni e ai sapori musicali che furono. Chiamatelo pure invecchiamento precoce, ma necessito di poco altro per occupare le mie giornate musicalmente, mi basta infilare nel lettore questo dischetto blu coi faccioni dei membri del gruppo, e sedermi sulla vecchia e comoda poltrona dei suoni che furono.

I suoni: che belli questi suoni qua. Pastosi, curati, ovattati, sono la miglior veste possibile per un rock multiforme, a partire da una batteria d'annata (Matt Cameron, ora in forza ai Pearl Jam), per arrivare alle chitarre dagli aromi psichedelici del bravo e spesso sottovalutato Kim Thayil, passando per il basso dal suono valvolare di Ben Sheperd che è un continuo strizzare l'occhio ai seventies. La voce di Chris Cornell prosegue quella ricercatezza che aveva caratterizzato "Superunknown", donando varietà ai pezzi ora accarezzando, ora graffiando, mantenendo sempre il timbro che lo rende riconoscibilissimo tra mille.

Insomma, a fronte di un 2008 che ci propone (o ci propina) monolitiche schitarrate che gigioneggiano nella staticità assoluta e che citano il passato senza avvicinarvisi lontanamente, (e qui tutte le mie dita puntate contro la recente uscita dei Black Mountain) preferisco trincerarmi in un'uscita che dodici anni fa fu considerata, a torto o a ragione, poco rilevante.

A dire il vero, questa è la sorte che tocca a quei dischi su cui grava opprimente l'ombra monolitica di un recentissimo (e glorioso) passato, e gli esempi sono innumerevoli: "In The Wake Of Poseidon" dei King Crimson, il terzo dei Led Zeppelin, l'omonimo dei Portishead, "Henry's Dream" di Nick Cave o "Ege Bamyasi" dei Can per citare giusto i primi che mi vengono in mente. Le aspettative divengono spesso insostenibili, e ciò che ne scaturisce deve avere come condizione necessaria l'essere deludente, in molti casi senza il dovuto e necessario approfondimento.

Nel caso di questo "Down On The Upside", che fu tacciato di eccessivo imbolsimento dopo il già consistente ammorbidimento del predecessore, dando l'impressione non del tutto corretta di definitiva svendita del gruppo alla macchina dello Show Biz, al melodismo privo di mordente.

Come già precedentemente sottolineato il maggior pregio del disco è la varietà, che è anche il segno della maggior distanza possibile dall'irruenza di "Badmotorfinger"; ora il gruppo si muove tra controtempi arzigogolati intelaiati su una buona dose di melodia, ("Zero Chance", "Overfloater") bilanciati da brevi incursioni nel territorio dell'hard rock più veloce e trascinante ("Never Named") e la magniloquenza di pezzi dichiaratamente anthemici. ("Burden In My Hand", "Pretty Noose")

Non tutto quel che c'è sul piatto è succulento, ed ecco che la volontà di strafare genera ad episodi privi di mordente come la scimiottatura del post rock di "Applebite" o l'improbabile shred su banjo di "Ty Cobb", e a dirla tutta i pezzi sono decisamente mal posti in scaletta, generando lunghi momenti di noia poi improvvisamente spezzati dagli episodi migliori. (tra tutti, forse, "Never The Machine Forever")

In conclusione il voto non lo metto, perchè non voglio rivalutare un bel niente, una cosa non è bella o brutta in relazione a come se ne parla, ma sulla base di questo e quel fattore sapientemente sposato con gusto ed ispirazione: tiratelo magari fuori dal cassetto, ecco, e prestateci ascolto.

Magari come me lo scoprirete con poche rughe ad irrigidirne i lineamenti, che sono ancora freschi e giovani, magari lo rilegherete a quel "grunge" che pressapoco in quel periodo andava incontro al suo grande freddo.

Io nel frattempo premo nuovamente play, riparte "Pretty Noose" e sorridendo non ci penso più.

Carico i commenti...  con calma

Riassunto del Bot

La recensione rivaluta l'album 'Down on the Upside' di Soundgarden, spesso sottovalutato rispetto al celebre 'Superunknown'. Il testo mette in luce la varietà sonora e la cura della produzione, enfatizzando il ruolo di ogni membro del gruppo e la capacità di mescolare melodie con passaggi hard rock. Nonostante qualche calo nella scaletta, l'album rappresenta un rifugio musicale affidabile e un degno rappresentante del grunge tardo anni '90.

Soundgarden

Soundgarden sono una band di Seattle tra i pionieri e massimi esponenti del grunge, famosa per l’urlo stentoreo di Chris Cornell, i riff oscuri di Kim Thayil, una sezione ritmica devastante e album che vanno da 'Ultramega OK' all’iconico 'Superunknown', passando per la violenza di 'Badmotorfinger'. Sciolti nel '97, tornati per una reunion che ha lasciato strascichi (e un album), e quindi di nuovo silenzio.
31 Recensioni

Altre recensioni

Di  3poundsoflove

 Ripetere il successo di Superunknown era la vera mission: impossible.

 Se avete amato questa band, o le future evoluzioni del buon Cornell, non farete fatica ad ammettere a voi stessi che questo è un disco da portare, nascosto agli occhi dei benpensanti, sull’isola deserta.


Di  StoneAgeWoof

 "Down On The Upside riflette la fine della stagione più infuocata del decennio e di una delle band che maggiormente l'hanno rappresentata."

 "Un album scostante qualitativamente ma tutto sommato accettabile come pagina conclusiva del proprio percorso artistico."


Di  FabbioAW

 Questo lavoro aveva in sé il potenziale per essere l’opera magna dei Soundgarden.

 Si tratta di un disco capace contemporaneamente di stancare e di elevare la mente.


Di  Ynamusic

 La cosa più splendida dell’album è a mio parere la voce di Cornell, folgorante e graffiante.

 Tutto sembra niente, le cose non sono quelle che vediamo, c’è il velo dell’apatia che le distorce e ci stordisce.