Per tutti i nostalgici dei primi '90, come me, rispolvero questo gioiello di rara bellezza che servì a dimostrare che i Soundgarden non erano solo un incrocio bastardo tra Led Zeppelin e Black Sabbath.
Qui la band di Seattle aggiunge nuove ed eccitanti aperture melodiche alle loro tipiche atmosfere ombrose degli esordi, con la voce di Cornell che si conferma sempre di più strumento aggiunto, già, perché è proprio di uno strumento che si tratta in questo caso: uno strumento che regge benissimo il confronto con la possente base ritmica creata dagli altri tre.
Superunknown non rappresenta il canto del cigno del grunge in quanto già non appartiene più a quella scena, ma si estende a nuovi e inesplorati (si fa per dire) orizzonti: e qui cito le ottime Black Hole Sun e Fell On Black Days, canzoni manifesto e non dell'album.
Ma forse la band di Cornell non è mai appartenuta al pianeta grunge, o non del tutto per lo meno.
È proprio in quest’opera che il quartetto di Seattle raggiunge la completa maturità.
Mailman, la traccia che forse mi emoziona di più, con un riff 'cazzospaccatuttotritaognicosa' e la voce devastante di Chris.
Soundgarden/Cornell mi portano fortuna.
Questa partita rimarrà impregnata nel mio cuore insieme con le note di "4th of July"!
Superunknown è energico, cazzuto, tenebroso, convincente.
Mailman, cazzo, trasmette angoscia, vibra coinvolgente su quel riff metal che opprime.