Steven Spielberg
The Post

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Niente da dire, Spielberg è una sicurezza. Ma in questo caso mi sembra quanto mai necessario distinguere tra una grande storia vera e una trasposizione cinematografica che grande non può dirsi. Solido, chiaro, nitido, ben scandito, ma non grande. Una versione troppo poco ambiziosa del cinema spielberghiano, troppo didascalica, quasi una lezioncina di libertà rivolta al resto del mondo: “Guardare come siamo liberi in America!”.

Che poi è anche giusto, e fare confronti con la situazione italiana, anche odierna, fa venir voglia di piangere. È proprio l'impostazione generale del film che mi pare troppo tranchant, imperniata su alcuni dissidi macroscopici in cui la distinzione tra bene e male è sempre netta. Ecco, la figura di Nixon, trasformata in villain puro, è esemplificativa della scarsa propensione di questo film a sondare le sfumature.

Eppure alla sceneggiatura c'è Josh Singer, coautore de Il caso Spotlight. Ecco, quel gigante del cinema sul giornalismo non aiuta di certo le pellicole che sono venute dopo. Troppo bello, troppo ricco di sfumature, dettagli e finezze per essere anche solo eguagliato.

Spielberg fa il compitino, va sul sicuro con gli attori, dando l'impressione di un complessivo già visto. Meryl Streep, Tom Hanks, bravi, perfetti, ma la sensazione è proprio quella di un cinema che se la suona e se la canta, di un cinema politico ma per modo di dire, che parla di cose scottanti quando ormai sono lontanissime e non interessano più a nessuno (sì, sto ripensando all'ultimo Clint, che fa il contrario).

Credo che un film di questo tipo non abbia una vera incisività, è pura agiografia di quei “grandi giornalisti che ebbero il coraggio di...”. Mancando un vero contraddittorio, raffigurando il governo come il male, la questione viene posta su un livello che non è tanto diverso dal cinema d'avventura, supereroistico. Ci sono i paladini del bene e le forze oscure governative.

I nodi problematici, come il rischio di subire ripercussioni finanziarie e l'andare contro ad amici di vecchia data, vengono riproposte svariate volte, quasi fino alla ridondanza. Sono sicuramente il lato più interessante dell'opera, ma la narrazione risulta un po' didascalica e ripetitiva. La problematicità lascia ben presto spazio al crescendo trionfalistico del Washington Post, con tanto di musiche celebrative del vecchio John Williams.

Eppure, alla fine resta qualcosa, resta un grande tributo al giornalismo, anche ai suoi meccanismi pratici d'una volta, ormai superati, al suo essere sempre in bilico tra la volontà di pubblicare le più scottanti notizie e la paura che per questo si verrà messi sulla graticola. Nelle scelte di un editore insicuro si concentra tutta l'essenza del fare giornalismo, dell'essere scomodi anche quando questo significa mettere i bastoni tra le ruote a degli amici. Una grande storia appunto, per un film purtroppo non altrettanto grande.

6.5/10

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Commenti (Sette)

joe strummer
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Almotasim
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Analisi convincente.
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algol
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Film ai limiti dell'inguardabile se non fosse per Streep ed Hanks. Compitino è la parola giusta, in più afflitto da una lentezza (che poi è un tratto distintivo dell'estetica spilberghiana) che mai come in questo caso appesantisce la narrazione. Zero ritmo, riprese pedisseque. Per poco non mi addormento in sala. Due palle.
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teenagelobotomy
teenagelobotomy Divèrs
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Avrei potuto vederlo, settimana scorsa, insieme a quello di Clint, ma non l'ho mai nemmeno preso in considerazione, nonostante i tanti pareri altisonanti letti in giro. Il manicheismo tipico di queste produzioni, giornalisti bene - Nixon male assoluto, era tanto evidente da far salire la nausea. A parte il fatto che i film sul giornalismo, americani specialmente, sono, salvo pochi casi (Spotlight non è male, ma nemmeno un filmone secondo me), intrisi di retorica (utilissima poi in questo periodo trumpiano) sulla "grande nobiltà" di un mestiere ormai completamente sbugiardato dai tempi, dove è evidente che di nobile non c'è mai stato niente, ma solo interessi nel muovere il potere della stampa in una direzione o nell'altra. Oltre al fatto che si tratta di film verbosissimi e in ogni caso noiosissimi. E peraltro la Streep, per quanto brava attrice, mi risulta sempre insopportabile, in quanto massima rappresentante vivente dell'ipocrisia di tutto il circo hollywoodiano-liberal clintoniano-obamiano.
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joe strummer: Anch'io la detesto quando fa la paladina di stocazzo
hjhhjij: Sono d'accordo ma ragazzi tanto dovete solo vederla recitare, e su. E lì non c'è trippa per gatti, è eccezionale.
Falloppio
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Grazie del consiglio a questo punto se devo scegliere vado a vedere 50 sfumature....... Ahahahah
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joe strummer: Ho visto anche la forma dell'acqua. Quello merita!
hjhhjij
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No grazie Stefanù, non reggo più i tuoi film, quelli più recenti dico. Ps: son riuscito a vedere solo Ebbing porca vacca, joe. Il resto lo recupererò prima o poi. In compenso andrò a vedere "Black Panther" il primo film Marvel che mi ISPIRA FIDUCIA.
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joe strummer: Mi dirai cosa ne pensi, io ti consiglio tanto The Shape of Water
hjhhjij: Particolarissimo come dovrebbe essere ogni buon film del Toro. Sicuramente quello me lo vedrò, spero al cinema.
hjhhjij: Ps: Ebbing è molto bello. Voglio rivedere "In Bruges" per capire quale mi è piaciuto di più, ma lui mi piace molto e questo tipo di film, con il suo stile, con me vince facile.
Carlos
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Ben fatto Joe. Premessa: di Spielberg mi sono piaciuti realmente tre film: Duel (in particolar modo), Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo e Minority Report, in ordine di apprezzamento. Di questo che dire?! la parte finale è oscena e fa accapponare la pelle condivido, ma siccome la lentezza non è mai stato un problema per me, devo dire che mi ha intrattenuto bene: in particolar modo "i nodi problematici" di cui parli sono sì ripresentati spesso e sono la parte più interessante, come dici, ma in minima parte vanno addirittura al di là di quelli che individui ("l rischio di subire ripercussioni finanziarie e l'andare contro ad amici di vecchia data"). Un grande pensatore purtroppo quasi dimenticato ha detto che "le verità che più ci importano ci vengono dette a mezza bocca" e secondo me certe battute senza replica la dice lunga, non solo sui rapporti personali dei giornalisti coi politici ma sul ruolo del giornalismo come vero e proprio mezzo politico. La "questione morale" dei protagonisti purtroppo ruba l'attenzione a questa realtà che viene fatta emergere a tratti (purtroppo non ricordo le citazioni a memoria, dovrei rivederlo) per costruire al meglio l'apologia dei valori e dei diritti costituzionali e liberal americani, di cui Spielberg vuole farsi paladino, e il ridicolo mito dell'Individuo che può da solo cambiare le cose, tipico di milioni di film americani. Per concludere, un'ultima cosa: è vero che pare un po' inattuale e dunque con poca grinta questa pellicola, ma in un contesto politico come quello americano attuale si può ben capire a dove voglia arrivare la hollywood del partito democratico: La storia è vecchia ma gli attacchi al giornalismo, che per la sua limitata visione del mondo è una delle cose più importanti, sono attuali se pensiamo alle news che ci arrivano dalla Casa Bianca di oggi. Insomma, a me è piaciuto quasi tutto, ma prendendo in considerazione le limitate possibilità di essere del film stesso (non so se è chiara questa frase). L'ultimo terzo di film invece riesce a rovinare molto.
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Carlos: la DICONO lunga*
ma SOLO prendendo in considerazione*
joe strummer: Chiaro che la questione giornalistica è sempre attuale. Ma secondo me nel dettaglio questa vicenda si può applicare ben poco all'America di Trump, dove i giornali sono contro il presidente a prescindere ed è praticamente scontato che gli diano sempre contro. Cioè, è uno scenario troppo differente. Forse mi sbaglio...
Carlos: Paradossalmente per me vale proprio per quello che stai dicendo. Trump dà addosso ai giornalisti e loro lo combattono, come nel film i giornalisti vanno addosso alla politica sul Vietnam, compresa dunque quella loro contemporanea. Spielberg non vuole dire: la libertà di stampa in pericolo, ma affermare la politica del suo mondo liberal in opposizione a quella presidenziale. Questa è l'impressione che ho avuto io, ma magari è forzata o addirittura non vera. E' il significato che ho trovato al film, il cui obiettivo altrimenti risulterebbe nebuloso come tu stesso affermi. E di rado Spielberg rimane tra "il gnac e il pitac" (come si dice da me) e nemmeno il suo orribile finale epico lo fa.

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