Scrivere una recensione...non è certo una cosa facile! Ma dando un'occhiata in questo bellissimo sito, mi sono accorto di una cosa un pò strana... dove sono le recensioni degli album di Stevie Wonder? Io non le ho trovate, ma io non faccio testo, quindi per ovviare ad un falso problema, le scriverò io.

Dicevo, scrivere una recensione non è semplice, tanto più quando si parla di Stevie Wonder, è tanto più quando si parla di un album magnifico come Innervisions, quindi immagino che mi capirete e scuserete se non è di vostro gradimento. Entro nel vivo. Innervision, un album che tanta gioia e tanto dolore ha dato al nostro Wonder, visti i Grammy Awards vinti ma anche l'incidente che l'ha quasi ucciso dopo l'uscita dell'album.

Il disco (si lo so... ho venticinque anni ma mi piace ancora il termine disco...) parte con "Too High", pezzo che segue la strada segnata dagli album precedenti e che porterà al magnifico "Songs In The Key Of Life", un pezzo che, sebbene il tiro funky e la voglia di muoversi che mette addosso, ha come tematica l'abuso di droghe, che il nostro ai tempi conosceva bene. Segue il pezzo "Visions", che ci riporta con i piedi per terra, più che una canzone, un'arpeggio con la chitarra e con le corde vocali, pregno di temi fondamentali, del senso della vita, e della "visione più interna" che da il titolo all'album, in una suona parola, come suonerebbe Bob Dylan ad avere la voce nera. Il terzo pezzo "Living for the city", l'ho sempre considerato più che una canzone, un opera teatrale, magari un concept da sviluppare a parte, ma che già così è entusiasmante. Le tematiche sono la povertà, l'emarginazione ed il razzismo, emblematico il lungo intermezzo dell'arresto e del processo del ragazzo di colore a metà della canzone, che proprio dopo questa parte però, si apre e diventa quasi un inno alla voglia di farcela. Si continua prendendo fiato, con "Golden Lady", una canzone sprizzante amore e gioia, fra la bossa nova e i ritmi africani dei bongos. A metà Stevie ci prende per la giacca e ci invita ad alzarci e ballare con la celeberrima "Higher Ground", riff ripetuto migliaia di volte non solo da me ma anche da tantissimi musicisti che ne hanno fatto cover; anche in questo brano Stevie riesce a conciliare perfettamen ritmo serrato e funky a tematiche sociali. Tematiche sociali che continuano nel brano successivo, "Jesus Children Of America", una canzone, una preghierà, dove il funky si fa più cupo e va di pari passo alle tematiche, ed il peso delle parole di Wonder ci arriva direttamente sullo stomaco. A questo punto l'album si è già incupito, ed una punta di malinconia ci colpisce in "All Is Fair In Love", triste e malinconica ,appunto, ballad sugli amori finiti. Ma a questo punto Stevie ci da un'altro schiaffo in faccia ed una bellissima e provocante ispanica ci invita a ballare in "Don't You Worry 'Bout A Thing", nella quale Stevie ci invita a sorridere ed a non preoccuparci di nulla. L'album si chiude con la bellissima ballad di denuncia sociale "He's Misstra Know It All", che se non si conoscesse l'inglese potrebbe passare benissimamente per una dolce-amara canzone d'amore.

In chiusura "Innervisions" è e resterà uno degli album più belli non solo della discografia di Stevie Wonder, ma dell'intera storia della musica, e la sua importanza trascende l'album stesso perchè sarà la fase finale del percorso intrapreso dall'artista, negli anni Settanta, che avrà poi il suo massimo splendore in "Songs In THe Key Of LIfe".

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