Nove anni di attesa. Tanto è il tempo che è intercorso dall'ultimo lavoro di studio degli Stone Temple Pilots. E si che "Shangri-La Dee Da" non era certo lo zenit della produzione dei 4 di San Diego. Intendiamoci: dagli Stone Temple Pilots mi aspetto sempre la prova del primo della classe. Soprattutto perchè in ogni disco hanno evidenziato una crescita ed una maturazione talmente costante da rendere frenetica l'attesa per una nuova uscita. Con "Shangri-La Dee Da" invece l'ispirazione sembrava essere fermata. Temporaneamente o per sempre? Sino all'anno scorso avrei detto per sempre, in quanto la carriera di Weiland si divideva tra Velvet Revolver (band nella quale a mio avviso non c'entrava assolutamente nulla) ed una rinnovata vena solista. Ed i fratelli De Leo impegnati con gli Army of Anyone, avendo dato alle stampe un disco a mio avviso molto promettente, sembravano appoggiare la mia tesi. Invece, con mia grande trepidazione, proprio davanti a me da una decina di giorni ho questo "Stone Temple Pilots", primo lavoro di studio dopo, appunto, 9 anni.
Iniziamo a confutare qualche luogo comune. Per gli Stone Temple Pilots le scappatelle fuori dal gruppo contano poco. Qui non ci sono echi dei Velvet Revolver, nè degli Army of Anyone, nè della vena introspettiva di Weiland nelle sue scorribande singole. Semmai, a cercare con una certa pignoleria, si sente il ricordo dei Talk Show, band sempre dei fratelli De Leo formata quasi 15 anni in attesa che Weiland uscisse da prigione per i soliti problemi di droga. Per il resto, è un disco degli Stone Temple Pilots dalla prima all'ultima nota.
Pur rientrando pertanto nell'universo Stone Temple, il leit motiv del nuovo lavoro sembra essere una certa ispirazione da classic rock. Ispirazione che, va detto, permea quasi tutti i dischi della band dopo "Core". "Tiny music..." risentiva fortemente di Beatles e Cheap Trick, e "Shangri-La Dee Da" strizzava l'occhio ad una certa psichedelia pop-rock. Qui i riferimenti sono più marcati. Innanzitutto la struttura delle song: strofa-ritornello-chorus-assolo è praticamente il canovaccio di tutte le canzoni. Gli stessi assoli sono una novità. Conoscevo, ed ammiravo in maniera incondizionata, Dean De Leo per un innato talento nella costruzione di riff ed accordi ("Interstate Love Song" ha una base di accordi jazz nella strofa, bagnati da una distorsione pesante...). Ora assoli come quelli in "Between The Lines" mi stanno convincendo per una grande attenzione al particolare. Il protagonista assoluto del disco è pertanto il fratellone alla chitarra, che riprende le idee di "No.4" in "Take A Load Off" mentre riesuma il grunge con la G maiuscola in "Peacot" (stupenda).
La mancanza dietro il mixer di Brendan O'Brien invece sembra aver cambiato l'approccio di Robert al basso. Ora è un bassista nella scia di John Paul Jones. E' sempre sopra la media, intendiamoci, ma adesso si deve confrontare con brani nei quali il basso è più istituzionale, dimostrando grande flessibilità.
E poi c'è lui, Scott Weiland. Chi scrive, e sono alla prima recensione qui su debaser, è un drogato del cantante originario di Cleveland. Il suo pastiche Bowie/Morrison si conferma anche in questo nuovo lavoro, e per me è una goduria. "First Kiss On Mars" va ascoltata solo per la sua stupenda interpretazione, mentre le sue venature blues escono nella stupenda (e molto classic) "Huckleberry Crumble", una via di mezzo tra gli Aerosmith ed i Doors. In "Maver" è invece un crooner d'altri tempi, ed il pop da classifica è veramente dietro l'angolo.
Resta da dire che tutte le influenze della band sono presenti ma ben miscelate. Forse troppo evidenti in "Bugman" (già dal nome, Beatles a go-go), mentre è veramente inappropriata "Cinnamon", che mira alle classifiche estive. Di certo però il quartetto iniziale "Between The Lines", "Take A Load Off", "Huckleberry Crumble" e "Hickory Dickotomy" sono da incollarsi alle casse. E soprattutto quest'ultima dimostra che le idee ci sono.
"‘Meadow’ è un pezzo strepitoso, incredibilmente in perfetto equilibrio tra radiofonicità ed incisività."
"Un buon punto di ripartenza per gli STP, l’ennesima prova di coraggio per una band che rifiuta di arrendersi."