Copertina di Story of the Year A.R.S.O.N.
Trofeo

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Per fan di emo, post-hardcore e alternative rock, ascoltatori nostalgici degli anni 2000, appassionati di evoluzione musicale di band storiche, chi cerca nuova energia dalla scena rock contemporanea.
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LA RECENSIONE

Dall’inizio di questo millennio, gli Story Of The Year (SOTY per comodità narrativa) hanno fatto un sacco di strada. A parte l’assenza per quattro anni (2014-2018) del bassista Adam Russell, sostituito da Philip Snell, la lineup ha sempre retto, facendo affidamento sul rapporto di amicizia tra i membri fondatori Dan Marsala (voce), Ryan Phillips (chitarra), Adam Russell (basso, come detto) e Josh Wills (batteria). Tra le cose, non sono mancati periodi di pausa e anche un valido disco autoprodotto e finanziato dai fan, “Wolves”, che ha dato nuova consapevolezza e voglia di ottenere ottimi risultati, con il crowdfunding come base di partenza. Cosa tutt’altro che banale, verrebbe da dire.

"Page Avenue", primo storico album del 2003, ha consacrato fin da subito il quartetto post hardcore di St.Louis, in un periodo storico in cui il genere emo spopolava, affollando le stanze del mainstream. Gli Story Of The Year sono stati perennemente fedeli al loro genere e stile, nonché coerenti con le proprie idee. I riff articolati, le percussioni vivaci e la doppia anima vocale del frontman, che da sempre alterna uno scream molto aggressivo ed episodi più emotivi, guidati da una voce squillante ma calda all’occorrenza, hanno caratterizzato ogni lavoro della band.

Alle prime luci del 2026 esce “A.R.S.O.N.” (ancora su etichetta Sharp Tone Records), ottavo album in studio, preceduto dalla pubblicazione dei singoli "Gasoline (All Rage Still Only Numb)" e "Disconnected". Come per il predecessore “Tear Me to Pieces” del 2023, la produzione è affidata a Colin Brittain. Il nuovo lavoro, come ammesso dalla band, è a tutti gli effetti una sorta di continuazione del precedente, anche e soprattutto per i temi trattati: le difficoltà emotive, la voglia di rivalsa, il desiderio di distruggere e poi ricostruire al meglio (si veda la Lamborghini Countach incendiata in copertina). Il tutto, attraverso un’evidente crescita a livello di sound e composizione, senza alcuna perdita d’identità.

Mentre scopriamo il contenuto della tracklist non manca l’effetto nostalgia, attraverso soluzioni compositive che rimandano agli immortali “In The Wake Of Determination” (2005) e “The Black Swan” (2008). “See Trough” e “Halos” ne sono la dimostrazione più evidente, attraverso lo scream insistente e la coralità a ridosso dei ritornelli.

“Gasoline (All Rage Still Only Numb)”, già dalle prime note, strizza l’occhio al nu metal dei primi Papa Roach; non a caso in “Fall Away” troviamo come gradito ospite Jacoby Shaddix, che porta in dote il tipico rapping di inizio millennio, facendoci ripensare alle barre dell’immortale “Last Resort”.

“3 am” è la traccia più divertente dell’intero disco; il ritmo incalzante e il riff distorto sui refrain ci impediscono di stare fermi. Numeri alla mano, a una settimana dalla pubblicazione del full lenght, il pezzo è divenuto un vero e proprio banger. A farle il verso ma con un’impronta più catchy è “Good for Me/Feel so Bad”, che sfoggia un ottimo bridge, a darle carattere. In contrapposizione alla cupa aggressività di “Into The Dark”, troviamo la pacatezza delle ballad “My Religion” e “Better Then High”. In entrambe, Dan Marsala sfoga tutta l’attitudine melodica, in una riflessione sull’amore. Se nella prima traspare una dedizione ossessiva verso il rapporto con il partner, cantata attraverso le tante metafore d’effetto, nella seconda, accompagnata dalla chitarra acustica, c’è spazio solo per una nostalgica visione d’insieme.

“I Don’t Wanna Feel Like This Anymore” continua questo discorso, con una promessa evidente già dal titolo, chiudendo in modo pertinente l’altalena emotiva degli undici brani.

“A.R.S.O.N.” non porta con sé particolare innovazione o sperimentazione, porta conferme e tanta qualità. Questo non può essere che un pregio, dato che il meccanismo degli Story Of The Year è adeguamente oliato e ben funzionante. Un piccolo difetto è sicuramente la durata dell’opera, di poco superiore alla mezz’ora come la precedente e di parecchio inferiore, come minutaggio, ai primi lavori. È anche vero che “less is more” e che nel complesso le undici tracce scorrono a meraviglia, dando l’impressione di non perdere mai né il ritmo, né il filo conduttore. Nonostante sia palpabile, come detto, l’effetto nostalgia, questo lavoro vuole dimostrare che la band continua a maturare e non vuole far altro che affinare il tiro, alleggerendo il peso del tempo. E’ palpabile l’affiatamento, la voglia di fare sempre bene e l’entusiasmo nel voler divertire ed emozionare il pubblico, da parte di questi quattro amici nati, cresciuti e residenti a St.Louis, Missouri.

Per i fan affezionati si tratterà di aggiungere un altro disco alla loro preziosa collezione ed ascoltare nuovi pezzi durante i futuri concerti. Per chi scoprirà soltanto ora gli Story Of The Year, sarà un interessante punto d’inizio, per dare il via ad un lungo ascolto a ritroso, utile a conoscere l’anima di una delle band più divertenti e promettenti degli ultimi vent’anni.

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Riassunto del Bot

La recensione elogia A.R.S.O.N., ottavo disco degli Story of the Year, sottolineando maturità e coerenza della band. Il sound rievoca sia le origini emo/post-hardcore che nuove influenze nu metal, senza perdere identità. Spiccano entusiasmo, coesione e qualità, con un pizzico di nostalgia. Piccola pecca la durata: undici tracce scorrono rapide ma intense.

Story of the Year

Story of the Year è una band post-hardcore di St. Louis (Missouri), nata a metà anni ’90 come Big Blue Monkey e affermatasi nel 2003 con Page Avenue. Ha un suono che unisce aggressività e melodia, con temi tra introspezione e critica sociale.
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