Questa è la storia dei fratelli Pinco Pallo, tre floydiani alfa che non so che cazzo voglia dire, ma rende bene l’idea.
Per renderla ancor meglio, vi dirò che eran devoti a quel sacro culto che i burloni dell’epoca sintetizzavano con la frase “oh parte oscura della luna se tu fossi qui abbatteresti il muro!!!” Io li conoscevo bene, avevano un bar e lavoravo per loro.
E, anche se fare il barista era un lavoro di merda, in fondo non me la passavo male. I tre, a parte le discutibili preferenze musicali, erano buoni figlioli e non rompevano i cabasisi.
Tra l’altro mi fecero conoscere il Syd solista regalandomi, felicissimi di sbarazzarsene, la loro copia di “Opel” (la favolosa raccolta di inediti e outtakes uscita a metà ottanta).
Ricordo ancora bene quel che mi disse Roger, il maggiore dei tre:“questo disco è una enorme cagata”. E ricordo ancor meglio il risolino scemo/compiaciuto degli altri due in sottofondo, lo stesso che ancor oggi sento nelle orecchie quando qualcuno parla di Barrett.
Ora, se qualcuno ti ha fatto conoscere qualcosa che ti ha cambiato la vita, poco importa che l’abbia fatto per liberarsene. Quindi ai fratelli Pinco Pallo gloria imperitura. Anche se...
Ma andiamo avanti con la nostra storia. Un giorno cominciò a frequentare il bar un tizio male in arnese dall’aria dolce e sperduta. Se ne stava sempre in un angolo a sorseggiare the senza parlare con nessuno se non, ogni tanto, con i tre fratelli. C’era tra loro una specie di confidenza senza parole che risultava essere abbastanza strana. Sempre tentato di chiedere qualcosa non avevo però mai osato farlo. In fondo non eran cazzi miei,
Ecco, per farla breve, un giorno con quel tipo ci litigai, una cosa di poco conto, che ricordo appena. Leggermente spazientito chiesi a Roger “ma insomma, chi è quell’idiota?” “Oh, è mio fratello”. Ora, da quanto tempo il tipo frequentava il bar? Almeno un anno. E in un anno non avevo ancora capito che era loro fratello? E il fatto che gli avessi dato dell’idiota lo lasciavan passare così?
Di colpo mi venne in mente una storia che mi aveva raccontato tanti anni prima il mio amico Giorgio. La storia partiva da una cassetta che conteneva la musica più esoterica che avessi mai ascoltato fino ad allora.
“Chi ti ha registrato sta cassetta?”
“Stefano”
“……….”
“Era il ragazzo più brillante del nostro gruppo, disegnava come un dio e aveva gli occhi furbi e vivaci, tutti ma proprio tutti lo adoravano. Aveva tre fratelli che per lui si sarebbero buttati nel fuoco. Poi so che gli è morto il padre e tutto è andato a rotoli.”
Quel tizio male in arnese era lo Stefano di quell’antico racconto!!!
Diventammo amici, ovviamente. Aveva una impressionante collezione di dischi folk e una biblioteca favolosa e incoerente. Parlare con lui era fantastico, diceva sempre qualcosa di inaspettato.
Poi pian piano l’aumentare della stravaganza lo portò a rifugiarsi TOTALMENTE nel suo mondo. Un Barrett in sedicesimo.
Da allora l’associazione tra i quattro fratelli e i Pink floyd è per me automatica. L’antica devozione per il ragazzo brillante divenuta niente più che un’arida forma di tolleranza.
Poi certo, un gruppo musicale non è una famiglia e il music business non è un bar di paese. E i Floyd eran studenti di architettura e non tre baristi un po’ ottusi.
Stessa cosa però la distanza tra due mondi inconciliabili che eran riusciti a stare insieme solo fino a che la brillantezza non si era trasformata in quello che spesso è il suo corollario, ovvero una terribile fragilità.
Dedico quindi queste “Peel sessions” sia a Stefano, sia ai suoi fratelli.
Perché qui quei mondi inconciliabili si possono ancora incontrare e quel maledetto risolino scemo/compiaciuto di sottofondo non ha ragion d’essere.
Che tutto fila via liscio e non c’è né sonno, né stranezza, né polvere.
Niente “quadri grandi come una parete”, niente canzoni di quelle che sembra di star in una bolla un’attimo prima che scoppi.
Qui c’è solo pop...e un Syd clamorosamente in forma...cristallino, scanzonato, svaporato solo il giusto, guizzante come un pesce e forse ancora con gli occhi da furetto.
Ah, avrebbe potuto persino esser questa la final destination barrettiana, una leggera follia quasi da classifica. Ma non è andata esattamente così.
E comunque qui ci son cinque canzoni cinque. Tre finiranno in "Barrett", una viene da "Madcap, una e' un inedito.
Trasmettono una incredibile gioia. Ascoltatele in macchina, magari in primavera o mentre spunta il sole.
In fondo, per una volta, non son altro che belle canzoni...