Giornata di ferie forzate: una serie di pratiche burocratiche da terminare che la mia dolce metà, non che non si fidi eh, mi ricorda comunque mentre plana al lavoro scivolando nel traffico come burro su una padella calda. C’è un sacco di tempo mi dico. La fotografia sarebbe più o meno questa: sdravaccato sul divano con una mano nelle mutande intenta a grattare la palla sinistra e l’altra a solleticare l’ispida barbetta di tre giorni. Lo sguardo è rivolto ad un servizio che parla del triste epilogo sul Nanga Parbat. L’idea era proprio quella di scriverci un editoriale perché la montagna in generale la conosco abbastanza bene (running, trekking, ghiacciaio, ferrate, alte vie ecc) e ho letto decine di libri incentrati su successi e tragedie dal dopo guerra sino ai giorni nostri e non manco mai di fare una visita al festival della Montagna di Trento. Gente un po’ narcisa, ma dura e vera come piace a me: storie incredibili, spunti interessanti anche se non sempre condivisibili. La verità è che alcuni commenti letti in internet mi hanno strizzato le budella e spremuto con vigore la bile. Ognuno, a prescindere dal suo grado di conoscenza, ha il diritto di esprimere la sua opinione ma è la cattiveria e la durezza che mi ha schifato. Cazzo, sembrava ci godessero nel sentenziare la morte altrui.

Alzo il culo per spegnere la televisione, ho bisogno di qualcosa che mi faccia passare questa sensazione.

Da ignorante quale sono Terry Callier non lo conoscevo affatto ma il suo esordio "The New Folk Sound Of Terry Callier" mi è stato consigliato caldamente da un amico che gode di un credito illimitato in fatto di musica. Il lento incedere di “900 Miles” è quello che stavo cercando per coprire quel sapore amaro che mi si era depositato in bocca. La voce di Callier è calda, rassicurante e sì, mi fa godere quando aumenta la sua intensità con il crescendo fino al finale. Alzo la manopola del volume per riascoltare la ballata “Johnny Be Gay If You Can Be” con la voce calma che si appoggia perfettamente su un arpeggio delicato. Pare vedere un equilibrista in azione e l’armonia del termine in sfumando si diffonde nella stanza. Il cane che abbaia in lontananza pare stia apprezzando. Mi faccio schiaffeggiare dalla brezza sul terrazzino: il basso crea in “Cotton Eyed Joe” questa atmosfera immobile di pace totale, mi sembra di essere all’interno di una bolla di sapone che sale lentamente sospinta da un sospiro meraviglioso che non ha bisogna di usare la potenza per farmi venire la pelle d'oca. Chiudo questa descrizione con quella che dovrebbe essere la canzone più famosa del lavoro intitolata “It’s About Me”. Un pezzo nei cui versi tristi e intrisi di speranza verso il futuro si legge la voglia di emergere di un giovane artista di talento che in questo brano utilizza un timbro più marcato e potente.

Otto canzoni che si chiudono con la più articolata “I’m A Drifter” da assaporare e gustarsi con calma per un disco di grande livello, elegante mix di jazz, soul, blues e folk che merita di essere riscoperto. Il cd è terminato e mi sento bene, riesco a percepire il battito del cuore che rallenta, io che mi rilasso. Vedo lo schifo che esce, il bello della vita che entra.

Lo faccio ripartire.

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