Mi sento un tale partigiano nel parlarvi dei Clash che - come ho fatto finora - dovrei astenermi da un qualsiasi commento. I Clash sono stati i miei zii, il mio disagio adolescenziale quando gli altri ascoltavano i Led Zeppelin, mentre io andavo a giro con la maglia di “Sandinista” ed eleggevo Joe Strummer a proprio idolo personale. Ma non sono stato l’unico. L’Inghilterra del ‘77 fu inghiottita senza secondi appelli dall’impatto epocale di questo esordio. “The Clash”, ovvero quando i Clash ancora facevano finta di non saper suonare. “The Clash”, ovvero quel che fu definito da molte riviste britanniche del tempoil più grande esordio rock di sempre. Inutile esser così esagerati, ma se qualcuno si sbilanciò in tali iperboliche sentenze un motivo ci sarà stato.
Vuole leggenda che il cantante della pub-rock band 101’ ers Joe Strummer decise di fare fagotto all’indomani nel primo singolo del proprio gruppo, dopo aver ascoltato sconcertato uno dei primi concerti dei Sex Pistols. Figlio di ambasciatore e cresciuto in un ambiente alto borghese, Strummer si unì nei primi mesi del 1976 ai London SS, gruppo guidato dal chitarrista Mick Jones, ragazzo della working-class di Brixton, appassionato di un hard-rock debitore di vecchie glorie come i Faces e i Mott The Hoople. Unirono le proprie eccezionali doti compositive, nominando il nuovo progetto “The Clash”, “frastuono”, improntandosi verso un suono duro, compatto, guidato dalla rabbia ma anche dal gusto per la forma canzone. Cominciarono a scrivere testi che riflettessero i mali della società del tempo, i propri, gridando valori e ideali di militanza e lotta per i diritti sociali; Strummer e Jones, crearono a quattro mani, da formidabili Lennon/McCartney del punk, qualcosa di nuovo, qualcosa che aveva a che fare col neonato movimento certamente (tanto da diventarne immediatamente una vera e propria bandiera), ma che aveva in sé anche un forte richiamo alle radici più antiche del rock, quello più puro e senza compromessi. Era rock & roll ridotto all’osso, come quello dei Jam degli stessi anni era un beat-mod ridotto all’estreme conseguenze. Si riportava alla condizione grezza, di materia prima, le radici della storia pop, per innestarci sopra le proprie nuove, magnifiche creature. I nostri furono i primi ad innestare messaggi politici, peraltro taglienti quanto brillanti ed intelligenti, sul canovaccio del british punk.
Queste piccole schegge di massimo tre minuti divennero epici manifesti di una lotta nuova, quasi lucida, contro il sistema, considerato non come qualcosa di indefinito (un’istintiva protesta contro le autorità, dai genitori ai politici, ecc) ma come qualcosa di nominabile e individuabile, problemi che erano così veri come la disoccupazione e il razzismo da apparire crudi, brucianti senza patine, senza paroline delicate. La chitarra diventa la vera arma da usare, la musica uno strumento dell’impegno, non solo un mezzo per scandalizzare, mettersi in mostra o fare soldi. Nel mezzo riff immortali come quello del primo singolo “White Riot” (con tanto di sirena della polizia e vetri rotti nella successiva versione americana), “Career Opportunities”, la crudele e sarcastica “London’s Burning” (in futuro si passerà a una più tranquilla “ London Calling”, forse un segno dei tempi), il trascinante rockabilly Di “Remote Control”, fino al coraggiosa strigliata d’orecchie per gli yankee di “I’m So Bored With The U.S.A.”. Tanti cioccolatini per giovani rivoluzionari, ma la palma del capolavoro inaspettato spetta sicuramente a quei sei minuti sperimentali di “Police & Thieves”, che all’avvento del duemila venne eletta da alcuni come una delle migliori dieci canzoni del secolo. E’ (forse) un’altra esagerazione, ma questo non toglie niente alla bellezza stupefacente di questo semplice, appassionato brano: i Clash ci stupiscono estraendo con la cover di Junior Murvin la loro inedita caratteristica reggae, una novità che farà scuola nei pub delle suburbie inglesi, unendo con naturalezza l’omaggio a un genere musicale fino allora piuttosto trascurato e una dichiarazione di intenti, di essere una band che osa più dei loro contemporanei, e che consumerà il proprio breve iter artistico nello sforzo di andare oltre, di espandere i propri orizzonti, finendo per non essere più un gruppo punk, o un gruppo rock, ma semplicemente i “Clash”, arrivando ad essere definita due anni dopo con l’appellativo di ”the only band that matters”.
Da notare che il presente disco è stato pubblicato in due versioni, quella originale inglese del 1977 da quattordici pezzi e quella da quindici del 1979 per l’ingresso nell’ancora vergine mercato americano. E’ un importante distinzione perché le due copie presentano solo sei tracce in comune, le rimanenti tracce sono differenti per quanto in entrambi i casi validissime e con la statura di classico. Ed è difficile, quasi un gioco, decidere se una delle due raccolte è migliore dell’altra. Tra le meraviglie del disco inglese abbiamo l’ironica “Cheat” (con piccoli effetti speciali elettronici!), “Protex Blue” cantata da un’ispiratissimo Mick Jones, e il classico singalong di “48 hours”. Nella versione americana singoli storici come “Clash City Rockers” (e giù a scriverlo sullo zaino, sui banchi, col coltellino…), “White Man In Hammersmith Palais” (perfetta simbiosi di reggae e pub-rock), la cover di “I Fought The Law” e la famosa “Complete Control”, reazione alla scorretta gestione da parte del manager Bernard Rodhes del precedente singolo “Remote Control”, rabbiosa, quasi bolaniana per orecchiabilità, ma molto più ruspante, “proletaria”. Questa sarà anche la prima canzone in cui fa la propria comparsa lo storico batterista Topper Headon, dopo la fuoriuscita del provvisorio Terry Chimes. I Clash, finalmente a formazione completa e maturata, sapranno poi mettersi i guanti, e pochi mesi dopo all’arrivo negli States di questo cavallo di Troia accoppiato a successivo trionfale tour “Pearl Harbor ‘79“, le sorprese culmineranno con la nascita, proprio tra quelle terre lontane, del magnifico “London Calling”. E dopo niente sarà più lo stesso, Clash compresi.
"Il lavoro d’esordio dei Clash rischia di essere frainteso… È già un’evoluzione di quel punk."
"Non aspettatevi da 'The Clash' solo nichilismo punk, perché troverete molto altro… LA RIVOLTA!!"
Clash City Rockers è la prima canzone ad entrare in scena, diventando uno degli inni più memorabili del punk.
Secondo me questo album non può mancare nella collezione di un qualsiasi punkers.