Se la tristezza avesse il dono di esalare vibrazioni sonore, probabilmente suonerebbe come meste campane presaghe di lutto su uno sfondo di languide chitarre che sbavano. Se avesse il dono di apparire in visione a chi la chiama, avrebbe forse le sembianze di una chiesetta desolata ed ammantata di grigio-messa funebre. E non è detto che non lo abbia già fatto tutto ciò, la tristezza, servendosi della mente e delle braccia del buon Robert Smith.
Questo è Faith. È un'unica sensazione di meravigliosa angoscia impalpabilmente dilatata nel tempo. Procede lento come una goccia di rugiada traccia il suo sentiero sul vetro di una finestra, fra echi di rassegnata disperazione e note sbieche di pianoforte riecheggianti in una grotta dove "tutti i gatti sono grigi"... il suono di un qualcosa che vorrebbe venire fuori, ma sta troppo in fondo, non può uscire... sarebbe troppo. Le scorie dell'anima.
Scritto in un periodo di cui lo stesso Smith evita volentieri di parlare, Faith contiene tutto, ma proprio tutto lo spleen di un'anima troppo sensibile all'orgasmo del senso della sua percezione ingravidata da una Signora tristezza che muove le labbra a far loro asserire che "non resta altro che la fede". Poco prima, era il panico mal celato di Seventeen Seconds. Poco dopo, sarà l'energia malefica di Pornography. Qui, siamo nel cuore del nulla. Vuoto perché troppo carico. E lo sappiamo benissimo che è meglio prescindere dal sentirci piuttosto che salutare quintali di paure. Anni ed anni ed anni... la voce di Robert Smith suona come un'eco lontana di gemiti dispersi in un ghiacciaio, mentre la sezione ritmica di Gallup e Tolhurst scandisce un tempo in perpetua brama di spegnersi. Su tutto, orde di chitarre minimali e suoni sintetici vibrano, vibrano come le corde dell'anima, vibrano e fanno male, anzi non fanno niente, perché non esistono, non vogliono esistere e non lo fanno. E, alla fine, è meglio così.
Uscite di casa in un giorno fottutamente grigio e lasciatevi insanguinare dalla pioggia. È la stessa cosa.
"La sofferenza e la rassegnazione che trasudano da questa scarna melodia sono semplicemente intollerabili."
"Un malessere esistenziale e fatalista, tipicamente adolescenziale, che agli occhi di molti può apparire patetico e autoflagellatorio, ma scevro da quella maniera che caratterizzerà i lavori post-'Pornography'."
"Faith è il cammino dell’oltre tomba per un infinito paradiso terrestre."
"La Fede vince sulla paura della sconfitta, anche se Mary ha lasciato qualche strascico in Pornography."
Un disco che fa di dei "punti deboli" i suoi punti di forza.
Un infinito cielo grigio prima della notte più buia e allucinata di "Pornography".
Robert Smith è un genio. Solo un genio poteva creare 'Faith' in età così giovane.
Questo album semi-religioso è come una penitenza portata in giro con i concerti, un lavoro incredibilmente morboso e intenso.