"Benvenuta nella gabbia delle scimmie", ovvero la traduzione di "Welcome To The Monkey House" nell'accezione vonnegutiana del termine. Non ho ancora avuto occasione di leggere la raccolta di short stories (si potrebbe dire "racconti", tanto è lo stesso, ma visto che si tratta di una recensione dei Dandy Warhols, tanto vale cercare di essere un minimo "cool") che dà il titolo all'album che mi trovo oggi a recensire, pare sia introvabile, ma in qualche modo ho la certezza che abbia ben poco a che fare con questo melting pot di drum machine e sintetizzatori petulanti, di coretti in falsetto e di chitarre (quando si sentono) pseudo-grunge, di testi minimalisti e nonsense e stoccate d'ironia hipster come quelle che il frontman Courtney Taylor-Taylor snocciola nell'intro/title-track: "I Wire sono tornati/Hanno fatto causa agli Elastica/Quando Michael Jackson sarà morto, suoneremo "Blackbird". E dopo hits come "Not If You Were The Last Junkie On Earth" e "Bohemian Like You", i nostri non hanno trovato nulla di meglio che allearsi con Tony Visconti (produttore), Simon LeBon (cori nell'orecchiabile "Plan A") Nile Rodgers (chitarra in "I Am A Scientist", una delle migliori del lotto) e Evan Dando (che co-firma insieme a Taylor-Taylor la malinconica "You Were The Last High"). In questo marasma di collaborazioni, di produzioni esagerate e lussureggianti, di stupidità e pochezza ostentate quasi fossero le bandiere della perfezione musicale trovano poco spazio la sostanza e l'emotività. Che non sono mai state qualità proprie e distintive della musica dei Dandies di Portland, ma che in questo specifico caso sembrano davvero essere vicine allo zero.
Cosa si può cercare, dunque, in quest'album? Forse si potrebbe cercare di azzardare un'analisi. A un primissimo livello, "Welcome To The Monkey House" può apparire come una specie di cronaca di una crisi esistenziale avvolta nelle fasce gelide e brillanti dei sintetizzatori, e il suo andamento ricalca quello di una festa: si inizia ballando e saltando come pazzi ("We Used To Be Friends", scelta azzeccata come primo singolo) si prosegue con l'autocelebrazione più smaccata ("The Dandy Warhols Love Almost Everyone") si comincia a provare il gelo della "discesa" ("You Were The Last High", "I Am Sound") e si realizza la propria condizione di vuoto e mediocrità (la lunga e conclusiva "(You Come In) Burned", pastiche di oltre sette minuti che mescola trip-hop e psichedelia con risultati abbastanza positivi, ma forse allungando troppo il brodo).
Il bilancio di quest'album così pomposo e smaccatamente glam? Un insieme piuttosto raffazzonato di synth-pop, dance, funk e disco con qualche sbandata nella psichedelia più trancey e allucinata. Pochi ritornelli, poco divertimento, parecchia malinconia e decisamente, ripeto, pochissima sostanza. Se è questo l'emblema del cool, beh, allora...