Ascoltare un disco dei Decemberists è un po' come sfogliare uno di quei libri per l'infanzia, quelle raccolte di novelle zeppe di disegni che hanno il bizzarro destino di imprimersi nella memoria per sempre: vascelli pirata in balia delle tempeste, sentieri che si perdono in boschi misteriosi, animali nelle jungle, lupi che insidiano illibate fanciulle, vecchie case nelle praterie color pastello, spazzacamini. Immagini che retrogustano di scuola elementare, di sussidiari, e che finiscono per assumere colori stinti, quelli delle vecchie foto e dei vecchi televisori. Ascoltare il secondo disco dei Decemberists, uscito nel 2003 ad appena un anno dal debutto, è esattamente questo: recuperare qualcosa che si va a perdere nel passato, senza lasciarti mai capire dove, sicché ti rimane sempre la voglia di riascoltare il disco e di rigettarti di nuovo nell'avventura.
Da Portland Colin Meloy e compagni sbarcano sullo stereo di casa come una vecchia nave in un legnoso porto europeo: portano sulle spalle i loro strumenti, raccolgono i loro quattro stracci e attaccano un inconfondibile indie-folk, con la voce spigolosa e nasale di Meloy che, pur ricordando a tratti quella di una vecchia raffreddata al telefono, e sebbene pochissimo variata e modulata, sa dare ai pezzi l'aria che loro si confà, da vecchia stampa un po' anacronistica e surreale. Nella piazza di una cittadina ottocentesca o sui lungomare di legno di un porto offrono il loro spettacolo festoso, come zingari o artisti di strada: a tratti inscenano un appassionato e cigolante gangster folk con tinte che coprono gli States dalle campagne del sud alle metropoli ("Shanty For The Aretusa"), a tratti, dopo aver cambiato le scenografie di fondo, indossano vecchi costumi e si danno al vaudeville ("Billy Liar"), altrove si comportano da veri menestrelli itineranti e clarinettanti ("Los Angeles I'm Yours").
L'ordito strumentale è sempre molto semplice: chitarre acustiche, organo, fisarmonica, una batteria discreta ma non accessoria. Ogni tanto spunta qualche fiato (come nel bel finale di "The Soldiering Life"), archi, pianoforti. Mai nulla è fuori posto. In "The Gymnast, High Above The Ground" l'atmosfera si fa sospesa, con l'arpeggio di chitarra che sembra vibrare come il vento sulla faccia; il pezzo resta morbido anche quando entra un drumming ribattuto sullo sfondo, anche quando le aperture dei ritornelli fanno alzare la canzone dal suolo e gli archi la sospendono a mezz'aria. Oltre sette minuti che non annoiano affatto, grazie a un'esecuzione splendidamente mimetica. Tutto il disco, in realtà, ha sonorità aperte, en plein air, primaverili, e non c'è nulla da stupirsi se Meloy si mette a cantare "finiculì finiculà" durante "Song For Myla Goldberg", perché quando sono allegri i Decemberists non lo nascondono affatto, anzi, ti trascinano tra loro tirandoti per la maglia. E il bello è che non sono mai tristi, ma al massimo solo un po' accidiosi e guardinghi (come in "The Bachelor And The Bride", con accordi e organo più noir), o nostalgici (come nell'acustica "Red Right Ankle"). Quando poi sono fiacchi e slombati, dilegini e appesantiti, lo sono come un vecchio marinaio mezzo ubriaco stravaccato sulle panche di una fumosa taverna, sempre con un occhio aperto, e allora nascono pezzi memorabili come la mossa "The Chimney Sweep", che sa di Inghilterra dickensiana, soprattutto quando attacca la fisarmonica e si viene catapultati in rosse periferie ottocentesche dove un suonatore mendicante, all'angolo della strada, sputacchia per strada tra una canzone e l'altra. Fuligginoso sfrenamento, presago di "The Mariner's Revenge Song" in "Picaresque".
E così si chiude il libro, dopo un'infilata di dolci ballate e momenti più barcollanti ed ebbri, che ti restringono e spalancano gli organi come una fisarmonica, facendoti entrare tra le loro pieghe al primo ascolto. I Decemberists richiudono gli strumenti in custodie polverose e salpano di nuovo: ma hai la netta impressione, mentre la gente li saluta sventolando i fazzoletti, che da te torneranno presto.