Copertina di The Groundhogs Live at the Astoria
March Horses

• Voto:

Per appassionati di blues rock, fan della musica live vintage, estimatori della scena british blues anni '60 e '70, collezionisti di album live classici.
 Dividi con...

LA RECENSIONE

Se dovessi riassumere i Groundhogs, o l'emaciato chitarrista/cantante Tony McPhee, in una sola espressione, userei le seguenti semplici parole: dignitosi perdenti. Nell'esplosione del british blues dal '68 in poi hanno avuto qualche momento di buona notorietà (vedasi il picco di fama immortalato nel Live At Leeds '71, di spalla ai sempre più distrutti Rolling Stones), soprattutto nella trilogia (per chi scrive, imprescindibile) di Thank Christ For The Bomb - Split - Who Will Save The World?. Con quel tris di opere, le marmotte incidevano un hard-blues occasionalmente venato di psichedelia e vagiti progressivi, trovando la loro dimensione ideale

Poi, l'oblio: gli Zeppelin spazzarono via persino la serie A del genere, figuriamoci l'ensemble di McPhee, che nel frattempo si arrangiò buttandosi sulle sperimentazioni di Hogwash, album non particolarmente apprezzato. Poi, con poche pause, il chitarrista continuò a portare avanti questo piccolo nome con album abbastanza simili fra loro, uscite live per pochi appassionati e poco altro.

Il "Live At The Astoria", che presenta una performance del 1998, è la summa di quanto espresso nei trent'anni precedenti: una musica sincera, appassionata, grezza e squisitamente "vecchia". McPhee si presenta in trio assieme a tali Chipulina (basso) e Correa (batteria), e incide un'ora di sanissimo blues rock. I pezzi variano (variano?) da composizioni originali a riadattamenti, da segnalare in particolare la splendida e durissima "Eccentric Man", l'accoppiata "Split pt.1 - pt.2", "Cherry Red" ed un paio di classici di W. Dixon, "Shake For Me" e "Down In The Bottom". La musica che si ascolta è omogenea o perfino monotematica, con la sezione ritmica martellante e la chitarra che si perde e si ritrova in fraseggi logorroici solo a volte scanditi dalle parti vocali, quasi accessorie. Lo stile chitarristico di McPhee, pur debitore dell'influenza psichedelica che colpì Hendrix e Cream, riflette una sincera dedizione alla Musica in sè, i suoi riff abrasivi a volte rigorosamente classici (la tradizionale "Groundhog Blues"), altre volte rumoristi e acidi. Per appassionati è un eufemismo, ma gli appassionati possono godere.

Carico i commenti...  con calma

Riassunto del Bot

Live at the Astoria cattura l'essenza sincera e passionale dei Groundhogs, emblematici del british blues anni '60 e '70. Tony McPhee e il suo trio propongono un'ora di blues rock grezzo e autentico, con pezzi originali e classici riadattati. L'album è una testimonianza della dedizione alla musica e della continuità di uno stile genuino, rivolto agli appassionati del genere e ai nostalgici di un'epoca ormai passata.

Tracce testi video

01   Shake for Me (04:01)

04   I Want You to Love Me (04:50)

05   Split, Part 1 (09:18)

06   Split, Part 2 (08:27)

08   Still a Fool (08:07)

09   Cherry Red (09:47)

11   Down in the Bottom (04:50)

The Groundhogs

The Groundhogs sono un gruppo blues rock inglese guidato dal chitarrista e cantante Tony (T.S.) McPhee. Nati nei primi anni ’60, hanno affiancato John Lee Hooker in tour e raggiunto l’apice tra 1970 e 1972 con gli album Thank Christ for the Bomb, Split e Who Will Save the World?, intrecciando blues duro, psichedelia e slanci proto-progressive. Attivi con varie formazioni fino al 2014.
04 Recensioni