LA RECENSIONE

E' con un flamenco distorto ed allucinato (Why?) che il risveglio si fa di nuovo brutto sogno.

Il ritorno alla vita nelle strade caotiche e rumorose di New York riviene ad essere un viaggio ripetitivo, cupo ed annichilente (“Night After Night”).

Percorrendo le stradine dei bassifondi può comparire un locale e può altrettanto succedere di incappare in una festa dove stracci di uomini ballano un altrettanto sbrindellato e caracollante Rockabilly suonato dai Cramps in un momento pessimista e demoniaco (“Wee Dewgees”).

“Boom Like I Like It” è il logico proseguo alla cavalcata degli orrori che la band ha appena intrapreso. Il sound si fa teso come l'esplosione che attendono per annientare il presente che vivono al quale non vorrebbero appartenere.

A Soho in mezzo a tanta depravazione può apparire pure un “Batman” quando meno te l'aspetti!

Gli Honeymoon con questo divertissement oltraggioso ci fanno respirare una boccata di aria non sana ma sufficientemente spassosa da permetterci di uscire almeno per un istante dal senso di claustrofobia che per ora i cunicoli poco illuminati ci hanno concesso.

Solo un attimo appunto!

Il male è dietro l'angolo, “Pain in Easy” lo esclama con passo cigolante e marziale come se il gruppo ci tenesse a mostrare il legame che li vincola ai Teenage Jesus e alla No Wave più perversa e crudele.

E' buono e a buon mercato (Good'n'Cheap) il bluesaccio licantropico che ci propinano dal marciapiede giusto al fianco di un cassonetto dai quali due cagnacci zoppi e bavosi hanno appena finito di rovistare per il boccone ammuffito della serata.

Si esce dai vicoli dritti dritti su una delle tante strade trafficate della City (“Motor City” appunto). Bisogna attraversare ma come fare se la strada è un budello infestato da tanti Travis Bickle (“Taxi Driver”) che tutto hanno tranne l'intenzione di lasciartelo fare.

Ciò nonostante ce l'hanno fatta!

“Here We All Are”!

Un sospiro di sollievo, l'alba, sono tutti sopravvissuti dopo questa notte che non aveva minimamente l'intenzione di terminare.

Se “Honeymoon Killers From Mars” è un viaggio nel oscurità più animalesche e perverse, “Love American Style” non può che essere il day after, il risveglio dal sonno più allucinato ritrovandosi, nonostante tutto, di nuovo impantanati in una realtà non dissimile da quella dell'incubo appena vissuto, una sorta di passeggiata dentro al “Giudizio Universale” di Bosch ambientato nella notte maligna e grottesca di “After Hours”.

L'album è un affresco tumefatto di una civiltà urbana annientata da uno stile di vita caotico, un immagine di irrazionale ed insana follia dettata da una totale mancanza di scopi “alti” ai quali arrivare.

E' la reazione viscerale ad una volontà di fuga dalla jungla urbana nella quale gli Honeymoon Killers oramai sono inesorabilmente ed insolubilmente legati da una duplice catena.

Anime non più caste al macello!

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Riassunto del Bot

La recensione esplora l'album Love American Style dei The Honeymoon Killers come un viaggio oscuro e disturbante tra le strade caotiche di New York. Il sound è teso, viscerale e ricco di riferimenti alla cultura punk e no wave, dipingendo immagini di follia urbana e alienazione. L'album si presenta come un'affascinante e cupa immersione in un mondo sotto pelle, capace di catturare l'angoscia di un'esistenza urbana senza vie d'uscita.

The Honeymoon Killers

Musicisti newyorkesi di noise/blues rock con inclinazioni no wave e rockabilly, attivi tra il 1984 e il 1994. Guidati dal cantante/chitarrista Jerry Teel, hanno pubblicato album feroci e sgangherati come The Honeymoon Killers From Mars, Love American Style e Hung Far Low.
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