A sessanta anni suonati, in tutti i sensi, l'ex batterista dei doom metal Pentagram e dei Raven (nonché nell'ultimo disco in studio dei seminali Blue Cheer) si cimenta in questo disco di cover accompagnato da una piccola selva di musicisti, suoi “segugi”, da qui il nome della band “The Hounds Of Hasselvander” (“i segugi di Hasselvander”), nome ispirato tra l'altro da una frase di Julian Cope usata in una recensione sui Pentagram per descrivere l'aggressività delle chitarre di Joe.

Si perchè, è bene ribadirlo, Joe è un polistrumentista, anche se principalmente drummer, che qui si cimenta nel cantato e alla chitarra, lasciando il posto alla batteria all'ex Plasmatics T.C. Tolliver, mentre al basso lo accompagna l'altro ex Pentagram Martin Swaney ed alle tastiere l'italiano Paolo “Apollo” Negri.

L'idea delle cover nasce in contemporanea alla stesura del suo secondo album solista, “The Ninth Hour” del 2011, ma il lavoro vedrà la luce solo un lustro più tardi, nel 2016.

I brani scelti hanno la peculiarità vincente di appartenere a band poco conosciute (vedi gruppi oscuri come i Damnation Of Adam Blessing o i Trooper) o di essere per lo più brani meno conosciuti di band famose ma non certo mainstream. Il tutto rimanendo sempre in ambito proto-metal tra la metà degli anni sessanta e settanta. Lo stesso Joe afferma nel booklet che questi artisti hanno rappresentato per lui la ragione dell'origine dell'amore per il metal tutto.

E allora non sarà difficile trovare in queste dieci tracce (più due intro) tutta l'eccitazione e il trasporto per una musica che al tempo ha rapito la mente del giovane Joe, a cominciare da una “Strange Movies” dei Troggs resa ancora più viziosa dell'originale dal trattamento di “doomizzazione”, con un finale che sa di amplesso orgiastico parossistico.

Senza dimenticare, tra gli alti e i bassi che spesso caratterizzano i dischi di cover, la scoperta galvanizzante, per chi scrive, di “Primitive Man” (dei leggendari Jerusalem), un pezzo che ti conquista e ti trascina via come un fiume in piena, pronto a sotterrarti sotto una valanga di riffs una volta che ti sei arreso alla suo potenza.

Aggiungiamo poi che, oltre alla componente doom, l'altra costante dell'album è la voce roca di Joe, un perfetto epigono del Lemmy più catramoso che, ad esempio, si materializza perfettamente nel blues originale di “Teachin' Blues” di Bob Seger per trasformarlo in uno stoner anfetaminico ed esaltante.

Meno convincenti come scelta invece le due tracce che concludono il viaggio: “Come And Get It”, classico dei Blue Cheer e “One Eyed Trouser, Snake Rumba” degli Humble Pie. Forse perchè, essendo due carri armati-rock molto pesanti, finiscono per condurre l'ascolto con fatica verso la fine.

Da segnalare che, nelle intenzioni di Hasselvander, il progetto doveva avere un seguito con una seconda parte di cover. Noi, dopo sette anni, rimaniamo ancora in attesa.

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