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The Triffids
Born Sandy Devotional

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Una volta mi capitava spesso di dover spiegare a coloro che non li avevano mai sentiti, la grandezza assoluta dei Triffids di David McComb, una grandezza per me così evidente e trasversale che mi rende ancora oggi estasiato di fronte ai loro dischi. Oggi non me lo chiede più nessuno purtroppo chi erano i Triffids. Sembra non interessino più neanche alla coraggiosa Domino Records che qualche anno fa si avventurò in un percorso di fantastiche ristampe retrospettive in CD, incluso il magnifico cofanetto decuplo “Come ride with me...” ormai introvabile in questi tempi grami di Eurovision festival. I dischi dei "trifidi" sono praticamente tutti fuori catalogo ma il loro valore non è diminuito di un’oncia nel tempo.

Riscoprire oggi un capolavoro vero come “Born Sandy Devotional” significa innanzitutto rendere omaggio, ancora una volta, al genio e al talento di David Mc Comb. Cantante, musicista ed autore tormentato e straordinario. Ancora oggi David rimane uno dei frontman più inediti, affascinanti e, in definitiva, tragici della musica tutta. Come tutte le leggende, David non si vide mai invecchiare, forse perché era già così vecchio e consumato dentro, quando se andò a soli 36 anni. Per tutta la sua breve vita aveva sofferto di dolori vari e di dipendenze da tutta una serie di sostanze, tra cui alcol, anfetamine ed eroina; il suo alcolismo fu probabilmente causa delle sue condizioni cardiache che alla fine diventarono disperate, fino al trapianto di cuore che provò a restituirgli un futuro. La leggenda ci racconta che l’uomo visse ancora qualche anno prima di arrendersi ai suoi vizi e suoi tormenti e il suo cuore nuovo alla fine si rifiutò di appartenergli. David aveva solo 36 anni e lasciò un vuoto incolmabile in tutti quelli che lo avevano amato, come uomo e come musicista. Per fortuna restano i suoi dischi visionari, epici, inarrivabili. Nick Cave a parte, l’Australia non avrebbe mai più conosciuto un talento simile.

In varie interviste McComb raccontò spesso della natura autobiografica di Born Sandy Devotional. C’è innanzitutto un senso di appartenenza fortissimo alla terra da cui proviene, le coste, il vento, i deserti, il mare. Ma è una geografia tutt’altro che celebrativa. Qui il sole è accecante e la polvere riempe fastidiosamente gli occhi. Il “bush” australiano dove qualche tempo dopo i Triffids registreranno l'estemporaneo "In the Pines" è una visione post apocalittica dche sembra uscire da un sequel di Mad Max. E l’orizzonte sconfinato degli antipodi tramortisce anziché rigenerare. C’è un senso di immobilità che atterrisce, dove tutto sembra uguale ed immutabile da secoli.

Nello spazio di 10 canzoni di altissimo livello, in "Born sandy devotional", McComb affronta e invano cerca di esorcizzare, accettare o negare i dettagli sordidi e disordinati della sua stessa vita. E la sua band lo segue, esplorando senza retorica alcuni temi cari alla generazione di sopravvissuti al punk. Violenza, morte, impegno, infedeltà e isolamento. Sullo sfondo sempre la desolazione dell'Australia natale che non sembra in grado di dare alcun conforto, solo eterna maledizione. I riferimenti al mare e alle spiagge perdute di questo paese abbondano ma non consolano. Mai. Come nel pezzo iniziale, l’ipotetico Calypso di “The Seabirds”, già indimenticabile. Il suono si riempe di un lirismo forte e celebra nei suoi quattro minuti scarsi l’epopea di uomo che lascerà la sua vita in dono ai gabbiani, proprio su una di quelle spiagge assolate fotografate in copertina. Musicalmente non riesco a dare una collocazione precisa al suono dei Trffids, così gravido di influenze sia folk che rock da non essere facilmente classificabile. A volte mi ricordano i Simple Minds sospesi da qualche parte tra Sons & Fascination e New Gold Dream, altre volte, e la sparo grossa, penso addirittura a dei preistorici Arcade Fire e alle loro epiche cavalcate, trent’anni prima… Difficile far paragoni. Prendete la sfumatura vagamente country di "Estuary Bed" che porta con se quel suono così australiano che solo in alcuni pezzi dei Go Betweens potrete ritrovare. E penso a "Part Company" o a "Man of Sand and Girl of Sea" tanto per capirci. Siamo finiti dalle parti del Jangle Pop dei Church di Steve Kilbey forse? Non credo… lo dimostra subito dopo “Chicken killer” che è una mazzata sulla nuca, alla “Birthday Party” di re inchiostro. E che dire della dolcezza spiazzante di “Tarrilup Bridge”, cantata da Jill Birch con voce tenue ed insicura a contrastare il timbro quasi baritonale di Mc Comb al quale ci eravamo quasi abituati. E poi folli vortici di rumore e gli echi ululanti di "Lonely Stretch”, dove la musica barcolla come un treno fantasma di un carnevale scurissimo. "Lonely Stretch", come lo sarà nel lato B del vinile la splendida "Wide Open Road", è una “road song” atipica, ma qui né l'autista né l'auto sopravvivono al viaggio, in una landa prosciugata e brutalizzata, lo stesso terreno emotivo del narratore. L'impatto dei testi è determinante ma anche le scelte musicali si dimostrano originali e si permettono di non seguire mai un percorso lineare preciso. A volte il suono che ne scaturisce richiama la "Big Music" dei Waterboys di Mike Scott, ma non concede nulla allo spettacolo seppur facendo della grandiosità un valore imprescindibile. In "Born sandy devotional" le tastiere si impadroniscono spesso delle canzoni, le chitarre a pedali e lap steel di Graham Lee punteggiano con costanza le composizioni insieme al violino di Robert Mc Comb ed al il basso pulsante di Martyn Casey. La stessa “opulenta” produzione di Gil Norton pre-Pixies dona all'album un suono corposo, a tratti quasi spectoriano. Le canzoni sono le migliori che David Mc Comb abbia mai scritto e coprono un ampio spettro di stili. Che si tratti delle qualità sinfoniche di “Wide open road”, il loro pezzo sicuramente più celebre e celebrato, o delle tastiere rotolanti del blues incalzante di "Personal Things”, la mia preferita in assoluto.

Tutti questi vari temi ritornano intrecciati in "Stolen Property", forse la canzone che racchiude in se tutta la filosofia emotiva ed il complesso suono dei Triffids, il loro Bignami. È una traccia che parte in sordina e si concede un crescendo devastante, con un funereo mix di tastiere e archi frastagliati, incrollabile nel suo senso di disperazione, rimpianto, rabbia e perdita. Al di là della bellezza assoluta del pezzo, ciò che emerge una volta ancora è il ritratto di un giovane uomo (23 anni!!!) che valuta quanto poco ha ottenuto nella vita mentre lotta per far fronte ad un senso di impotente solitudine. Potrebbe essere un testamento “Stolen property”, capace di esser evocativa ed aperta a qualsiasi altra interpretazione si voglia ma gravida di quel senso di perdita e di disperazione che non prevede rimedi. Resta, in chiusura del disco, il tempo per la breve e immacolata coda di “Tender Is the Night”, una filastrocca gentile che è una piccola perla. Cantata da una Jill Birt in versione Moe Tucker, mai così convinta, l'outro di "Born Sandy Devotional" getta finalmente un po’ di luce e di speranza, dopo tanta sofferenza.

Il disco è tutto qui e vi assicuro che nei suoi 45 minuti mal contati è di una ricchezza incomparabile. Ad oltre 35 anni dalla sua uscita iniziale, “Born Sandy Devotional” rimane a mio parere uno dei veri capolavori sottovalutati della musica. Epico nella portata e impeccabile nell'esecuzione, questo album è allo stesso tempo distintamente australiano nell'atmosfera, ma universale nell'appeal e non è un caso che, seppur scritto e concepito "down under", il disco sia poi stato registrato in Inghilterra, rivelandosi una sapiente sintesi fra le radici della musica popolare e rock con le nuove tendenze degli eighties (post punk, neo psichedelica, elettronica). Dal giorno della sua uscita, il 1° marzo del 1986, ho sempre pensato che prima o poi sarebbe stato riconosciuto come un capolavoro, un “Born to run” del mondo capovolto. A David sarebbe piaciuto il paragone con lo Springsteen disperato e perdente, non con quello milionario. Anche Mc Comb avrebbe meritato fama e riscatto come un piccolo Boss, invece è morto solo e quasi dimenticato nella sua Perth, un milione di chilometri lontano da qui. Non dimenticatelo.

Commenti (Dodici)

DaniP
DaniP
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Grandissimi Triffids.


lector
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imasoulman
imasoulman
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sono andato a vedermi cosa avessi messo a rappresentare questo discone nella mia retrospettiva dei 100 dischi-Aussie
l'ascolto di imasoulman: Aussie? Oh ssì! ovvero: tra Maghi di&...
ecco, sì, proprio 'Personal Things', quindi sulla preferita siamo d'accordo
e sono ancora d'accordo con il me stesso che, allora, scrisse quelle due cagatelle descrittive:
'i Doors che quelli della mia generazione poterono vivere in diretta. Solo fascinazione della voce del compianto David McComb? Eh no, anche un blues trasfigurato dal post-punk che volava su spazi immensi, oceano davanti agli occhi e deserto alle proprie spalle'
scusa l'autocitazone, sia lode a una rece che ogni tanto ci rende ancora felici e col cuore gonfio e pesante d'emozione nel momento in cui si vede in casapagina la copertina di un disco così


Nevadagaz: Grandissima nota, "cose personali" che andrebbero tramandate...
imasoulman: beh….si sarà capito, dalle mie parti i Triffids sono piezz’e core
Battlegods
Battlegods
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Disconi oni oni...


luludia
luludia
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un bellissimo disco...


woodstock
woodstock
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In questo periodo di fake infestanti e totalizzanti è sempre un piacere vedere qualcuno che sappia scrivere e che proponga cose di valore. Grazie e, ancora una volta, bravo. Questi andrò a pescarmeli


Annette
Annette
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Ultimamente mi imbatto spesso in musica australiana, di cui, fino a poco tempo fa, non sapevo quasi nulla. I Triffids sono per me una scoperta abbastanza recente, ma che bella scoperta!


musicalrust
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Ecco un'altra mia lacuna che dovrò colmare prima o poi, anche perchè già so che mi piaceranno e pure tanto. Recensione praticamente perfetta ... as usual!


hjhhjij
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asterics
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HOPELESS
HOPELESS
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Martyn P. Casey & The Bad Seeds.


macmaranza
macmaranza
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Non li conosco, ma ho letto il capolavoro di John Wyndham "Il giorno dei Trifidi". Che c'entri qualcosa?


imasoulman: beh...come farebbe a non c'entarci? è proprio da lì, che viene il nome
macmaranza: E io che ho detto? Haw! Haw! Haw!
imasoulman: ah era una gag, non capiiiii...

Ocio che non hai mica acceduto al DeBasio!

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