INTRODUZIONE: Spesso quando si ascoltano per la prima volta dei dischi si pende dalle casse dello stereo tutti speranzosi di avere fatto un buon acquisto. Almeno personalmente, c'è un' istintivo voler credere che sia così; in effetti al primo ascolto si notano più i lati positivi di un disco, malgrado ci si convinca che prevalga l'elemento del ‘non capirlo ancora abbastanza'.
In realtà, con il tempo mi sono reso conto che, sì, il primo ascolto è importante, ma addirittura per valutare bene un disco, bisognerebbe annotare tutte le sensazioni che si hanno dal primo fino all'ultimo ascolto che sia più analitico e profondo, e infine tirare le somme matematicamente. Diversamente si corre il rischio di esprimere un giudizio che si crede oggettivo (cioè valido, almeno minimamente, per tutti), "definitivo", ma sotto l'influsso di una passione momentanea
Per un gradimento al primo ascolto, questo disco non ha avuto bisogno di un accoglienza positiva da parte mia: è stato esso stesso che mi ha travolto con la sua verve ("cazzimma" come si dice in Campania) fuori dagli schemi, con la sua grinta, godibili all'ennesima potenza poiché non risultato di faciloneria o strafare, ma di grande maturità compositiva che mi fanno pensare ad un accurato lavoro in studio [anche perché secondo me nei dischi d'esordio, non potendo i musicisti praticare la barbara usanza di comporre durante la tourné col convincimento di essere assorbiti dalla musica fino alla pura ispirazione, non rischiano di essere troppo esausti per una composizione in piena lucidità], forse musa di quegli altri episodi del disco, alti e intensissimi, di nostalgica psichedelia (Autumn Shade, Homesick, Country Yard, Mary Jane). Un disco facilmente riconoscibile (per chi lo conosce) e omogeneo nel saper far convivere con estrema non-chalance uno spirito fracassone con uno psichedelico [la cui sintesi emblematica del disco sono gli appassionati vocalizzi psichedelici, che spesso divengono isterici, abbondanti nel disco: "ohhhh, ooooo- o- oh...." et cet.] senza risultati patetici.
Forse l'elemento chiave del disco è la personalità dei Vines, qui coraggiosamente e pienamente esplicata che porta a proporre canzoni che si distinguono da quelle contemporanee per gli umori che trasmettono: non c'è l'abusato decadentismo lamentoso e facilone, né la grezzità di molto garage-rock, né la banalità del pop "radiofonico", ma suoni curati, buonumore, ironia, freschezza. Riescono ad amalgamare, in canzoni ben strutturate, melodie cristalline (degne degli anni '60-70) con una sinergia chitarra-basso-batteria degna del repertorio dei Nirvana (la cui esecuzione li ha formati come musicisti).A coronare il tutto la splendida voce di Craig, se non altro molto originale. Questo disco è stato acclamato dai più della critica, ma certi critici, almeno in Italia (ma anche i "critici" amatoriali di questo sito), giustamente, hanno voluto andarci un po' più cauti.
La mia riflessione è: perché penalizzare degli artisti che hanno saputo sintetizzare in modo così sapiente e personale il meglio del pop-rock degli utimi quarant'anni? Soltanto perché sono in fondo dei garage-rockers (lo erano anche i Pixies, cocchi della critica) che piacciono molto ad un pubblico giovane? Soltanto perché è finita l'epoca delle pietre miliari del rock? Ma questo non significa che le intuizioni del classic rock [volendo intendere il rock prima del '94, convenzionale anno della morte del rock insieme a Cobain] non possano essere rielaborate in maniera "moderna"(e altamente evoluta) creando un disco memorabile. I Vines devono pagare lo scotto di essere venuti dopo. Se la recensione vi sembra una "sviolinata" ai Vines, sono giustificato dal fatto che hanno iper-abusato di sviolinate molti critici riguardo ad alcuni dischi già famosi ed eccessivamente celebrati, e allora perché non farlo anch'io facendo conoscere questo "gioiello"?? Non ci credete? Ascoltate per esempio "In the Jungle" e sentirete scoppiettanti Nirvana alle prese con decelerazioni lisergiche (!) e riaccelerazioni isteriche, la poetica "Autumn Shade" (l'atmosfera autunnale è presente in tutto il disco e perfino nella copertina vintage-psichedelica), "Higly evolved" in cui batteria, basso e voce (e poi chitarra) fanno l'amore in modo tanto intenso quanto breve, "Factory" scanzonata a guisa di Beatles con basso distorto e chitarra alla Nirvana, le ruggenti "Get free" e "Outtathaway", la commuovente "Country Yard", le digressioni di "1969" (liriche-ammissione dello stesso Craig delle radici sessantine del gruppo e titolo tributo agli Stooges) e tanto altro... e testi che non parlano di ragazzine e corteggiamento!!!!
Un disco imprevedibile, il buonumore è assicurato!
In quest’album non troverete niente di nuovo, niente che nel rock degli anni ’90 non sia stato già scritto.
Questo è l’album che fa per voi poiché ripercorre con freschezza e intelligenti ispirazioni un decennio di guitar-band.
Il disco si apre con un pezzo che senza giri di parole definirei essenziale nella sua immediatezza, 'Highly Evolved'.
La semplicità è la prerogativa dei The Vines e si manifesta attraverso i riff elementari dei chitarristi.
L'aspettativa era altissima. Ma, no, niente di tutto ciò.
Un ottimo disco ma da qui a dire che questi avrebbero rubato fans agli Strokes... un pelo esagerato.