Nel 1996 l'ultimogenito di Bob Dylan ci riprova. La sua band è smembrata, ma lui, da autentico figlio di papà, non ha bisogno di sudare granché per farsene una: basta dire "Se entri nella band ti faccio conoscere mio padre" ed è fatta.
Aldilà dei modi con cui ci è riuscito, Jakob Dylan ritorna ad avere una band e ad incidere un disco. Questa volta è subito major, è subito MTV. Ed è subito "One Headlight", traccia numero uno di questo "Bringing Down The Horse" del 1996. Altrettanto in fretta arrivano i miliorni di dollari, i primi piani nelle copertine dei magazines, i dischi di platino e gli MTV awards. Bellina la canzone, ma soprattutto azzeccatissima in questo incedere, che sembra peraltro la versione root rock della base di "Lessons In Love" dei Level 42. Canzone-manifesto per un bello dalla faccia originale, dalla vocalità scarsa e pressoché deliziosamente insopportabile come quella paterna, e per un giovane tanto rispettoso delle tradizioni (potrebbe essere altrimenti?) quanto realista, conscio cioè che molto di ciò che rese papà suo una leggenda (una leggenda miliardaria), nel 1996 (ed a maggior ragione aujour d'hui) otterrebbe nella migliore delle ipotesi solo un paio di felici recensioni su DeBaser (il ché, comunque, di per sé non è poco).
Poppettara e radiofonica, dunque, la sua musica root, perlomeno però non votata al culto dei Byrds(-R.E.M.) come fu per non poche bands d'allora: Jakob in famiglia aveva già il proprio modello ispirativo, e per tutto il disco potrete sentire quell'organo suonare come se stesse sommessamente fischiettando il proprio motivetto per conto proprio, come fu per la celeberrima "Like A Rolling Stone".
Troverete un altro paio di brani sulla falsariga di "One Headlight", con "Bleeders" che ne rappresenta la variante più rock. Poi, un tris di rockettini validi ed orecchiabili che per struttura (non per suoni ed arrangiamenti) han poco di root; un pugno pieno di caramelle, di cui un paio salvate sulla linea grazie al sapiente uso della slide-guitar. Di questa manciata di candies, "Three Marlenas", col suo riffetto à la "Sweet Jane" è la più riuscita quanto la più zuccherina.
Quindi ascolterete una ballad, secondo miglior singolo del disco per piazzamento in chart, intitolata "6th Avenue Heartache", nel cui ritornello la voce minidotata di Jakob si fa aiutare da mezza band, con la scusa dei controcanti e delle seconde voci. Ritornano alla mente i migliori episodi della carriera di Bob, e le mille tonalità del giallo delle foglie cadute in autunno.
Un disco leggero leggero, educato e di buone maniere, come in fin dei conti parrebbe essere questo bel ragazzotto degli anni novanta. Senza pretese di farti urlare al miracolo, solo intrattenerti con disinvoltura. E fottersi quattro dischi di platino, of course.