Settanta minuti per ventitré canzoni.
Più che canzoni direi sketch surreali, schegge impazzite. Prendete uno specchio gigantesco la cui riflettente superficie contenga tutta la musica degli ultimi 40 anni e compiete lo sventurato gesto di scaraventarlo a terra con violenza. Ecco, avete ottenuto i frammenti incompleti che compongono Mother Of All Saints (oltre che sette anni di guai!).
Sarò sincero con voi, ascoltarlo non è impresa facile; occorre armarsi di pazienza e curiosità e dedicarcisi completamente, almeno per 70 minuti. Non è il genere di musica che puoi usare come sottofondo per leggere o fare dell'altro: esige la tua attenzione. E non ti ripaga MAI! Anzi, devi continuamente perdonare i suoi eccessi, le cadute di tono, i numeri meno riusciti.
Tra feedback insopportabili, raffiche di mitra, rumori concreti, voci di sottofondo e scordature da brivido, a volte emergono ritornelli pop maledettamente orecchiabili oppure arpeggi di chitarra sublimi, o ancora riff hard-rock da scorticare la pelle. E il tutto ha un aspetto così incompiuto e abbozzato!
Descrivo una traccia a caso per rendere un poco l'idea.
Hummingbird in a Cube of Ice (che titolo!): all'inizio un po' di rumore che potrebbe provenire da una chitarra come da un carro-armato, pausa. Ancora rumore per qualche secondo poi, tra echi e riverberi, la batteria propelle una sorta di funk zoppicante (Pop Group? Minutemen?); schitarrate alla Sonic Youth introducono i Residents con strombazzi di sottofondo e come intermezzo un po' di sano tribalismo heavy metal, e che cazzo!