Jazz, folk o espressionismo form?
E' impresa ardua etichettare l'arte di Tim Buckley ma è altrettanto difficile trovare nella storia della musica contemporanea una voce-strumento così straripante ed eclettica capace di passare con estrema naturalezza dal baritono al falsetto.
"Starsailor" è il punto di arrivo di un'avventurosa ricerca iniziata cinque anni prima, un tortuoso percorso che si chiude com la magia di "Song to the siren".
Il navigatore delle stelle fà con la voce quello che John Coltrane aveva fatto con il sax e Jimi Hendrix con la chitarra, e lo fà consumandosi esistenzialmente, spingendosi verso un'ipotetico "oltre" che lo condurrà, a solo ventotto anni, ad una drammatica morte.
Buckley riusciva nella capacità improvvisativa, nell'istrionismo della voce ad essere un Caronte dei cieli, traghettarti tra i Serafini e lasciarti là a contemplare.
Questo disco è, e sempre sarà, una perla inclassificabile: un panegirico di emozioni diversificate in cui parlare di canzoni è impossibile.
"La voce di Tim un saliscendi impetuoso di note ardite e impossibili che ti strappa il cuore e lo stringe a sé."
"Il Navigatore Delle Stelle ha osato 'guardare' il Sole in tumulto. Ed è vivo."
Un volo, che ad ogni battito d'ali si alza, glorioso e immenso, che per ogni costellazione attraversata ricade negli abissi più neri, sfiorando la morte.
Starsailor non è un disco difficile o facile, non è rock, non è jazz, non è neanche musica. È una rotta tracciata a caro prezzo dal navigatore delle stelle.