Copertina di Uada Interwoven
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Per appassionati di black metal, fan degli uada, estimatori di esperimenti folk e chi cerca nuove sonorità acustiche.
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LA RECENSIONE

Uada, una band ha sempre saputo lasciare qualcosa di memorabile agli ascoltatori; questa la loro descrizione in maniera molto sintetica. Americani, ispirati da sonorità black metal e melodic death metal, hanno pubblicato il 10 aprile 2026 il loro quinto album in studio, questa volta tuttavia c’è un’importante novità. Ebbene sì, questo album in studio non è un album di inediti, bensì è un album acustico in cui vengono rivisitati alcuni dei loro brani più noti in chiave folk. Band come Agalloch o ancora prima i Bathory, nel corso dei decenni scorsi, hanno introdotto elementi acustici e/o atmosferici in un contesto black metal, tuttavia qua davanti, con questo disco, ci troviamo un prodotto eseguito totalmente in acustico, come se (nonostante siano americani) in quelle fredde zone della Scandinavia l’elettricità non fosse mai esistita. Questo Interwoven si apre con una versione acustica di “Djinn”, brano in origine contenuto nell’omonimo album in studio; le chitarre distorte e la batteria sono sostituite da arpeggi di chitarre acustiche e strumenti etnici, accompagnati da una voce insolitamente pulita. L’esecuzione, seppur per lo più rielaborata, rimanda in maniera chiara al brano originale, soprattutto per chi già conosce la loro discografia passata, per chi invece si approccia la prima volta a questa band, si trova dinnanzi un buon folk, magari non eccessivamente originale, ma ben eseguito. Seguendo questa formula, il brano seguente reinterpretato è “Devoid Of Light”, dall’omonimo primo album in studio; anche qui alcuni riff saltano all’orecchio per la loro efficacia in veste acustica, anche se parte dell’aura black metal inevitabilmente viene persa, al suo posto la voce assume un ruolo differente e ben più centrale rispetto alla versione elettrica del brano. “The Dark Winter” e “The Purging Fire” sono le altre due canzoni ad avere le sorti delle due precedenti; comprendiamo quindi la loro scelta di rendere “unplugged” una traccia per ognuno dei loro quattro album in studio, le più note tra la loro discografia. Questo dettaglio ha riportato alla luce, almeno dal mio punto di vista nel momento in cui scrivo questa recensione, certi aneddoti riguardanti il live unplugged dei Nirvana, fattispecie quelli riguardanti la scelta da parte di Kurt di non suonare in acustico alcuni dei loro brani più noti per non ricadere nel banale; in questo caso, sebbene non sia paragonabile né la loro notorietà né il loro stile musicale, i nostri Uada hanno compiuto un ragionamento diametralmente opposto, scelta che probabilmente dividerà l’opinione dei fan. Non è a caso l’aver citato i Nirvana in questa recensione, infatti, se anche fin ora abbiamo accennato soltanto di quattro tracce dai loro quattro album in studio, il disco in realtà è composto da sei; queste due rimanenti sono cover, una delle quali si tratta appunto di “Something In The Way” dei Nirvana. Cosa c’entrano loro con il black metal? Evidentemente nulla, ma sebbene la scelta di inserire due cover sia con ogni probabilità data da motivazioni prettamente discografiche, la band dimostra come non ami rifugiarsi in certi stereotipi di genere. L’altra cover in questione è “Der Brandtaucher”, dei ROME, band neofolk lussemburghese; e con questi due brani si chiude questo loro quinto album in studio. Arrivati alla fine, per tirare le somme di questo lavoro è necessario svuotarsi da ogni clichè dell’immaginario black metal, innanzitutto per via della sua natura acustica, ma soprattutto per la struttura stessa dell’album. Come appena detto, le due cover conclusive probabilmente sono date dall’esigenza di rilasciare questo progetto come album, dal momento in cui solitamente al di sotto di un certo numero di brani e durata certe pubblicazioni sono considerate Ep. Pertanto, emerge la volontà della band di voler pubblicare a tutti i costi un nuovo album, mancanza di idee o volonta di sperimentare? Questo è il dilemma. A valutarlo in maniera obbiettiva, possiamo affermare come sia un album che si ascolta in maniera molto scorrevole, senza troppi fronzoli, tuttavia credo che non tutti arriveranno ad apprezzare questo loro ultimo lavoro; manderà molto più d’accordo appassionati di musica folk che appassionati di musica metal, e di questo sono profondamente convinto. Dal momento in cui credo che la musica vada valutata per quello che è, io personalmente promuovo questo album, sicuramente non brillerà di originalità ma ha tutti gli ingredienti per essere considerato come un lavoro portato a termine; tuttavia, immedesimandomi nell’ascoltatore avido di metal estremo che probabilmente si aspettava un quinto album in linea con i precedenti, non posso biasimare la suddetta delusione. Un sei politico è la valutazione finale di questa opera, in attesa di vedere che strada prenderanno i nostri Uada.

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Riassunto del Bot

Il quinto album degli Uada, Interwoven, abbandona le sonorità metal per un approccio totalmente acustico e folk. La band rielabora alcuni dei propri brani più noti e aggiunge due cover, sorprendendo sia i propri fan che gli amanti del genere. Il risultato convince più i cultori del folk che i metal-head, ma resta un lavoro curato e godibile, pur non brillando di originalità. La scelta coraggiosa divide l’opinione pubblica.

Uada

Uada è una band melodic black metal statunitense formata a Portland (Oregon) nel 2014. Ha pubblicato gli album Devoid of Light (2016), Cult of a Dying Sun (2018), Djinn (2020) e Crepuscule Natura (2023).
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