Vent’anni dopo, “Define the Great Line” resta un piccolo miracolo artistico. In un momento in cui gli Underoath avrebbero potuto limitarsi a replicare il successo di “They’re Only Chasing Safety”, scelsero invece di rischiare.
Oscuro, coraggioso e profondamente umano, il quinto album trasformò il combo di Tampa da promessa della scena post-hardcore a punto di riferimento per un’intera generazione.
Un disco che non ha mai cercato di essere facile da amare, e forse è proprio per questo che non ha mai smesso di esserlo.
Più tensione, più ombre, più silenzi rispetto al passato.
Il risultato è una tracklist di undici brani urgenti e sinceri.
Certo, non è tutto oro quel che luccica.
Non sarebbe trascorso molto, infatti, prima che la band si affrancasse rispetto alla propria posizione all’interno del circuito del cosiddetto ‘rock cristiano”. Qualcosa che a pensarci oggi fa sorridere, ma che all’epoca provocò una eco piuttosto rumorosa anche all’interno dei fandom meno devoti.
C’era da chiedersi se “They’re Only Chasing Safety” fosse solo una posa, se tutti i ringraziamenti ad ‘everybody in the Church’ di Spencer Chamberlain durante i live fossero il frutto di una convinzione da rispettare oppure una patetica ricerca di attenzioni travestita da consapevolezza di un tossicodipendente.
Molti dei testi che nel 2006 potevano sembrare preghiere o confessioni spirituali, oggi suonano quasi come il diario di persone già in lotta con dubbi, disillusione e senso di colpa.
«Dimmi cosa devo fare, ma entrambi sappiamo che né tu né io abbiamo davvero il controllo»
canta Aaron Gillespie in “A Moment Suspended In Time”.
«Tutto questo potrebbe sparire in un istante»
gli fa eco Chamberlain in “There Could Be Nothing After This”.
In retrospettiva, album come “Define the Great Line” - insieme al successivo “Lost in the Sound of Separation” - sembrano raccontare non tanto la perdita della fede, quanto più la perdita della capacità di riconoscere la fede nel luogo in cui si era sempre pensato di trovarla.
Ciò detto, siamo al cospetto non soltanto di uno dei migliori dischi degli Underoath, bensì di uno dei rari album della scena post-hardcore degli anni duemila capace di continuare a parlare, con la stessa forza, tanto a chi lo ascolta per la prima volta quanto a chi, vent’anni dopo, vi ritorna in cerca delle proprie cicatrici.
"Questo album non è una prova, al contrario, questi sono gli UNDEROATH."
"Un album che tende a discostarsi dagli altri lavori di band simili a loro, e che ci riesce perfettamente vista l'originalità e l'aggressività del prodotto."