Che fatica recensire un disco che ogni “storia del rock” colloca tra quelli più significativi del decennio 1960 (e oltre) quando invece a me vien da dire che ASTRAL WEEKS … mi ha stufato e che forse – addirittura - non è mai piaciuto per quel capolavoro che dovrebbe essere!
La premessa è nota: dopo un paio d’anni nell’alveo del beat pop con i Them (Gloria il loro successo più clamoroso) Van Morrison inizia la sua carriera solista e questo nel 1968 è il suo secondo album. Strutturalmente l’idea era stata quella di legare un flusso di coscienza joyciano alla vocalità spontanea del blues e del soul, superando se necessario la forma classica della canzone (intro, strofa, ritornello, ponte, interludio e finale) a favore di una libertà narrativa ampia, estesa e incantatoria, ricca di riflessioni poetiche ed autobiografiche (quindi autentiche), utilizzando il canto scat e la ripetizione di frasi chiave: quasi un viaggio on the road nella nativa Belfast descritto in presa diretta alla maniera di Jack Kerouac, ma avendo sottomano i versi immaginifici di William Yeats. Dunque non un’ambizione da poco per il nostro scontroso cantautore che ottiene, da questo punto di vista, un risultato eccellente.
La title track e poi «Cyprus Avenue»; «Madame George» ma anche «Ballerina» e poi le altre: non ce n’è una che non abbia il suo perché! Lui suona la chitarra acustica e canta: una voce “non-bella”, ma tagliente e funzionale a questo tipo di canzone, oltre che identitaria e riconoscibile.
Accanto a Morrison (oltre ad un’aggiunta orchestrale) un set di musicisti jazz da studio (il più famoso era Connie Kay del Modern Jazz Quartet, ma qui il più efficace mi è sembrato Richard Davis al contrabbasso) in un’interazione contrappuntistica con il solista, assolutamente nuova e originale. Insomma un disco di gran pregio, meritevole di essere in ogni collezione di “grande musica rock”.
Io l’ho venerato per anni …. epperò da altrettanti anni faccio fatica ad ascoltarlo ed ogni volta finisce che mi annoio. Ci sarà un motivo se di quest’album il mio pezzo preferito (e l’unico che riesco a ricordare senza avere le liriche sotto mano) è quella «The Way Young Lovers Do» che per il suo approccio più apertamente jazz più si distacca dal contesto delle altre canzoni!
E non sarà un caso se lo stesso scorbuticissimo Van “The Man” Morrison già con l’album successivo (“Moondance”) cambierà radicalmente direzione per dimostrarci che non c’è bisogno di essere così radicalmente intellettuali per lasciare il proprio segno nel cuore degli appassionati. Insomma, tutto ciò premesso, non arrivo a pensare che Astral Weeks sia … “la corazzata Potëmkin del rock”: resta però un album difficile, consigliato - con un sorriso - per un pubblico adulto!
Van Morrison è un vulcano di sensazioni allo stato puro, va dritto all’anima, sfugge ad ogni classificazione.
Si piange e si gode. Spezzano appena un po’ la tensione due episodi più ingenui, ma sempre ricchi di preziosismi.
Il dolore, il sentimento più strano e complesso, che racchiude un po’ tutti gli altri.
Questo disco è di una maestosità che non ha paragoni in musica stessa, non li ha mai avuti e mai li avrà.
Si tratta di una agrodolce freccia che si conficca nei nostri deboli e sensibili cuori umani.
Probabilmente il mio pezzo preferito di Van Morrison, dove l’irlandese dichiara il suo mai rinnegato amore per la vita.