Il mio cuore è andato in scena con il frac stirato male e la tua assenza in prima fila; ha provato a cantare, ma la nota più alta l’hai portata via tu. Così adesso improvvisa: un passo falso, un inchino storto, un sorriso che sa di retroscena, e il pubblico ride, e forse, per una volta, ride con me.
Esiste un teatro pop che non ha bisogno di spettatori per brillare. Quando il tuo mondo è pieno di accordi strani e la gravità non ti farà passare, sai che ti stai perdendo qualcosa.
The Look of Love.
Quel qualcosa dipende da te.
The Lexicon of love sfila davanti all’ascoltatore con la sicurezza di chi sa di essere vestito meglio di tutti: archi lussureggianti, produzione scintillante di Trevor Horn, Martin Fry che sembra un attore di un melodramma anni ’50 catapultato in una british wave senza età. La classe è ovunque, è in platea, sul palco radioso, tra le ombre della galleria. Come tutte le grandi cose la differenza è nei dettagli, nei fiati soul alla Philadelphia, nei synth geometrici, nella scrittura che trasforma ogni delusione amorosa in un gesto elegante.
Le influenze si intrecciano come tessuti preziosi: il soul orchestrale della Philly Sound, con le sue progressioni armoniche morbide e i fiati caldi, si fonde con la freddezza controllata della new wave britannica; l’art-pop di scuola Roxy Music fornisce a Fry un modello di crooner moderno. Mentre gli arrangiamenti di Anne Dudley richiamano le colonne sonore di John Barry, con archi che sembrano usciti da un film di spionaggio glamour. C’è persino un’eco di disco raffinata, quella più elegante e orchestrale, che scorre sotterranea in brani come Show Me.
Fry canta l’amore come un dizionario sentimentale pieno di definizioni taglienti: in Poison Arrow si lamenta con ironia (“I thought you loved me, but it seems you don’t glamour. In The Look of Love mette in scena l’abbandono come una commedia romantica rovesciata (“When your girl has left you out on the pavement”), in All of My Heart si arrende con un romanticismo che l’orchestra amplifica fino a farlo sembrare un finale da film. Le influenze soul emergono nella sua interpretazione vocale, sempre un po’ teatrale ma con un calore che tradisce l’amore per Marvin Gaye e Smokey Robinson; allo stesso tempo, la precisione ritmica e l’uso dei synth lo collocano pienamente nella modernità elettronica dei primi anni ’80.
Il risultato è un album che parla di cuori infranti ma lo fa con un’eleganza tale da trasformare ogni crepa in un riflesso dorato. Un classico perché non appartiene davvero agli anni ’80: appartiene al regno in cui il pop diventa arte senza perdere la sua immediatezza. Un luogo dove Motown, Broadway, la new wave e il cinema romantico si danno appuntamento per raccontare la stessa storia d’amore, ognuno con la propria voce.
Sto parlando dell’AMORE, il romanticismo che impregna l’album di debutto di una apparentemente umile band britannica.
"The lexicon of love" è un colpo basso all’eccessivo materialismo ed impegno politico presente nella musica odierna.