Bubi la sua scheda

DeRango: 1,35 | DeContrasto: 0,15 | DeEtà™: 4593 giorni
Gruppi:   JukeBox     Isola

Una luce nella notte. Minigiallo surreale.

Che Tom "Greasy Thumb" ed io non eravamo fatti l'uno per l'altro lo capii fin dal momento che ci presentarono. Di lui non mi piaceva il suo modo di fare, di lui non mi piaceva niente. E poi, era un negro. Non mi piaceva neanche Lory, la sua ragazza, quella con la cicatrice sulla spalla. Non parlava molto, ma guardava... mi guardava. Chissà perché, ma avevo sempre l'impressione che pensasse... che razza di mentecatto! A me piaceva Betsy, Betsy dal corpo minuto e ben proporzionato, Betsy senza arte ne parte. L'altra notte, ciondolavamo per i vicoli di Riverside, giusto con Tom e la grassa Lory. La donna mi prese di mano la bottiglia, per farsi le ultime due dita, mentre si sedeva vicino al negro che si era accovacciato sul bordo del marciapiede. Mi dicesti: "Ho paura!". Ti strinsi tra le braccia e col naso ti sfiorai le labbra. "Perché hai paura, cocca?" "Tom mi da i brividi". Fu la risposta. "Tom è un morto che cammina, è un misero attore che strepita sulla scena, recitando un ruolo che non gli appartiene, tesoro, è capace d'impressionare solo i ragazzini". I tuoi bei occhioni si rasserenarono. Eravamo vicinissimi e tu non mi facevi l'effetto di un santino da guardare di tanto in tanto, anche il tuo corpo non mi suggeriva rapporti casti, era asciutto, flessuoso, caldo, carne che m'inebriava più di tutto l'alcool che avevamo ingollato. Un brivido ti percorse, ci adagiammo sul cofano di una Rambler e facemmo l’amore. "Non senti anche tu questa musica?" Dicesti. "Esce da ogni porta, da ogni fessura". Alzai lo sguardo e vidi una luce che illuminava il vicolo. La musica si fece più vivace, diventò frenetica, una ballata tzigana. Zingari uscirono dall'ombra, suonando e ballando, dando forma ai loro profili in quella magica luce. Non sentivamo più il fetore della spazzatura e della sporcizia sparsa qua e là nei dintorni. La magia di quella notte ci aveva trasportati lontano da ogni miseria. Tom sanguinava e non si poteva vedere, appoggiato a una vecchia Chevy, fumava e ci osservava. Lory gli stava vicino con l'avambraccio calato sulla sua spalla. Ci guardava con la sua solita espressione tarda, facendo ciondolare tra le dita, la bottiglia vuota. Se Tom diceva: "Ehi tu, dammi una sigaretta" tutti i ragazzi cercavano il loro pacchetto. Questo era Tom "Greasy Thumb". Tutti i piscioni volevano essere come lui. Sputò per terra e scagliò la bottiglia contro il furgone del latte. E Tom rideva... ma sanguinava e non si poteva vedere. M'afferrò per il collo, mi sbattè contro l'auto e mi schiaccio' la sigaretta accesa sulla mano. "I topi di fogna se la spassano nel lerciume!". Disse. La musica era finita. Riuscii a estrarre la mia vecchia Glock, gli sparai un buco in fronte. L'incantesimo era rotto. Barcollando, Tom riuscì a fare ancora tre o quattro passi, tornò verso me e m'abbracciò per sostenersi prima che le forze l'abbandonassero del tutto. Goccia a goccia il sangue colava dalla piccola apertura, insozzandomi la faccia, i vestiti, arrivando fin giù sulle scarpe. Di lì a poco il sole avrebbe soffocato Riverside con onde di calore, avrebbe illuminato tutto, il negro steso al suolo, il liquido rosso ancora vivo che scendeva in rivoli, formando una pozzanghera di colore scuro, Lory, che continuando a trastullarsi con la bottiglia e qualche semplice pensiero, tornava mestameme verso Tribeca, Betsy, che stando seduta, si teneva stretta stretta ad una mia gamba, me, che ripetendo mentalmente il meraviglioso e ossessivo battere sui tasti di «Misterioso», osservavo il morto e pensavo: "bene Tom, sei fortunato, adesso non sanguini più".

Capisco il bacio al lebbroso ma non la stretta di mano al cretino.

La maggior parte della gente muore solo all'ultimo momento; altri invece cominciano e ci si mettono vent'anni prima e a volte anche più. Sono i disgraziati della terra.

Papa Wojtyla.... Sono sostenitore del... come si chiama? ... Rock!

Molta vaselina, tanta pazienza, e l'elefante s'incula la formica.

È la curiosità che mi fa svegliare alla mattina.

I soldi non ti aprono le porte del paradiso, ma, se vuoi una pizza, puoi prenderla alle quattro stagioni

Dovresti giocare alla roulette russa … con tutti i colpi in canna.

Una pipa dà al saggio tempo per riflettere, all'idiota qualcosa da mettere in bocca.

Senza musica, la vita sarebbe un errore.

Se gli idioti sono sempre sicuri di quello che dicono per contro gli imbecilli non cambiano mai opinione.

(la potenza dello sguardo) Leggeva molto Freud, un giorno mi disse: mi vuoi uccidere e vuoi trombare mamma? Ero esterrefatto. Lo guardai senza dire niente, uno sguardo che trasmetteva tutto il disprezzo che nutrivo per lui. Capì perfettamente, e, sono certo, da quel momento pensò che Freud scrivesse emerite stronzate... e smise di leggerlo.

Nove volte su dieci gli uomini chiavano così male che se le donne fossero andate a farsi un giro in funivia col vento dentro le cosce avrebbero goduto di più.

Ahi serva Italia di dolore ostello. Nave senza nocchiero in gran tempesta. Non donna di famiglia ma bordello.

Anche le formiche, nel loro piccolo, si incazzano.

Esistono persone sporche di destino, come me, che non si allontanano dalla trivialità quotidiana, per il medesimo fascino che provano per la loro impotenza. Così porto a spasso il mio destino, che avanza senza che io avanzi, ed il mio tempo che procede senza che io proceda. Mi basta che la mia cella abbia delle vetrate dietro le grate, e scrivo sui vetri, sulla polvere del necessario il mio nome in lettere maiuscole, la firma quotidiana del mio contratto con la morte. Ma chi vive come me, non muore, finisce, appassisce, cessa di vegetare

Se deve scegliere chi deve essere crocifisso, la folla salverà sempre Barabba.

Il culo, quando è sistematico, si chiama classe.

Ma l'impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale.

Chi, come me, soffre quando una nuvola passa davanti al sole, come può non soffrire nell’oscurità del giorno costantemente annuvolato della propria vita? Non vivo nella ricerca di felicità, ma di cancellazione, le pareti della mia stanza sono per me al contempo prigione e libertà, le mie ore più felici sono quelle in cui non penso a nulla, non voglio nulla, in cui non sogno neppure, perso in un torpore di vegetale, mero muschio cresciuto sulla superficie della vita. È in questo modo che spero di giungere finalmente a quella pace il cui pensiero mi fa soffrire, ma che non mi pesa in maniera insostenibile. Così vivendo, assaporo senza amarezza la consapevolezza di non essere nulla, sapore foriero di morte, della dimenticanza senza memoria.

Sparò in faccia a Tom, poi mi disse: Non l'ho fatto per me nè contro di lui. Cosa? Risposi inorridito. Si, l'ho fatto per te. Ripetè. Cosa? Dissi ancora, incredulo. Lui: Si per te. Così ogni volta che mi vedi penserai che sono capace di sparare in faccia a qualcuno senza pensarci due volte... e mi rispetterai. Per te l'ho fatto, per avere il tuo rispetto. Il mio ce l'ho, il suo, non l'avevo e ormai non me ne frega più un cazzo, è solo il tuo che m'interessa, e, a questo punto, l'avrò.

Anche se ho sempre desiderato piacere agli altri, mi è sempre sembrato impossibile che mi amassero, e, a volte mi pare di non soffrire più per questo, o forse, cerco soltanto di accettarlo come un destino già determinato. Non ho le qualità di un leader, né quelle di un seguace. Altri, meno intelligenti di me, sono più forti, sanno ritagliarsi meglio il loro spazio tra la gente… e la vita mi pesa. Avrei tutte le qualità per influire sul prossimo, esclusa l’arte di saperlo fare, e la forza di volerlo fare.

Tanto tempo fa, nel regno sotterraneo, dove la bugia, il dolore, non hanno significato, viveva una principessa che sognava il mondo degli umani, sognava il cielo azzurro, la brezza lieve e la lucentezza del sole. Un giorno traendo in inganno i suoi guardiani, fuggì. Ma appena fuori i raggi del sole la accecarono, cancellando così, la sua memoria. La principessa dimenticò chi fosse e da dove provenisse, il suo corpo dimenticò il freddo la malattia il dolore, e in poco tempo morì. Ma il re era certo che la principessa avrebbe fatto ritorno, forse il un'altro corpo in un'altro luogo, in un'altro tempo. Era deciso ad aspettarla fino al suo ultimo respiro, fino a che il mondo non avesse smesso di girare.

Nella mia anima ignobile e profonda registro, giorno per giorno, le impressioni che costituiscono la sostanza esterna della mia consapevolezza di me, le traduco in parole vagabonde che mi disertano nel momento in cui le scrivo e che vagano, indipendenti da me, per pendii e prati di immagini, per viali di concetti per sentieri di confusioni. E questo non mi serve a nulla perché niente serve a nulla. Ma mi libero dalla preoccupazione5 scrivendo, come uno che respira meglio anche se la malattia non è passata. Come un gatto al sole, e le rileggo a volte con un vago stupore tardo, come se mi fossi ricordato di qualcosa che avevo sempre dimenticato.

Ho visto il vero volto della vita, della paura, le strade sono lunghi rigagnoli e i rigagnoli sono pieni di sangue, quando le fogne si ricopriranno di escrementi tutti i parassiti affogheranno. Il sesso e i delitti accumulati li sommergeranno e i politici grideranno: salvateci!! Ma la risposta sarà... No!! Il mondo intero è in bilico, e contemplando quell'inferno in cui vivono, tutti gli intellettuali i preti i pettegoli ed i ficcanaso non sapranno più cosa dire, in questo mondo orribile.

DONNA ASSUNTA Male, male, tutta la vita a riempirsi le tasche, e ora s'è messa in testa di dare da mangiare ai poveri... Male, male... tutta la vita a fare la snob, l'emancipata, quella che c'ho la figlia drogata e la curo nelle cliniche, e che cliniche... s'è stancata di appartenere alla sua razzaccia... male, male, vuole recuperare qualche stronzo di drogato... ogni giorno la vedo al mattino con la sua bella vestaglia e le sue gambette tutte quante, fine, curate, che sembrano due stecchini, i seni da diecimila euro al chirurgo... ed è così bella, così nobile, e a lei a lei... e a noi!? Abbiamo i calli alle mani per servirla... e tutti lo possono vedere! Ora non vuole più essere della sua razzaccia... ma mica gli viene in testa di fare il muratore. No! Male, male, da i soldi ai poveracci e continua a dormire tra i guanciali, e il sabato shopping! Con le unghie laccate! A comprare gli abitini di cashmere, da mettere sulle sue gambette fine... gambette belle! E poi, i poveracci staranno tutti bene, e gli unici a fare i lavori forzati continueremo a essere noi... i drogati staranno tutti bene, ma mica se li porta in casa i drogati, no, aiuto si, ma lontani da qui, lontani da me! Perchè puzzano, e i barboni mica l'aiuta, perchè puzzano ancora di più e quegli, c'hanno anche le rane che gli nuotano in bocca, e agli zingari ancora non c'ha pensato? Ma si che c'ha pensato, c'ha pensato, c'ha pensato. Uno di questi giorni ne invito qualcuno a magiare il pecorino migliore che c'ho, stagionato! O il patanegra, ma col cordiale e un prosecchino, ma non glielo vogliamo dare un bel prosecchino agli zingari! Non dormo più! Male, male, sto sveglia ventiquattro ore al giorno! La vogliamo chiamare persona? La vogliamo chiamare animale?... Qualcuno dovrebbe stuprarla Gino, la voglio vedere a gambe aperte nel fango, con la sua bella faccina in mezzo ai sassolini... allora non sarà più così bella e non sarà più nemmeno nobile. E noi, lo possiamo fare questo... ma dovremo stare attenti, niente sbagli.

Avevo visto quel cadavere nudo sulla sdraio, di notte vicino alla battigia. Non mi sarei stupito se si fosse alzato per fare il bagno, per uno della sua età era in una forma straordinaria... a parte il fatto che era morto.

Mi dicevano che sarei rimasto solo, che non avrei mai trovato l'anima gemella, che per me, era come cercare un ago in un pagliaio. Mi sono buttato nel pagliaio e mi sono mosso finché non ho sentito pungere...

Vedranno il vero volto della vita solo quando le strade saranno fiumi, fiumi pieni di sangue, i parassiti saranno sommersi dai loro escrementi e dai delitti accumulati. Solo allora capiranno, i politici. E grideranno : salvateci!! ... E io, io li passerò in rassegna, uno ad uno, e calmo sussurrerò : no.

Un uomo va dal dottore. Gli dice che è depresso. Gli dice che la vita gli sembra dura e crudele. Che si sente solo in un mondo minaccioso nel quale ciò che ci aspetta è vago e incerto. Il dottore dice: "la cura è semplice. Il grande clown Pagliacci è in città stasera. Lo vada a vedere. La dovrebbe tirar su." L'uomo scoppia in lacrime. Dice: "ma dottore... Pagliacci sono io." Buona questa. Tutti ridono. Rullo di tamburi. Sipario.

Chi ha fatto entrare i cani?... Questa, temiamo, sarà la domanda. Chi ha fatto entrare i cani? Chi ha fatto entrare i cani? Chi?

Mi piace il bello in ogni sua espressione, ma è un'illusione, è incantevole vedere mille gigli che sbocciano, ma non c'è partecipazione, è solo forma, e tutta questa bellezza non vale il bacio dell'amata perché lì c'è l’amore.

Fu lei a entrarmi così dolcemente in testa, che non seppi più chi ero e non me ne avvidi. Fu lei a versarmi il suo nettare negli occhi, perché da cieco conservassi la sua sola immagine. Fu lei, spettinata e ribelle, a deviare i miei passi, verso l'unico cammino possibile, quello segnato dalle sue impronte. Le sue impronte, che, mentre avanzavo, cancellavano ogni cosa, inizio e fine. Una storia, la nostra storia, destinata a perpetuarsi all'infinito.

Sono sicuro nel contenitore del mio io. I bordi coincidono perfettamente: un piccolo clic e scatta la serratura. Così va bene. Sono nel mio rifugio di sempre.

Vedi, ogni ogni sorso di liquore che bevi, uccide mille cellule del cervello. Ma questo non importa perché ne abbiamo miliardi di altre. Prima muoiono quelle della tristezza, per cui ti fai una gran bella risata. Poi se ne vanno le cellule della calma, per cui cominci a parlare ad alta voce, anche se non hai nessun motivo per farlo. Ma questo va bene, perché le cellule stupide se ne vanno subito dopo, così dici cose intelligenti. E alla fine tocca alle cellule della memoria, che sono figlie di puttana dure a morire...

Ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa se è l'alcool, la cocaina, l'idealismo o farsi le seghe...

Intanto, un po' più in là, al limite del bosco si sveglio' una lumachina. Stiracchio' le braccine e si preparo' a salutare la formica sua vicina di casa, ogni filo d'erba e tutti gli altri meravigliosi esseri viventi che popolavano quel posto magico e felice. Un gabbiano piombo' dall'alto e la gherni' col becco. In meno di un attimo la fece passare in bocca. Buttò giù il boccone guardando in giro con quell'aria da fetente che hanno tutti i gabbiani. Volò via senza rimorso, rimorso non c'è nel dizionario di quegli uccellacci.

Non aveva mai smesso di sognare, sognava i cani, il mare azzurro. Ma la speranza l'aveva persa, col tempo aveva smesso di sperare che le cose cambiassero. Il suo cuore non era più combattuto da niente, aveva smesso di farsi domande e ancor meno di cercare le risposte. Col bicchiere in mano non c'è n'era bisogno, il bicchiere gli dava tutte le risposte, sparivano tutte le cose che mi affliggevano.

Fisso' il mare, le onde mosse da un leggero vento di maestrale, increspavano le acque, colorando la superficie di un bel blu turchino. Un quadro limpido, sereno. La testa altrove, Valentino non godeva della vista, sentiva dentro una disperazione che non riusciva a trasformare in lacrime.

Serenità per il futuro, serenità credo che basti, perché dentro c'è tutto. Anche la felicità. E, magari aiuta anche qualche sigaretta in meno...

Dovremmo riuscire a scordare chi siamo e perché siamo così. E non per un attimo. Questa realtà è tanto dura, ci confonde, e alla fine non conosceremo più il cammino, ci perderemo. Ci basta soltanto avere l'animo di riuscire a fare quello che non è mai riuscito a nessuno, capire cos'è l'amore, e amarci, se davvero ci amiamo.

Ancora una volta Valentino aveva perso l'occasione, e i sogni d'amore di Isabella si erano dissolti poco prima del traguardo. La speranza s'era rivelata un'illusione. Quando Valentino tornò trovò il suo corpo freddo, la mano prendeva giù dal letto segnata da un rivolo di sangue che colando lungo il braccio, aveva formato una larga chiazza sul pavimento. In quel sangue, si perse anche la sua ultima volontà, questa volta, davvero, non gli era rimasto niente, solo un vuoto incolmabile di dolore e sgomento. Voleva piangere, ma non gli riuscì neppure quella volta.

Sono malato e cerco di apparire normale, strano, chi è malato lo dice, lo urla! Ma il disagio mentale non è capito, sopportato ancor meno. Sei fastidioso, crei problemi e la gente ti punta il dito. Quello che desiderano gli altri, a me lascia indifferente, quello che desidero io gli altri ce l'hanno, quindi appare banale scontato, poco normale. D'ora in poi silenzio, su quello che desidero, non dirò più niente.

Era una nasona col culo a mandolino e due gambe meglio della Dietrich, meglio di tutte. Mi piaceva talmente tanto che le avevo detto che le cazzate di poesie che aveva scritto, erano versi bellissimi. gliel'avevo detto mentre mi arrapavo a sbirciarle tra le coscie. Ero così perso in lei, che l'idea di farmi una sega sui suoi piedi con le unghie laccate, non mi sfiorava neanche, men che meno, scoparmela, da dove cominciavo? No, mi veniva meglio idealizzarla, così mi limitavo a spasimare per lei. Era meno faticoso e durava molto di più.

Le piccole cose della vita sono le uniche per cui vale la pena di vivere e qualche volta combattere.

Ce ne sono tante tantissime, i rapporti umani sono complicati, molte volte prevale l'egoismo. È più semplice perché ce l'abbiamo dentro, trasformarlo in qualcosa di più elevato è difficile, ma se uno ci riesce, quello che riceve è tutto quello che gli serve.

Le cercavo (malate) o comunque con problemi per curarle e poi (forse) sentirmi amato e comunque con loro mi sentivo più a mio agio. Non mi sentivo giusto per una relazione con una donna "normale"... pensavo di non essere all'altezza. All'altezza di che? Poi. Non sto parlando di sesso sto parlando di paura. Spesso è immotivata, ma c'è. Tutto, come sempre, si riconduce alla prima infanzia, quando si impara tutto, anche l'amore. Se vivi in una famiglia dove non c'è, non lo impari, non puoi imparare qualcosa che non conosci, e ti rimarrà per sempre. Puoi fare qualcosa analizzandoti, fai qualche progresso ma uscirne del tutto non è possibile. Così (penso) lui non ha imparato la generosità d'animo e tantomeno l'amore, è sempre la stessa storia. L'educazione e l'amore sono le uniche cose di cui hanno bisogno i bambini, tutto il resto (giochi costosi, vestiti firmati, cellulari da 300 euro a 7 anni) servono ai genitori e non ai figli.

Hanno chiuso il paradiso, troppo affollato, da qui non si può entrare. Però me lo merito e l'angioletto che ho sulla spalla mi ha detto che mi guiderà. Dice che dovremo fare tutto il giro del mondo, forse dall'altra parte, troveremo un ingresso incustodito.

Wieviel Zeit ist schon vergangen, wieviel Zeit wird noch vergehen? Ich hab meine Gedanken schweben lassen, ohne ketten und ohne festtagskleid. Meinen Körper habe ich in Licht seiner selbst gesehen. Mein Körper schlaft, aber meine Gedanken uberschaumen. Wie oft habe ich das flattern meine Augenlider gespürt, meine Hand zittern und mein Herz klopfen for Angst? Wann werde ich meine Seele öffnen können, meine Seele sehnt sich nach Ruhe. Mein Gesicht möchte endlich ein Lächeln der Freude hervorbringen, fast grenzenlos ist die Anzahl meiner ungetraumten Träume. Ich will diese Mauer die mich umgibt, niederreissen! Wieviel Zeit wird bis dahin noch vergehen?

Hitler ed Eva Braun si baciano appassionatamente nel bunker della cancelleria di Berlino. Fuori infuria la guerra, i russi stanno per conquistare la capitale, sono vicinissimi al bunker, il Fuhrer e la sua amata si coricano su un letto. La donna dice: non è possibile!! tutto questo non ha senso!! non voglio che finisca così!! Hitler nel frattempo si è addormentato, così lei cerca di uscire dal bunker. Poco lontano, alcuni soldati russi si intrattengono, parlando sul da farsi. La Brown cerca di raggiungere una strada non presidente, i russi se ne accorgono. Inizia una caccia alla donna tra le rovine della città. Seguono vicissitudini che portano Eva Braun vicino alle truppe alleate che stanno conquistando la Germania da occidentale. Mentre sta per consegnarsi agli alleati, un soldato russo colpisce la donna col mitragliatrice, Eva cade a terra nel fango. Il soldato russo si ritira e scompare alla vista. Un carrozzone guidato da uno zingaro, si ferma vicino a Eva l'uomo raggiunge la donna, la carica sul carro. Eva si sveglia, si trova circondata da diversi zingari. La curano fino a guarirà. Segue una fase nella quale la donna fa conoscenza con i suoi salvatore, capisce che non erano Untermenschen, ma uomini intelligenti e dotati di spirito. Passa un po' di tempo, fa amicizia con gli zingari, soprattutto col capo, un uomo saggio e di buon senso. Durante una chiacchierata lei si mostra dispiaciuta dell'esito della guerra. Lo zingaro chiede: vorresti cambiare la storia? Vorrei che la guerra non fosse neanche iniziata, risponde la donna. Lo zingaro fa cenno di aver capito, si mette al posto di guida e il carrozzone trainato da cavalli inizia a correre lungo le strade della Germania in rovina, corre sempre più veloce fino a volare tra le nuvole. Infine si ferma in un posto vicino a Monaco di Baviera. Il capo degli zingari dice alla donna: ecco siamo arrivati. Indica lo hofbrauhaus una famosa birreria dove Hitler teneva i suoi primi discorsi. Ecco Hitler sta arringando la folla, la guerra non è ancora iniziata, fammi vedere di che cosa sei capace! Cambia la storia! Sale sul carrozzone e si allontana nella nebbia. La donna va ad ascoltare l'arringa di Adolf, in seguito, si conoscono e si innamorano. Qui sono descritto le vicissitudini reali che portarono alla guerra, anche i vari incontri che Hitler ha con i gerarchi da goring a himmler a gobbels fino ad Albert Speer. La guerra è descritta nella sua drammaticità. A Stalinrado c'è la svolta, Eva braun, che si era resa conto del fanatismo e della stupidità dei gerarchi, quando assiste al colloquio tra Goring e Hitler durante il quale Goring promette di rifornire i soldati tedeschi con un ponte aereo, urla: basta! Ne ho abbastanza! Sfila la pistola ad Adolfo e spara a Göring. Segue una discussione con Hitler che (diversamente dalla realtà) era innamoratissimo della donna. I soldati accerchiati riescono a sfondare le linee russe e si salvano. Di seguito durante la battaglia di Kursk, quando il furer perse completamente la testa, perché aveva capito che stava andando a perdere, Von Mannstein prospetta di condurre la cosiddetta guerra liquida. (è un fatto reale) Hitler rifiuta e indirizza il suo interesse alla difesa dell'Italia che sta per essere invasa degli americani che stanno per invadere l'Italia. In un drammatico incontro, scontro, Eva Braun riesce a convincere Hitler a lasciare il comando a Von Mannstein, il generale riesce a fermare i russi. Nel frattempo i tedeschi sviluppano dei sommergibili incredibilmente performanti ed aerei avveniristici (è tutto vero, il famoso stealth è basato su uno di questi aerei) in questa maniera il generale ribalta le sorti della guerra, i tedeschi vincono. Durante queste vicissitudini Eva e Adolfo si avvicinano, sviluppano un rapporto d'amore vero, profondo. Una volta conosciuto l'amore Hitler si lascia convincere che le fanatiche teorie che aveva scritto nel Mein Kampf sono emerite stronzate, brucia il libro e si inginocchia, prega Dio di perdonarlo come nel quadro di Cattelan, l'Olocausto è in parte ridimensionato perché Von Mannstein da ordine di liberare tutti i prigionieri. Hitler ormai convertito alla bontà e alla tolleranza, fa un discorso alla radio dove indica quello che c'è da fare per un mondo migliore, un mondo dice, dove i bambini giocano, senza paura della guerra. Eva Braun l'abbraccia e lo bacia, poi, soddisfatta, si addormenta. Quando si sveglia ode parlare in inglese, è in un ospedale militare americano, vicino a lei c'è Albert Speer, ferito anche lui durante uno scontro, la donna è sconvolta si rende conto che aveva sognato tutto. Non l'avevano salvata gli zingari ma gli americani. Parlando con Speer, l'ex architetto ripete una frase molto particolare, unica, che un suo sottoposto gli aveva detto nel sogno. Così Eva Braun si rende conto che forse non era stato un sogno perché Speer non poteva sapere quello che lei aveva sognato, soprattutto non poteva dire per caso, una frase così particolare. Si mette di buonumore e come se parlasse in camera, fa un discorso ai lettori quasi ballando al tempo di boogie woogie. Va verso la finestra guarda fuori e vede bambini che giocano, della guerra non c'è traccia. Strizza l'occhio ai lettori, dice ancora qualcosa che lascia il dubbio su quale è la vera storia.

Morii per la Bellezza, e non appena mi ebbero accomodata nella tomba un uomo morto per la Verità venne deposto nella stanza attigua. Mi chiese piano perché fossi morta. “Per la Bellezza”, gli risposi pronta. “Io per la Verità”, soggiunse lui. “Sono una cosa sola, siam fratelli.” Come parenti incontratisi una notte, conversammo da una stanza all’altra, finché il muschio ci raggiunse le labbra, ricoprendo per sempre i nostri nomi.

Se il periodo è bello o brutto dipende anche da quello che uno si aspetta e da quanto gli basta per accontentarsi.

Sentirsi nani, no non è un bel modo per stare al mondo. Non mi piace neanche chi si finge acrobata, casomai è un po' meglio esserlo (solo un po'). È molto vero che chi di violenza vive ha soltanto quella e anche che a trecento all'ora non si vede più niente.

Cari amici cari ascoltatori eccoci qua. Punto primo, ai signoretti che continuano a rompere le balle che continuano a dire che gli immigrati sono dei poveretti che dobbiamo aiutarli che dobbiamo dare loro un futuro, vorrei ricordare che un futuro va dato a chi viene qua per lavorare, se c'è un lavoro, perché prima di darlo a loro, io c'ho i vecchietti, i giovani sposi, gli sfortunati, i diseredati, i malati... e poi, e poi, e poi... quando ho dato a tutti, se avanza, lo daremo anche a loro, ma siccome non avanza, niente! Punto secondo, conviviamo pure coi fondamentalisti islamici, coi fancazzisti albanesi, coi Zingari coi slavi, ma ricordate sempre che per chi sgarra, ci vuole il modello Singapore, te chapi la persona te la stendi sulla panchetta e tan, tan, tan, dieci nerbate e via, inutile sporcarsi la fedina penale, l'è inutile, liberiamoci dalle prostitute nigeriane che infestano le nostre strade, che sembra di stare nello Zimbabwe, nel Congo belga, nello stato delle banane, in Africa. Da quanto tempo è che continuano a riempire le nostre classi di stranieri? Da quanto tempo? Ancora un po' e i nostri bambini non avranno più posto nelle scuole e disimpareranno la lingua, resteranno endrio, e tutto questo grazie alle maestre di sinistra. Non vogliono le classi differenziate? La parola d'ordine è una sola, categorica e inappellabile per tutti, prendete il cammello e tornate a casa, andare a casa, take the cammell and go back to home, turne' alla meson... così capisce tutti, fora dai coglioni!!

Isabella era bella e di buone maniere, sembrava una fatina da Café Cantantes, deliziosa. Tutto di lei affascinava, il suo modo di fare e i sui pensieri erano sempre originali e poetici. Cercava il grande amore, ma in campo amoroso erano stati solo fallimenti, solo molto tempo dopo capii perché, era stato il diavolo, proprio lui, era stato lui che ci aveva messo la coda. Ma le avversità non l'avevano piegata, altre meno forti si sarebbero rassegnate. Ma lei, oltre una innata forza d'animo aveva una cura tutta sua, la sua cura era il flamenco. Per tutta la sua vita, nei momenti bui trovava conforto in questa danza spirituale e carica di emozioni. La aiutava, le dava la forza per mettere a tacere i propri dolori esistenziali col linguaggio nascosto e viscerale del ballo andaluso. Vestita di una spumeggiante guirca, Isabella camminava sempre con passo leggero e aveva sempre il volto illuminato dal sorriso. Ditemi, non è quanto di più affascinante si possa immaginare? Non è incantevole una creatura del genere? Chi non vorrebbe sentire il suo respiro stando abbracciati sul letto?

Quando i nostri destini si incontrarono, Isabella riuscì a dirottare i miei passi verso l'unico cammino possibile, quello segnato dalle sue impronte, le sue impronte che mentre avanzavo, cancellavano ogni cosa, inizio e fine. Fu un amore inevitabile, naturale, gravido di morte.

Mi sono tolto l'abito della festa e sto abbandonato sul letto, le idee scorrono libere. Penso. illimitato è il numero dei miei sogni, sono giovane, ma lo spirito no, nella mente c'è energia, ma il mio corpo sta appassendo. Batti cuore mio, ho bisogno di sentimenti. Quante volte ho visto la mano tremare? Gli occhi palpitare? Il cuore fremere di paura? Mi sento inutile come un preservativo usato, superfluo come la spazzatura. Uno sputo sul muro. È la solitudine che mi alimenta, mi dà rifugio, ed é il solo stato dove reggo il peso della vita. È la mia prigione, una condizione del non essere, un giogo. Ma la forza di mettermi a nudo e vivere, non c'è. L'anima vuole la pace, gli occhi, un sorriso di gioia, sto morendo dentro. Cuore perché non batti? Sono cosa inerte, imbalsamato, rinsecchisco al sole come uno stronzo.

Non ho avuto paura di agire, provare con il mio grande amore... La vita mi ha piegato... all'impossibilita... Non mi sono fermata neanche dopo, con un giovane col quale non potevo avere un futuro... col narcisista quasi coetaneo successivo... niente... Sono un salmone che risale la corrente prima di andare a morire...

Valigie da fare e poi disfare, scatoloni da riempire e svuotare. Abiti sparsi, oggetti buttati qui e là. Cose perse, cose ritrovate. Il caos. Sempre però nel luogo sbagliato, sempre in un luogo non mio, sempre altrove, come il mio cuore.

Aveva il figlio viziato che voleva fare lo scrittore, ma non cavava un ragno dal buco, le cose che scriveva non emozionavano. Le storielle di ragazzini che si tengono per mano non avvincono. È l'inferno che interessa perché nell'inferno ti ci identifichi ed è molto più interessante del paradiso. L'inferno non te lo puoi immaginare, per descriverlo, ci devi essere stato. Nella storia del mondo, non si è mai visto un figlio di mammina che si possa definire un grande artista, grande, ma che dico, neanche semplice artista.

Quando sentivo che stavo per venire, prima ancora di godere fino in fondo dell'orgasmo, già la mano cercava il telecomando sul comodino, volevo vedere almeno la fine del documentario su Giulio Cesare. L'avevo già visto, ma non riuscivo a mantenere costante l'attenzione neanche guardando la televisione, così, quando una cosa mi interessava guardavo anche la replica. Questo era il cazzo di vita che facevo. Tutti i giorni. Sempre uguale. Ma da quando l'avevo conosciuta, sempre più spesso pensavo con tenerezza ad Isabella, il tempo scorreva veloce quando fantasticavo sulle cose che avrei voluto fare con lei. Mi faceva stare bene. Un piacere legato solo al pensiero di una persona, non l'avevo mai provato. Bastavano due parole per farglielo capire: ti amo. Ma non l'avevo mai detto a nessuno, e nessuno mai l'aveva detto a me. Ti amo. Bastava quello. Due parole ti cambiano la vita e non hai il coraggio di dirle. Era che, avevo una grandissima paura della relazione, temevo di essere inadeguato, che sarebbe finita presto se ci fossimo frequentati regolarmente, se ci fossimo conosciuti meglio. Dio mio che insicurezza. Ero così, lo ero diventato negli anni. Il mio percorso. Forse era meglio lasciare le cose come stavano, era tutto più facile se la relazione rimaneva in quella sorta di limbo dov'era adesso e tenere Isabella lì, come un santino da guardare ogni tanto, e magari ogni tanto farsi anche una sega pensando a lei. Così, era molto più semplice che amarla, dimostrandolo giorno dopo giorno. L'amore chiede la rinuncia a occuparsi solo di sé stessi, dedizione, lealtà, tante cose impegnative che non ero abituato a fare. Quindi, era giusto amarla? Era un bene farglielo capire? Naturale che era un bene ed era anche giusto, così come era chiaro che le domande che mi stavo ponendo, erano generate dalla paura, da quell'ansia congenita che mi accompagnava fin da bambino. Siccome ero abituato a fare tutto lentamente, anche questa questione andava affrontata con calma, non si può cambiare in fretta, bisogna farlo gradualmente e, da sobri. Certo che volevo cambiare il mio destino, sapevo benissimo che la forza di volontà non serve a niente, quindi senza troppi sforzi, senza sofferenza, magari senza cambiare proprio un bel niente! Cambiare tutto, ma senza fare niente, senza lottare o soffrire, non ne avevo la forza, ma soprattutto me ne mancava la voglia, e questa, mi mancava per qualsiasi cosa dovessi o volessi fare. C'era un solo modo, doveva accadere come per magia, uno schiocco di dita e ti ritrovi ad avere la vita che vorresti, la donna, il rispetto, cos'altro? Nient'altro, quelle due cose bastavano... Dovevo soltanto smettere di bere, solo quello. Soltanto smettere di bere, solo quello, era il "solo quello" che stonava. Perché mentivo a me stesso pensando che era facile? Non era facile, era difficilissimo, e poi, nel profondo, ero consapevole che i miei problemi andavano molto al di là del bere. Dio mio basta! Pensai. Ma perché dovevo torturarmi da solo con queste domande e tutti questi dubbi del cazzo? Non bastava quello che stavo vivendo? Questa vita insulsa senza mai una gioia vera? La felicità l'avevo cercata a Ketama a Chiang Mei, sempre nei posti sbagliati, forse era molto più vicina, sapeva sorridere e aveva anche un nome. Era quasi mezzanotte, tra poche ore si faceva l'alba, non mi ero mosso dal letto da almeno quindici ore. Domani è un altro giorno, è meglio rimandare, domani ci penserò bene, aspettare un po', si domani da sobrio avrò le idee più chiare. Pensai. Sul comodino, vicino al telecomando, era appoggiata una bottiglia di Sambuca la afferrai e diedi un lungo sorso, mi girai su un fianco e mi addormentai.

È dura, a Modena, per i leghisti. Dopo le primarie democratiche, Salvini andò dal barbiere, mentre lo radeva, l'uomo gli aveva chiesto: “Per chi ha intenzione di votare?” “Per me stesso, anzi no, per Di Maio... ci devo ancora pensare”. “Allora lei tiene per i Grillini?” "Deciderò nell'urna all'ultimo momento." Replicò Salvini. "Ma lei è il capo dei leghisti!" Gli urlò in faccia il barbiere. Salvini aveva sussultato nella poltrona. Non si era aspettato un approccio così brutale. “No, anzi non lo so, mi lascio sempre la possibilità di cambiare idea” aveva detto. Se non fosse stato colto di sorpresa, avrebbe detto: “Io non tengo né per i Grillini né per i democratici.” Il barbiere tracciò un sentiero netto nella schiuma, poi puntò il rasoio contro Salvini. “Voglio dirle una cosa,” fece, "i veri politici non sono quelli che governano bene, no, no, no, sono quelli che sanno usare il cervello, e lei... lei lo sa usare" posò il rasoio, continuando risoluto, “ormai ci sono solo due partiti: i Grillini e i Leghisti. Basta guardare questa campagna. Sa cos’ha detto Renzi? Ha detto che meno di dieci anni fa, quelli non sapevano nemmeno allacciarsi le scarpe. A Bologna, se un grillino entrava in un negozio di barbiere per democratici e chiedeva barba e capelli, l'avrebbero buttato fuori, ma adesso... capisce cosa voglio dire? E senta questa, lasci che le dica ancora una cosa: niente andrà più per il verso giusto fino a quando non ci libereremo di tutti questi Grillini, finché non troveremo qualcuno capace di mettere quella gentaglia al suo posto. Ora la faccio saltare sulla poltrona. I negri sono più forti di noi, i nostri giovani sono tutti figli di mammina, invece loro, loro no! Dovremmo farli governare! Un governo e un parlamento di culi neri! Sicuro! Mi hai sentito, Mohammed?” urlò al ragazzo di colore che stava pulendo il pavimento. “Sicuro,” fece Mohammed. Era il momento buono per dire qualcosa, ma Salvini non riuscì a trovare niente di appropriato. Avrebbe voluto dire qualcosa che fosse comprensibile anche a Mohammed. Era stupefatto che il barbiere avesse tirato in ballo Mohammed. Salvini si chiese di quale tendenza fosse il ragazzo. Aveva l’aria del bravo ragazzo, pulito e a posto. “Se qualche Grillino entrasse nel negozio a parlare di tagli di capelli, ci penserei io a tagliarglieli davvero, senza scherzi.” disse il ragazzo di colore mostrando ben bene la scopa a tutti gli astanti. "Ci penserei io a metterli a posto..." Salvini si alzò dalla poltrona con la faccia ancora piena di schiuma da barba... "Si è arrabbiato signore?" disse il barbiere. "Su, si rimetta a sedere non parleremo più di politica" “Ascoltate!” urlò Salvini, “credete che io stia cercando di cambiare quelle vostre teste di cazzo? Ma con chi credete di avere a che fare?” Afferrò il barbiere per una spalla e lo costrinse a voltarsi. “Credete forse che voglia mescolarmi a un branco di idioti come voi?” Il barbiere si liberò dalla stretta. “Non se la prenda,” disse, “il suo è stato un bel discorso, una presa di posizione che è piaciuta a tutti. È proprio come dicevo io: bisogna usare il cervello, bisogna...” Salvini tornò a sedersi sulla poltrona e adagio' il capo al poggiatesta. “Davvero una bella presa di posizione, decisa," finì il barbiere mentre afferrava nuovamente il rasoio. Guardò ancora la faccia di Salvini, per metà coperta di schiuma. Il sangue cominciò a pulsare nel collo di Salvini, sotto la pelle. Si alzò e si fece largo velocemente tra gli altri clienti, diretto alla porta. Fuori il sole sospendeva tutto in una pozza di calore, e prima che potesse girare l'angolo, schiuma e sangue iniziarono a colargli giù dentro il colletto, lungo l’asciugamano che portava ancora appeso al collo, ciondoloni, fino alle ginocchia.

Vedevo e sentivo, ero vivo. Li potevo capire e li guardavo mentre mi guardavano. Ero in sala rianimazione allacciato alla vita tramite tubi, fili, sonde. Sembrava che la stabilizzazione delle funzioni vitali procedesse a fasi alterne, un paio di volte stavano per perdermi, ma mi avevano sempre riacciuffato. La respirazione c'era, la circolazione del sangue così e così, la coscienza era più che vigile. Mi avevano salvato nonostante avessi un buco nel cuore e poche gocce di liquido rosso qua e là nelle vene. Ad ogni respiro il sangue mi gloglottava in gola alla maniera dei fringuelli o dei pettirossi, quando sono in amore. Per loro era un segnale che stavo combattendo per tornare alla vita, a quella vita che mi aveva dato solo sofferenza, diciamolo pure, quel cazzo di vita alla quale non sarei voluto tornare mai. Il personale infermieristico era altamente specializzato, s'affaccendavano attorno a me come le damigelle del milleesettecento quando si prendevano cura delle regine. Ero in buone mani. Mi buttavano sotto la carne sangue buono, non quello pieno di alcool e schifezze varie che hanno in corpo le anime perse. Come ero stato io. Mi ripulivano ben bene. Era tutto molto bello. A parte una cosa, mi mancava Isabella. Dov'era la mia piccola dolce luna che un giorno di inizio estate si era introdotta nella mia vita? Scombussolandola, facendola diventare un'esistenza vera, con litigi, coccole, incomprensioni, sguardi, e tutto quanto serve a fare di una vita, qualcosa che ti appaga. Così che, quando ti svegli la mattina non vieni preso da un senso di sgomento, perché le ore che verranno potrai pensare a lei e, a modo tuo sarai felice. La mia personale felicità che somigliava solo vagamente a quella degli altri, la mia, poteva anche consistere nello stare tutto il giorno a letto pensando alle sue ciglia che sbattevano, ai suoi capelli neri, neri e lisci, ma a volte anche arricciolati quando se li arricciolava. Capelli neri di raion, che fluttuavano al vento salmastro quando camminavamo sulla spiaggia. Tirrenia non era più come nei miei ricordi di ragazzino quando apprezzavo il fascino d'ogni sfumatura delle acque. Il riverbero del calore e dei fasci di luce che irradiando verso il cielo, alteravano il paesaggio in lontananza, il freddo azzurro delle profondità nel mattino. Ormai c'erano solo onde di maleodorante schiuma bianca e sporcizia che proveniva dagli scarichi abusivi. Eppure, tutto mi pareva bellissimo. Avevo dentro quello che chiamiamo, gioia di vivere. Ma non ne ero cosciente, perché non ti rendi conto del bello o della felicità, quando vivi nell'eccesso. Stare in una perenne condizione di ottundimento dei sensi, non permette di riconoscere pienamente i sentimenti degli altri e ancor meno, esprimere i propri. Conosci bene solo le strade che portano da un bar all'altro. Per fare? Comportarti come un idiota senza averne cognizione. Questo è il dramma. Il giorno dopo affiorano i ricordi che si portano dietro un'infinità di rimorsi. E ti senti uno schifo. Eppure lo sai che per gustare la vita, il solo modo è nella consapevolezza, consapevolezza di quello che sei e di quello che ti circonda, solo in piena coscienza si può godere e gioire. Isabella aveva cambiato le carte in tavola e il mio fragile equilibrio si era smarrito, con lei era arrivato qualcosa che non conoscevo, l'avrei capito troppo tardi. Benché non avessimo neanche fatto l'amore, quella folle e meravigliosa creatura aveva cambiato tutto nella mia vita. Gli sciocchi non possono capirlo, la felicità non è data da cose effimere come la bellezza, il potere o la ricchezza. È un insieme di emozioni e stati d'animo, è un senso di completezza e soddisfazione, è uno stato di grazia percepito da ogni singola cellula del corpo, non serve definirla, basta sapere che ha bisogno di tenerezza, sorrisi, lacrime, abbracci. Dove sei Isabella? Pensavo. Non c'era. Ma non fui preso dallo sgomento perché potevo inventarla, anzi, non sarebbe stata un'invenzione perché, tutti lo sanno, il sogno è un diverso aspetto della realtà, che tra la vita e la morte c'è un sottile spazio per concepire un altro stato di cose. Bastava chiudere gli occhi e ce l'avevo lì, vera. Viva come nella cosiddetta vita reale, quella vita alla quale non appartenevo più, e mai più avrei voluto farne ancora parte. Potevo dipingermi il mondo come l'avevo sempre sognato, coi colori, migliorare un aurora boreale e andarci con Isabella. Camminare scalzo con lei tra i ghiacci del polo e ballare, ballare languidamente illuminati dalle luci al neon dei raggi di sole filtrati dai cristalli del ghiaccio. Eravamo pronti a vivere l'amore vero, quello che nessuno conosce e nessuno sa cos'è, che non chiede spiegazioni perchè si assapora, che ti stampa un sorriso nel cuore, ti fa volare e ti fa credere che la vita è bella, e... tante, tante altre cose ancora, tutte irragionevoli e incoerenti.

«Ci vieni con me a Marsa Matrouh?» dissi confrontando mentalmente i fianchi e le gambe di Isabella con quelli di una signora che stava passeggiando sul bagnasciuga. «Non posso, soffro di cuore... », «E allora? Chi soffre di cuore non può volare con l'aereo?» interruppi seguendo con lo sguardo la signora. «Non a quelle altezze... che guardi?» «Niente, guardavo se c'era un bar, qualcosa... se l'altezza non va bene, diciamo al pilota di volare un po' più basso...», conclusi sorridendo e lasciando la frase lì, sospesa. Isabella mi rivolse un'occhiata compiaciuta: «Ma sei anche spiritoso... » rispose in aria di soddisfazione. Ero rilassato. Forse era il bicchiere di vino che avevo bevuto poco prima, il sole che per una volta non vedevo come un nemico, oppure quel bellissimo mare che pareva cinto da vampe di calore dentro un bordo senza fine, ma più probabilmente era la sua vicinanza. Ci stavo bene con Isabella, ma la signora che era appena passata pur avendo almeno trent'anni più di lei, era più sensuale, me la sarei scopata con tutti i crismi. Quella sua pelle bianca e quel modo di muovere le anche mi si erano stampati in testa, era bastato un solo sguardo e già non vedevo l'ora di andare a casa per distendermi sul letto. Isa non mi stimolava nessuna fantasia, ma il suo nome mi risuonava in testa sempre più spesso, un nome che era come una carezza, mi rendeva le giornate più lievi e, in definitiva la vita stessa. Come mai la pensavo così spesso, senza desiderarla? Come mai non riuscivo a mettere insieme tutte le mie voglie carnali e farle andare d'accordo coi miei desideri spirituali? A parte che non si truccava mai e non aveva cura di vestirsi in maniera seducente, a Isa non mancava niente per piacermi, il problema non era lei, ero io. Avevo ventinove anni e la mia vita era una follia che portava ad un unica destinazione: morire giovane. Peggiorando di giorno in giorno. Fino al momento finale. Un lento suicidio. Lo sapevo da tempo e non me ne facevo nemmeno un problema, il pensiero non mi angosciava. Vivevo in un perenne stato di abulia e non c'era proprio niente che mi interessasse, in casa c'era sporcizia e bottiglie dappertutto, mi guardavo in giro e pensavo: "dentro di me è uguale". Però, non è che da un momento all'altro diventi normale perché ti si presenta l'occasione e la casa non si mette in ordine perché lo desideri. Avrei dovuto riordinare tutto nella mia esistenza, anzitutto, smettere di bere e sognare di vivere vite che non erano la mia, togliermi dalla testa quelle astrazioni che servivano solo a tenermi compagnia nei momenti in cui la solitudine diventava insopportabile. Le bottiglie erano ovunque, sul tavolo, per terra, infilate in mezzo ai libri nella libreria, bastava poco per afferrarne una e dare un sorso o anche due, tre, più probabile. Diventavo invulnerabile e non facevo più caso a niente. Col tempo mi ero abituato a non far caso, a non far caso mai, a niente, prima di tutto ai sentimenti, era come vivere in una dimensione sospesa, mi ero calato addosso una rassicurante cappa di insensibilità che mi preservava da tutto. La paura, la mia dolce compagna di tutta una vita, spariva, ma con essa anche il resto. Gioia, speranza, meraviglia, erano offuscate quasi non le percepivo. Non c'era più niente, né passato né futuro. Vivevo nell'illusione. Mi sarebbe piaciuto passare la vita a dormire e fare bei sogni. Sul letto, al buio, battevo Hagler per il campionato del mondo, vincevo milioni nei quiz di Mike Bongiorno, progettavo, realizzavo, nell'oscurità, da solo, riuscivo a plasmarmi una vita che poteva esistere solo nel sogno. Alcool e sogni, erano il mio biglietto per il non dove e il non quando. Mentre Isabella carezzava il cane, la signora era tornata sui suoi passi, mi passò vicino e si sedette sul gavone d'un pattino a pochi metri di distanza. Trasse dalla borsa un arancia avvolta in una ppellicola trasparente, accavallò le gambe ed iniziò a sbucciare l'arancia. Cercavo di costringermi a non guardarla, ma non ci riuscii, mi ritrovai a fissarla mentre sbucciava il frutto. Immaginavo di averla cavalcioni sopra me, il suo corpo era aggraziato e morbido ed io me la sbocconcellavo tutta. La carezzavo, la stringevo, cercavo le sue labbra, le mordicchiavo i denti e assaporavo le mille gustosità che aveva in bocca, era un succo tanto saporito che avrei voluto conservarlo sulla lingua per almeno un mese. Stavo lì, stregato, assorbito da una donna che non conoscevo. Era un'emozione simile a quella che prova chi preso d'amore. Ma l'amore non ce l'abbiamo in dote e non si nasce pieni d'amore, che ce lo possiamo spendere un po' alla volta nell'arco della vita. No. S'impara anche quello. E non con un insegnante che te lo spiega, per impararlo l'amore, lo devi vivere, ci devi stare dentro fin da piccolo, ti ci devi crogiolare lasciandoti andare insieme agli altri bambini. L'amore, s'impara per contatto. Ma a me, destino crudele, non era stato concesso, avevo sempre dovuto difendermi! Isabella era presa dal cane e io mi sentivo un grandissimo stronzo. Che mancanza di rispetto! Ma mi suonavano i campanellini in testa e il brivido di piacere che mi stava pervadendo era più forte anche della vergogna e di ogni principio morale che credevo di essermi dato. La signora se ne accorse, perché il mio modo di fissare era spudorato. Ripose l'arancia nella pellicola e si allontanò. Non la vidi mai più. Per qualche giorno fu la mia amante, era romantica, passionale, esattamente come la desideravo. Quando mi stancai la sostituii con un'altra, una che per un motivo qualsiasi era riuscita a farmi perdere la testa. Ce n'erano tante, trovare una donna era facile, la mia fantasia in quel campo andava come un treno in corsa. Infinite erano le cose che mi stuzzicavano in una donna, un ancheggiare particolare, uno sguardo, due labbra rosse e carnose, ma più d'ogni altra cosa se l'avevo già vista e la prima volta non m'era piaciuta. Come per la bellezza del fiore non colto, su quel corpo sgraziato la mia fantasia riusciva a fare miracoli. Se la donna si sentiva bella e non le nascondeva, anche due gambe brutte diventavano più sensuali di quelle delle conigliette di playboy. Quel suo sentire, me lo trasmetteva interamente e io me lo gustavo in pieno. Da solo. Isa aveva smesso di giocare col cane e veniva verso me. Sorrideva contenta. "Perle ai porci, brutto stronzo che non sono altro, doppiogiochista figlio di puttana... non posso andare avanti così". Dissi a me stesso. Avevo in mano un tesoro e non sapevo apprezzarlo. "Isa ti voglio amare..." ribattei in me con forza e anche con molta amarezza. Ero angosciato. Prima che Isabella mi raggiungesse, mi misi a correre e mi gettai in acqua, quando riaffiorai, salutai con la mano e le dissi: "vieni è calda!", allo stesso tempo pensavo: "ma di che natura son fatto?... Devo trovare due o tre birre". Uscii dall'acqua prima che lei potesse considerare qualsiasi scelta. Con gli occhi cercai un bar, davvero questa volta. Isabella era in piedi, ferma a qualche metro di distanza, mi guardava senza dire niente, cercai di capire cosa stava pensando ma era impenetrabile. S'incamminò da sola verso l'entrata dei bagni. Quel giorno il sole si era levato presto e splendeva alto nel cielo, Isa era viva come un mazzo di viole che sbocciano, ogni scheggia dell'universo stava al posto giusto, il mio, poteva essere solo al bar davanti ad una birra o meglio, qualcosa che fosse fortemente alcolico, qualcosa che mi ottundesse i sensi alla svelta e riuscisse a non farmi pensare.

Sapevo tutto di musica e musicisti, tante cose sapevo ed apparivo intelligente a quasi tutti, ma tante cose, le più importanti, mi erano del tutto sconosciute: arrivare al cuore della gente senza usare la testa. Il fascino non è una questione di raziocinio, non è dato da scienza, cultura o intelligenza, il fascino è un richiamo interiore che si trasmette agli altri quando ti liberi dei fardelli cerebrali e senza che te ne rendi conto, l'allegrezza ti segna le labbra, quando riesci a prendere parte ai dolori e alle gioie del prossimo. Fascino è togliersi ogni velo.

Come potevo mettere d'accordo tutte le mie fantasticherie, le ambizioni, questo cazzo di stile di vita, col desiderio di essere come tutti gli altri? Avere una donna, lavoro, tornare dal lavoro aprire la porta di casa e vedere lei che sta finendo di apparecchiare e dirle: ciao cara, mi hai preparato davvero una bella cenetta, pranzare insieme parlando amabilmente del più e del meno, guardare la televisione insieme strusciandosi i piedi l'un l'altro sotto le coperte, magari anche un cane da portare a passeggio, e tra qualche anno un bel pargoletto. Carolina! La mia bambina, la dolce creatura che nei miei sogni tenevo sulla pancia, facendole smorfie di ogni tipo e gioiendo a vederla ridere, provando soddisfazione ad insegnarle a crescere e stare al mondo. Il problema era che mi sentivo inadeguato, sempre, quando ero in compagnia di qualcuno. Sicché le compagnie e le donne le avevo sempre cercate malate o comunque con problemi, con loro mi sentivo a mio agio, con una "normale"... beh, pensavo di non essere all'altezza. All'altezza di che? Poi. Non sto parlando di sesso sto parlando della paura. La paura degli altri mi accompagnava da sempre, era immotivata, ma c'era. Lo capivo quello che provavo? Avevo consapevolezza dei miei sentimenti? O ero un pezzo di ghiaccio che doveva imparare a sciogliersi. Non avevo sentimenti? Ero in grado di provarli sti cazzo di sentimenti? Mi venne in mente mia madre, quando ero piccolo ogni volta che andava dal dottore avevo una gran paura che morisse e stavo male, pensai anche che se ascoltavo una bella canzone o leggevo un bel brano di prosa, ad esempio il soliloquio di Molly Bloom, mi potevo commuovere fino alle lacrime. Non sono sentimenti questi? Allora se ce l'avevo i sentimenti, perché non riuscivo a tirarli fuori? Pensai, continuando a guardarla. Non erano sentimenti erano emozioni.

Non sono italiana, sono russa, mi sono sposata e sono venuta qui credendo di trovare, chi sa? La felicità? … Sono complicata e complico la vita agli altri, a mio marito prima di tutti. Ma mi assolvo perché le rinunzie cui ero obbligata in Russia, sono mille volte più sopportabili del sacrificio, del sottile supplizio, cui sono stata costretta qua, credo ci sia un impalpabile gusto in tutto questo, forse godo nella sofferenza, la tristezza che non ti abbandona mai, la ricerca del buio, dell’abbandono, della propria cancellazione… uno angolo di campagna mi libera… ma solo per quel poco tempo che posso goderne, poi torna la depressione, e, l’unica vera liberazione… Fa un vistoso gesto con la mano, soffiando sul palmo... è sparire, dissolversi… e mi creda, lo farò.

Le piccole cose della vita sono le uniche per cui vale la pena di vivere e qualche volta combattere. Ce ne sono tante tantissime, i rapporti umani sono complicati, molte volte prevale l'egoismo. È più semplice perché ce l'abbiamo dentro, trasformarlo in qualcosa di più elevato è difficile, ma se uno ci riesce, quello che riceve è tutto quello che gli serve. Le lunghe notti ad ascoltare musica in cuffia, ore interminabili che portavamo a giornate senza fine a guardare sconsolato il soffitto e non vedere via d'uscita. Così così sognavo. Ad occhi aperti e ad occhi chiusi, sempre. Le canzoni erano sollievo, ma col tempo, anche tormento, mentre le ascoltavo automaticamente pensavo a quello che c'era da dire sull'artista, oppure rimuginavo su frasi del tipo : ogni tipo di dipendenza è cattiva, non importa se è l'alcool, la cocaina, l'idealismo o farsi le seghe... frasi e concetti pensate o lette da qualche parte da utilizzare discorrendo con altri, il giusto menù per chiacchierare. Ero un vero intenditore in fatto di musica, a dire il vero lo ero in quasi tutti i campi, e questo serviva a poter dire la tua senza dire cazzate, così, apparivo pure intelligente. Ma in fondo, a che serviva? Non volevo apparire intelligente, volevo essere amato! Non era certo quello il modo di raggiungerlo, così non potevo mai avvicinarmi davvero a qualcuno che mi stava a cuore. Non dovevo confezionare i discorsi leccati e lavorati con cura stando a casa nel letto, ma dargli vita lì per lì discorrendo, lasciandoli scivolare nella testa e nel cuore delle persone con leggerezza, senza riflettere, rinunciando ad avere la situazione sotto controllo. Questa tormenta strada che era la mia vita, valeva un po' di felicità e ora che l'amore ce l'avevo lì, non sapevo neanche se lo volevo prendere. Forse prima dovevo risolvere qualche problema, smettere di pensare d'essere percepito dagli altri come quello angosciato da mille problemi, non ci vivevo bene con quel pensiero e mai avrei voluto sapere quello che si diceva di me quando non c'ero. Nonostante questo, avevo la forza di andare avanti e la speranza che un giorno la mia vita sarebbe potuta essere diversa, bella, non mi aveva abbandonato. Che strano animale ero, mi mancava la voglia di fare qualsiasi cosa, ma avevo la forza di voler andare avanti. Il coraggio è dato dalla sofferenza e non dalla soddisfazione, prima o poi ce l'avrei fatta ad aprire un nuovo capitolo della mia vita, quello bello. Ce l'avevo i sentimenti, allora perché non sapevo tirarli fuori? Ma senza avere il controllo, cazzo! Si potrà mai riuscire a spiegare un fatto così personale, farlo arrivare agli altri?

Non aveva mai smesso di sognare, sognava i cani, il mare azzurro. Ma la speranza l'aveva persa, col tempo aveva smesso di sperare che le cose cambiassero. Il suo cuore non era più combattuto da niente, aveva smesso di farsi domande e ancor meno di cercare le risposte. Col bicchiere in mano non c'è n'era bisogno, il bicchiere gli dava tutte le risposte. Non aveva bisogno d'altro diventava invulnerabile, bicchiere e sogni erano il suo biglietto per il non dove e il non quando. Sognavo : perché il sogno mi liberava dal triste quotidiano, apriva alla speranza, un illusione, ma sognando potevo progettare, creare, realizzare, plasmarmi una vita che poteva esistere solo nel sogno. Serenità per il futuro, serenità credo che basti, perché dentro c'è tutto. Anche la felicità. E, magari aiuta anche qualche sigaretta in meno... Sono malato e cerco di apparire normale, strano, chi è malato lo dice, lo urla! Ma il disagio mentale non è capito, sopportato ancor meno. Sei fastidioso, crei problemi e la gente ti punta il dito. Quello che desiderano gli altri, a me lascia indifferente, quello che desidero io gli altri ce l'hanno, quindi appare banale scontato, poco normale. D'ora in poi silenzio, su quello che desidero, non sentirete più una parola. Era una nasona col culo a mandolino e due gambe meglio della Dietrich, meglio di tutte. Mi piaceva talmente tanto che le avevo detto che le cazzate di poesie che aveva scritto, erano versi bellissimi. gliel'avevo detto mentre mi arrapavo a sbirciarle tra le coscie. Ero così perso in lei, che l'idea di farmi una sega sui suoi piedi con le unghie laccate, non mi sfiorava neanche, men che meno, scoparmela, da dove cominciavo? No, mi veniva meglio idealizzarla, così mi limitavo a spasimare per lei. Era meno faticoso e durava molto di più.

Le cercavo (malate) o comunque con problemi per curarle e poi (forse) sentirmi amato e comunque con loro mi sentivo più a mio agio. Non mi sentivo giusto per una relazione con una donna "normale"... pensavo di non essere all'altezza. All'altezza di che? Poi. Non sto parlando di sesso sto parlando di paura. Spesso è immotivata, ma c'è. Tutto, come sempre, si riconduce alla prima infanzia, quando si impara tutto, anche l'amore. Se vivi in una famiglia dove non c'è, non lo impari, non puoi imparare qualcosa che non conosci, e ti rimarrà per sempre. Puoi fare qualcosa analizzandoti, fai qualche progresso ma uscirne del tutto non è possibile. Così (penso) lui non ha imparato la generosità d'animo e tantomeno l'amore, è sempre la stessa storia. L'educazione e l'amore sono le uniche cose di cui hanno bisogno i bambini, tutto il resto (giochi costosi, vestiti firmati, cellulari da 300 euro a 7 anni) servono ai genitori e non ai figli. Se il periodo è bello o brutto dipende anche da quello che uno si aspetta e da quanto gli basta per accontentarsi. Sentirsi nani, no non è un bel modo per stare al mondo. Non mi piace neanche chi si finge acrobata, casomai è un po' meglio esserlo (solo un po'). È molto vero che chi di violenza vive ha soltanto quella e anche che a trecento all'ora non si vede più niente. Mi sono tolto l'abito della festa e sto abbandonato sul letto, le idee scorrono libere. Penso. illimitato è il numero dei miei sogni, sono giovane, ma lo spirito no, nella mente c'è energia, ma il mio corpo sta appassendo. Batti cuore mio, ho bisogno di sentimenti. Quante volte ho visto la mano tremare? Gli occhi palpitare? Il cuore fremere di paura? Mi sento inutile come un preservativo usato, superfluo come la spazzatura. Uno sputo sul muro. È la solitudine che mi alimenta, mi dà rifugio, ed é il solo stato dove reggo il peso della vita. È la mia prigione, una condizione del non essere, un giogo. Ma la forza di mettermi a nudo e vivere, non c'è. L'anima vuole la pace, gli occhi, un sorriso di gioia, sto morendo dentro. Cuore perché non batti? Sono cosa inerte, imbalsamato, rinsecchisco al sole come uno stronzo.

Non ho avuto paura di agire, provare con il mio grande amore... La vita mi ha piegato... all'impossibilita... Non mi sono fermata neanche dopo, con un giovane col quale non potevo avere un futuro... col narcisista quasi coetaneo successivo... niente... Sono un salmone che risale la corrente prima di andare a morire... Sono complicata e complico la vita agli altri, a mio marito prima di tutti. Ma mi assolvo perché le rinunzie cui ero obbligata in Russia, sono mille volte più sopportabili del sacrificio, del sottile supplizio, cui sono stata costretta qua, credo ci sia un impalpabile gusto in tutto questo, forse godo nella sofferenza, la tristezza che non ti abbandona mai, la ricerca del buio, dell’abbandono, della propria cancellazione… uno angolo di campagna mi libera… ma solo per quel poco tempo che posso goderne, poi torna la depressione, e, l’unica vera liberazione… è dissolversi e mi creda, lo farò.

Ogni giorno dovevo sopportare la delusione che segue al risveglio, quando la realtà ci ricaccia alla vita di tutti i giorni, che di ignoto e meraviglioso ha ben poco.

Avrei voluto mettermi a piangere forte ma non potevo. Non avevo più l’età per versare lacrime, avevo fatto troppe esperienze. Esiste anche questo al mondo, la tristezza di non poter piangere a calde lacrime. E’ una di quelle cose che non si può spiegare a nessuno, e anche se si potesse, nessuno la capirebbe. E’ una tristezza che non può prendere forma, si accumula quietamente nel cuore come la neve in una notte senza vento.

Non provavo tristezza. La mia anima sembrava rivestita di una superficie lucida su cui tutto scivolava silenziosamente. Tutto scompariva come disegni sulla sabbia che il vento spazza via in un soffio.

Non sarebbe meglio se rimanessimo separati fino alla fine, conservando il desiderio di incontrarci? In questo modo continueremmo a vivere mantenendo intatta dentro di noi la speranza di rivederci, un giorno.

Se io provassi a rilassarmi, andrei a pezzi. Ho sempre vissuto cosí, da tanto tanto tempo, e anche adesso è l’unico modo in cui posso vivere. Se una sola volta mi lasciassi andare, non potrei piú tornare indietro.

Voglio parlare di minoranze, di stupidi. Il mondo non è popolato da stupidi, come tanti credono o gli piace credere. È popolare, crea consenso parlare male degli stupidi, così, quando qualcuno discetta acutamente sulla loro dannosità, siamo soddisfatti. Si ride degli stupidi perché mica si parla di noi, noi non siamo stupidi, quindi non ci riguarda. Eppure se guardi alla questione con un po' di obiettività, devi considerare che diamo dello stupido agli ignoranti, agli zotici, ai maleducati, ma più spesso e con grande facilità, a chi ci sta sulle palle. Allora risulta chiaro che tutti siamo gli stupidi di qualcun altro. Gli stupidi veri, credo, sono quelli che non hanno opinioni personali ma solo certezze, quelli che si mettono in cattedra e sentono di avere il diritto di dirti come e perché si sta al mondo e, non bastasse, sanno con certezza anche dov'è il torto e dov'è la ragione, e non posso scordare i più miseri di tutti, quelli che non conoscono i propri limiti condannandosi a una vita di sofferenza. L'unica vera forma di intelligenza è l'umiltà. Umiltà non intesa come essere remissivo o servile, bensì come virtù per la quale l'uomo riconosce i propri limiti, rifuggendo da ogni forma d'orgoglio, di superbia, o sopraffazione. È un'intelligenza che non serve a fare l'inventore, sviluppare teorie scientifiche o giocare meglio a scacchi, è adatta esclusivamente a relazionarsi al meglio coi nostri simili, quindi, è anche l'unica davvero significativa perché ci consente di vivere in serenità col prossimo. Sono solo i rapporti umani che possono darci quella felicità alla quale ognuno di noi aspira. Tutto considerato, stupidi e intelligenti, sono entrambi largamente in minoranza. È meglio così, meglio tendere a essere normali. Questo non è accontentarsi. Come diceva Lucio Dalla : l'impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale.

Hai mai provato a sentirti felice, così, all'improvviso? Tutti dicono che sia impossibile. Oltretutto è un periodo di inquietudine e preoccupazioni. Non ti riesce, eh? Eppure sembra che a qualcuno sia riuscito. A chi? A me, ora. Ci sei tu dietro lo squillo di quel telefono. Lo so. La felicità è un attimo, e se la telefonata dura a lungo, anche due, tre, quattro attimi. "Vediamo un po'". Pensai. Alzai la cornetta e c'eri tu, proprio tu. "Quanto durano quattro attimi?" Ti chiesi. "Anche tutta una vita". Rispondesti senza troppo pensare. "Ti piacerebbe che al mondo ci fosse più felicità?" "Certo, tutti lo desideriamo" "Telefona, telefona più che puoi, fai squillare più telefoni possibile, dietro ogni squillo ci sarà un attimo di felicità. Se al mondo ci fossero tantissimi te e me, tu potresti fare felice gran parte dell'umanità"

Buongiorno. Ecco le storie, gli stati d'animo, che ho vissuto in due estati, quella del 1978 e del 1979. Quando conobbi Isabella. Di tutto ciò che è entrato e uscito dal mio cuore in quel periodo appassionato e violento. Emozioni, stati d'animo sono veri, ma i personaggi e la trama, sono inventati. Volevo raccontare una bella storia d'amore, ma non avendone mai avute di vere, me la sono inventata. O forse no, è vera. Sono sempre stato bugiardo e amante dei gialli, quindi, lascio la suspense. Non aspettatevi descrizioni di tramonti o fiumi in piena, i miei pensieri lo sono da sempre, perché devo difendermi, devo sopravvivere, e quello è da sempre l'unico modo che conosco per sentirmi vivo, non aspettatevi nemmeno morti ammazzati, commissari e indagini. Parlerò di sentimenti, di fragilità, di momenti angosciosi, e, della mia insana, dedizione alla bottiglia. Ma senza indagini psicologiche, non sono un filosofo. Sono un alcolizzato e un bugiardo. Quindi Isabella c'è e mi fa felice. È sempre nei miei pensieri, molto più della nasona che avevo frequentato prima di lei, quella cagna di nasona col culo a mandolino e due gambe meravigliose, meglio della Dietrich, era la meglio di tutte. Mi piaceva talmente tanto che le avevo detto che le cazzate di poesie che aveva scritto, erano versi bellissimi. Gliel'avevo detto mentre mi arrapavo a sbirciarle tra le coscie. Ero così perso in lei, che l'idea di passare il tempo pensando ai suoi piedi con le unghie laccate, non mi sfiorava neanche, men che meno, scoparmela, da dove cominciavo? No, mi veniva meglio idealizzarla, così mi limitavo a soffrire e spasimare per lei. Era meno faticoso e durava molto di più. Al contrario di Isabella, la bella nasona non c'è più nei miei pensieri, e, a dirla giusta, non era una cagna, ce l'avevo con lei perché non mi aveva mai accolto, mai sfiorato neanche con un bacio. A proposito di baci e tenerezze, ne ricevo in gran quantità ora che sono morto. O forse no, può essere che sono vivo e mi godo la vita. Sono bugiardo, l'ho già detto. Prima di incontrarla, la mia vita era come il sobborgo di una città in rovina e io mi sentivo come un personaggio di un romanzo non scritto, né baci né abbracci, nessuna tenerezza, niente, prima di morire.

["E lei qui, e lei qua… e questo qui e quello là. Il gin rommy, gli scacchi, il poker… Ginger Rogers, Lana Turner, Dolores del Rio (odio il cinema); il sabato a Cuernavaca (odio Cuernavaca). Oh, il casinò di Acapulco! In quel momento odiavo anche Acapulco… E Tizio che aveva perso tanto e tanto, a lei che gliene pare? A lei, a lei e a lei… E il Presidente, e il Ministro, e l’Opera (odio l’Opera). E il cashemere inglese, e Don Pedro, e gli acquisti di Natale, e i cavoli loro. E quel veleno, dal colore così simile al cognac…"]

["Si puliva i denti come se non sapesse far altro. Lasciava il suo stecchino al lato del piatto per riprendere a stuzzicarseli appena finito di masticare. Ore e ore, dall’alto in basso, da destra a sinistra, da avanti a dietro, da dietro ad avanti. Sollevando il labbro superiore, come un coniglio, mostrando (uno dopo l’altro) gli incisivi giallastri; abbassando il labbro inferiore fino alla gengiva corrosa; finché gli sanguinò, solo un poco. Gli trasformai lo stuzzicadenti in baionetta, conficcandoglielo fino alle nocche, prima di aprirgli la gola con il coltello da bistecca."]

["Cominciò a mescolare il caffelatte col cucchiaino. Il liquido arrivava fino all’orlo, sollevato dall’azione violenta dell’utensile in alluminio. Il bicchiere era ordinario, il bar scadente, il cucchiaino opaco e consumato dall’uso. Si udiva il rumore del metallo contro il vetro. Tin, tin, tin, tin. E il caffelatte girava e rigirava, con un gorgo nel mezzo. Un Maelstrom. Io ero seduto di fronte. Il bar era affollato. L’uomo continuava a girare e rigirare, immobile e sorridente, e mi guardava. Qualcosa mi si rivoltava dentro. Lo guardai in un modo tale che si sentì in obbligo di giustificarsi:”Lo zucchero non si è ancora sciolto”… Per dimostrarmelo dette dei colpetti sul fondo del bicchiere. Subito riprese con rinnovata energia a mescolare metodicamente il beveraggio. Gira e rigira, senza fermarsi mai, e il rumore del cucchiaino sul bordo del vetro. Tan, tan, tan. Di seguito, di seguito, senza posa, eternamente. Gira, e gira, e gira, e rigira… Mi guardò sorridente. Fu allora che estrassi la pistola e sparai."]

["Non l’ho fatto apposta” è tutto quello che sapeva piagnucolare quella cretina, davanti alla brocca ridotta in frantumi. Ed era proprio quella che ricevetti dalla mia santa mamma, che il buon Dio l’abbia in gloria! La feci a pezzi quella stupida. Vi giuro che non pensai, neppure per un momento, alla legge del taglione. Fu semplicemente più forte di me."]

["Lo uccisi perché mi parlò male di Juan Alvarez, che è un mio caro amico, e perché mi risulta che quanto diceva era una grossa menzogna."]

[“Meglio morta” mi disse. E l’unica cosa che desideravo era di darle soddisfazione"]

["E’ così semplice: Dio è la creazione, in ogni istante è ciò che nasce, ciò che vive e anche ciò che muore. Dio è la vita, ciò che continua, l’energia e anche la morte, che è forza, durata e continuità. Che cristiani sono questi, che dubitano della parola di Dio? Che cristiani sono questi, che temono la morte quando gli promettono la Resurrezione? Meglio farla finita con loro, una volta per tutte! Che non rimanga traccia di credenti così meschini! Appestano l’aria. Coloro che temono di morire non meritano di vivere. Quelli che temono la morte non hanno fede. Imparino una buona volta che esiste un altro mondo! Dio è grande!"]

["Si strozzò fino al giorno del giudizio universale. Non ho avuto timore di guardarlo in faccia. Il suo porcume mi spronò all’ardimento!"]

["Faccio il barbiere. Può capitare a chiunque. Oso persino dire che sono un buon barbiere. Ognuno ha le sue manie: a me danno fastidio i brufoli. Capitò così: mi accinsi a radere tranquillamente, insaponai con destrezza, affilai il rasoio sulla cinghia, lo addolcii sul palmo della mano. Io sono un buon barbiere. Non ho mai scorticato nessuno! Inoltre quell’uomo non aveva neppure una barba molto fitta. Però aveva i brufoli. Riconosco che quel foruncoletto non aveva niente di particolare. Ma a me danno fastidio; mi danno ai nervi, mi rimescolano il sangue. Urtai il primo senza alcun inconveniente: il secondo sanguinò alla base. Non so che mi accadde a quel punto, ma credo che fu una cosa naturale: allargai la ferita e poi, senza poterci far nulla, con una rasoiata gli tagliai la testa."]

["Questo mi secca: che voi crediate che non mi fossi accorta del semaforo. Invece sì. Mi fermai, anche se nessuno può testimoniarlo. Io frenai, e l’auto si fermò. Subito dopo si accese il verde ed io proseguii. La guardia fischiò, e io non mi fermai perché non potevo certo pensare che fosse per me. Mi raggiunse subito con la sua motocicletta. Mi parlò in malo modo: ”Cosa crede, perché è donna, che il Codice della strada sia fatto solo per chi porta i pantaloni?”. Gli assicurai che allo stop mi ero fermata. Glielo dissi, glielo ripetei. E lui, che se volevo avrei potuto evitare la multa… Mi ribellai. La bugia era così evidente che mi fece ribollire il sangue. So bene che non voleva più di 2 pesos, 3 al massimo. Mi sta bene pagare una piccola tangente quando si è commessa un’infrazione, oppure se si cerca un favore. Ma in quel caso lui era in piena malafede. Io avevo rispettato i segnali! E poi il tono: siccome sapeva di aver torto era andato in bestia. Aveva visto una donna sola ed era sicuro di spuntarla. Io tenni duro. Ero decisa ad andare al Comando di Polizia e piantare una grana. Io ero passata con la luce verde! Mi guardò sornione, si piazzò davanti alla macchina e cominciò a prendere il numero di targa. Non so di preciso cosa successe, ma quell’uomo non aveva alcun diritto di fare quel che stava facendo: avevo ragione io! Furibonda misi in moto e partii di scatto…"]

["La squartai dal basso in alto, come una pecora, perché guardava indifferente il soffitto mentre faceva all’amore."]

[“Ancora un pochino”. Non potevo dire di no, e io non posso soffrire il riso. “Se non ne prende ancora un pochino dovrò pensare che non le piace”. Non ero in confidenza con quella famiglia. Dovevo assolutamente ottenere un favore, e c’ero quasi riuscito. Ma quel riso… “Ancora un po’!” continuava a dire, “un pochino ancora!”. Ero imbarazzato. Sentii che stavo per vomitare. Non c’era altro da fare, e lo feci. La povera signora restò con gli occhi sbarrati, per sempre."]

["A voi non è mai venuta voglia di eliminare uno di quei venditori di biglietti della lotteria, quando diventano noiosi, insistenti, supplicanti? Io l’ho fatto, a nome di tutti!"]

["Erano tre anni che ci morivo dietro. Finalmente avevo un vestito nuovo. Un abito chiaro, come l’avevo sempre desiderato. Avevo risparmiato, lira su lira, e finalmente eccolo qua: con i suoi bei risvolti alla moda, i pantaloni ben stirati, gli orli non sfilacciati… E quell’omaccio grosso, sordo, schifoso, forse senza volere, lasciò cadere la cicca del suo sigaro e me lo bruciò. Gli fece un buco orrendo, nero, coi bordi color caffè. Gli infilzai la forchetta nella gola. Ci mise parecchio a morire."]

["Stavamo pigiati come sardine e quell’uomo era un porco. Puzzava. Tutto gli puzzava, ma soprattutto i piedi. Le assicuro che era impossibile sopportarlo. E poi aveva il colletto della camicia nero e la nuca untuosa. E mi guardava. Una schifezza. Cambiai posto. Ebbene, lei non ci crederà, ma quell’individuo mi seguì. E continuava a guardarmi. Aveva un odore diabolico, mi parve di vedergli uscire come minuscoli insetti dalla bocca. Forse lo spinsi troppo forte. Non vorranno dare la colpa a me se le ruote dell’autobus gli passarono sopra."]

["L’avevo appena sfiorata. Si rivoltò come una tigre. Tutto per una toccatina da niente! Oltre tutto non ne valeva la pena, mollacchiona. Forse proprio per questo se la prese tanto. Io non potevo certo lasciar correre. Si radunò gente. Cominciai a menar botte. Se quel ragazzino scivolò sotto un camion che passava, io che c’entro?"]

["Stavamo fermi al bordo del marciapiede, aspettando di poter passare. Le automobili correvano veloci, una dietro l’altra, agganciate insieme ai loro fari. Non ci fu bisogno che di una spintarella. Eravamo sposati da dodici anni e non valeva un tubo. Dodici anni d’inferno ripagati da una sola spintarella…"]

["Era tanto brutto, quel poveraccio, che ogni volta che lo incontravo mi sembrava un insulto verso Dio. Tutto ha un limite. Ammetto che quel giorno avevo avuto una giornataccia, ma uccidendolo sentii d’aver commesso un atto di carità."]

["Sono sicuro che rideva di me. Rideva di quello che stavo sopportando. Era troppo. Mi passava e ripassava il trapano sul nervo. Lo faceva apposta, nessuno mi toglierà questa idea dalla testa. Mi prendeva pure in giro:”Ma questo lo sopporterebbe anche un bambino…”. A voi non hanno mai messo quelle rotelline del diavolo su un dente cariato? Allora dovreste ringraziarmi. Vi assicuro che d’ora in poi faranno più attenzione. Forse strinsi troppo. Ma non sono responsabile del fatto che avesse il collo così fragile. E che si fosse messo così a portata di mano, così sicuro si sé, così superiore. Così felice."]

["Lo uccisi perché al posto di mangiare ruminava."]

["Stavo leggendogli il secondo atto. La scena tra Emilia e Fernando è la migliore; su questo nessun dubbio, tutti coloro che conoscono il mio dramma sono d’accordo. E quel cretino moriva dal sonno! Non ce la faceva proprio! Di colpo la zucca gli cadeva sul petto, come un batacchio; poi improvvisamente riapriva gli occhi facendo finta di seguire l’intreccio con grande interesse. E daccapo si riassopiva, fino a ricadere giù come un ciocco. Per dargli una mano lo abbattei con un gran pugno, come dicono che un certo Ercole aveva fatto con dei buoi. D’improvviso mi venne dentro una forza sconosciuta. Io stesso ne restai impressionato."]

["Avevo un bruttissimo foruncolo, con la capocchia grossa, piena di pus. Quel medico (il mio era in vacanza) mi disse:”Bah, non è nulla. Basta una bella strizzatina e via. Non se ne accorgerà neanche.”. Gli chiesi se non era il caso di farmi una iniezione per attenuare il dolore e lui mi rispose che in casi del genere non ne vale la pena. Il guaio è che lì accanto c’era un bisturi. Alla seconda “strizzatina” l’ho aperto, dal basso in alto, a regola d’arte."]

["Russava. Se chi russa è un parente, pazienza. Ma quello là non sapevo neppure che faccia avesse. Il suo ronfare attraversava le pareti. Andai a protestare dall’amministratore di condominio. Si fece una risata. Andai a trovare l’autore di tali indicibili rumori. Quasi mi cacciò. “Non è colpa mia. Io non russo. E anche se russo, cosa vuole che faccia? Ne ho il diritto in casa mia! Si compri un po’ di ovatta…”. Oramai non potevo più dormire: se russava, per il rumore; se non russava, nell’attesa del rumore. Se picchiavo sul muro, smetteva per qualche momento… ma subito ricominciava. Voi non avete idea di cosa sia fare la sentinella ad un rumore. Una cataratta. Un tremendo vortice d’aria, una belva in gabbia, il rantolo di cento moribondi, mi raschiavano le budella ingorgandomi le orecchie; e non potevo dormire mai, mai. Non potevo nemmeno cambiare casa: dove avrei potuto trovare un affitto così basso? La fucilata gliela tirai con la carabina di mio nipote."]

["Non posso toccare il velluto. Ho l’allergia al velluto. Anche ora, al solo nominarlo, mi viene la pelle d’oca. Non so perché questa faccenda uscì fuori durante una conversazione. Quell’uomo così raffinato pensava solo ad appagare i suoi sensi. Non so come, estrasse un pezzo di quel maledetto velluto e cominciò a sfregarmelo sulle guance, sulla nuca, sulle narici. Fu il suo ultimo gesto. Mi dispiace solo che la sua agonia sia durata così poco."]

["Mi bruciò, forte, con la sigaretta. Non dico che lo fece con cattiva intenzione, ma il dolore è lo stesso terribile. Mi bruciò, mi fece male, vidi rosso, lo uccisi. Non ebbi, nemmeno io, intenzione di farlo… Ma avevo quella bottiglia in mano."]

["Lo ammazzai perché mi doleva la testa. E lui mi veniva a parlare, quasi gridando, senza fermarsi un attimo, di cose di cui non mi importava un cavolo. Diciamo la verità, anche se mi fosse importato sarebbe stato lo stesso. Prima, guardai l’orologio ben sei volte, ostentatamente: non ci fece caso. Credo che questa sia una attenuante di cui dovrebbero tenere conto."]

["Io faccio il sarto. Non dico per vantarmi, ma la mia bravura è indiscussa: sono di certo il miglior sarto della città! E quella donna, prima insisteva tanto per vestirsi da me, e poi, appena arrivava a casa, faceva il cacchio comodo suo, tanto per parlarci chiaro. Ad un abito verde buttò sopra la sciarpa di tulle arancione del completo grigio dell’anno scorso, e guanti color rosa. Di nascosto legai la sciarpa all’automobile e lo strappo della messa in moto fece il resto. Speravo tanto che dessero la colpa al vento."]

["Avevo ragione io! La mia teoria era inconfutabile. E quel vecchio trombone stava lì a negare col suo sorrisetto imperturbabile, neanche fosse lo Spirito Santo, e fosse dotato, per virtù carismatica, di una divina infallibilità. I miei argomenti erano ineccepibili, non facevano una grinza. E quel vecchio imbecille arteriosclerotico, con la sua barba sudicia, sdentato, con le sue lauree honoris causa tutte sulle spalle, me le confutava, fissato con le sue teorie ormai superate, vive solo nella sua mente anchilosata, nei suoi libri che nessuno ormai legge più. Vecchiaccio rammollito! Tutti gli altri tacevano vigliaccamente davanti alla boria sprezzante del maestro. Oramai non servivano più argomenti, visto com’era deciso a distruggere le mie teorie con il suo sorrisetto sardonico. Come se io fossi un intruso! Come se difendere qualcosa che andava oltre la portata del suo cervello in decomposizione fosse un insulto alla scienza che lui, ovviamente, rappresentava. Finché non ne potei più. Mi fece uscire dai gangheri. Gli detti il campanello in testa. Il brutto fu che il batacchio gli si conficcò nella fontanella. Non s’è perduto molto, compresi i suoi occhi di pesce fradicio, rossastri, smorti."]

["Mi disse che quell’affare non lo interessava. Non vedo perché io debba spiegare fatti personali che non hanno niente a che vedere con questa storia. Ma lui mi assicurò che poteva comprare quei calzini di lana più a buon mercato. Non era possibile: io glieli offrivo a prezzo di costo! Glieli davo in liquidazione perché avevo bisogno di quei soldi con grande urgenza. E lui daccapo a dirmi che poteva comperarli a 2 e 50 di meno alla dozzina. Era una bugia assurda. E bisognava vedere con quanta sicurezza, con quanta serietà stava lì ad affermarlo, mentre fumava un sigaro puzzolente. Lo abbattei con il peso da due chili che stava sopra il bancone."]

["Scivolai e caddi. Credo fosse stata colpa di una buccia d’arancia. C’era gente, e tutti si misero a ridere di me. Soprattutto quella del chiosco di fiori, che mi piaceva tanto. Non so bene cosa mi accadde. La pietra la colpì proprio in fronte, tra i due sopraccigli: ho sempre avuto un’ottima mira. Cadde a gambe larghe, tra i suoi fiori in mostra."]

["Vendo biglietti della lotteria. E’ un mestiere dignitoso come qualsiasi altro. Ero sicuro che quel 18327 sarebbe uscito. Presentimenti che vengono. Lo offrii a quel giovanotto ben vestito che stava fermo all’angolo. Tra l’altro, era mio dovere farlo. Si mostrò interessato ai numeri che gli indicavo. Voglio dire che mi diede spago. Gli offrii il 18327. Rifiutò distrattamente. Non è questo il modo: quando non si vuole una cosa bisogna dirlo subito. Io insistei, era mio dovere. O no? Sorrise incredulo, come se fosse certo che quel numero non sarebbe mai uscito. Se avessi supposto che non aveva alcuna intenzione di acquistarlo non sarebbe accaduto nulla. Ma quando uno mostra interesse già contrae un obbligo! Si formò un capannello di gente. Che avrebbero pensato di me? Era un vero e proprio affronto. Cercai di difendermi. Porto sempre addosso un coltello, non si sa mai. La verità è che quel biglietto non vinse nessun premio, ma solo il rimborso. Non avrebbe perduto niente, e il 7 è un buon numero finale."]

["L’aereo partiva alle sei e quarantacinque. Gli dissi di svegliarmi alle cinque in punto. Invece mi svegliai da solo alle sette. Il colmo è che giurò di avermi chiamato. Se mi svegliano non c’è caso che mi riaddormenti. Non avevo niente da fare ad Acapulco, ma lui si impuntò:”L’ho chiamato, signore. Dico davvero, l’ho chiamato!”. Le bugie mi fanno uscire di matto. Gli sbattei la testa contro il muro, finché non mi tolsero dalle mani il suo corpo senza vita."]

["Era più intelligente di me, più ricco di me, più generoso di me, era più alto di me, più bello, più disinvolto, vestiva meglio, parlava meglio; se voi credete che queste siano solo scuse, siete proprio stupidi! Ho sempre pensato alla maniera di sbarazzarmi di lui. Feci male ad avvelenarlo: soffrì troppo. Questo sì che mi dispiace. Avrei voluto che morisse di colpo."]

["Perché cercare di convincerlo? Era un settario dei peggiori, caparbio e altezzoso, neanche fosse il Padreterno! Gli spaccai la testa in due: vediamo se così impara a discutere. Chi non sa le cose, taccia!"]

["Sul serio, credetti che non l’avrebbero mai scoperto. Sì, era il migliore amico. Su questo non ci sono dubbi, ed io ero il suo migliore amico. Ma in questi ultimi tempi non potevo più sopportarlo: indovinava tutto quello che pensavo. Non c’era modo di sfuggirgli. A volte mi diceva persino ciò che mi balenava nella mente prima ancora che si concretizzasse nei miei pensieri. Era come vivere nudo. Organizzai tutto per bene, ma evidentemente lasciai il corpo troppo vicino alla strada."]

["Potete chiederlo al Club degli scacchi di Medicali o al Casinò di Hermosillo oppure al Circolo di Sonora: io sono, io ero un giocatore di scacchi molto migliore di lui! Non esiste nessuna possibilità di confronto! E lui mi vinse cinque partite di seguito, non so se vi rendete conto. Lui, un giocatore di categoria C! All’ultimo scacco matto, presi un alfiere e glielo ficcai dentro l’occhio. Un autentico colpo d’occhio… La polizia mi comunicò che era morto dissanguato quando mi arrestò."]

["Andammo a caccia di anatre selvatiche. Restai a lungo acquattato nel fango, in balia del vento gelido, ma dei volatili nessuna traccia. Cosa mi spinse a puntare il fucile su quell’uomo tracagnotto e ridicolo, con il cappello tirolese con tanto di piuma? E io che ne posso sapere?"]

["Scheda 342;

Cognome e nome del malato: Agrasoto Luisa;

Età: 24 anni;

Luogo di nascita: Veracruz;

Diagnosi: eruzione cutanea di origine presumibilmente polibacillare;

Cura: 2'000'000 di unità di penicillina;

Risultato: Nullo;

Osservazioni: Caso unico, refrattario, senza precedenti;

Dopo il quindicesimo giorno cominciai a seccarmi. La diagnosi era chiarissima, non ci potevano essere dubbi. Dopo il fallimento della penicillina, provai invano ogni sorta di medicinali: non sapevo più a cosa attaccarmi. Mi lambiccai il cervello, per settimane e settimane, finché le somministrai una bella dose di cianuro di potassio. La pazienza, anche con i pazienti, ha un limite."]

["Lo uccisi perché era idiota, perfido, scemo, tardo, cafone, stupido, mentecatto, ipocrita, ignorante, burino, buffone, gesuita, a scelta! Un difetto si può anche accettare ma una dozzina mi sembrano davvero troppi…"]

["Se non dormo otto ore sono un uomo finito, e dovevo alzarmi alle sette… Erano le due e non se ne andavano, sprofondati nelle poltrone, felici e beati. E Iddio sa che non avevo potuto fare a meno di invitarli a cena. E parlavano, e straparlavano, a ruota libera, a cascata; scambiandosi battute, parlando a vanvera, confondendo i discorsi, blaterando su cose di nessun interesse: e gradisca un altro bicchiere, e un’altra tazzina di caffè. D’un tratto a lei saltò in mente che, un po’ più tardi, avremmo potuto farci una zuppa all’aglio (la mia cuoca è famosa proprio per questo). Io non ce la facevo più. Li avevo invitati a cena perché non potevo farne a meno, perché sono una persona beneducata. Erano arrivati, più o meno puntuali, alle nove e mezzo; ed erano le due di notte, e non davano il minimo segno di volersene andare. Io non riuscivo a staccare la mente dall’orologio, dato che non potevo guardarlo direttamente: la buona educazione, innanzitutto. Dovevo alzarmi alle sette, e se non dormo otto ore sono uno straccio per tutta la giornata; inoltre di quello che dicevano non mi importava niente, un bel niente. Certo, avrei potuto comportarmi da villano e dir loro in qualche modo di andarsene. Ma non è nel mio stile. Mia madre, rimasta vedova da giovane, mi ha inculcato i migliori principi. Avevo solo una gran voglia di dormire. Il resto mi importava poco. Non che avessi molto sonno, ma pensavo a quello che avrei avuto il giorno dopo… La mia educazione mi impediva di fingere qualche sbadiglio, che è il modo più corrente tra persone volgari."]

["Uccise la sua sorellina la notte di Natale per tenere tutti i giocattoli per sé."]

["Sono maestro. Da dieci anni insegno nella scuola elementare di Tenancingo. Sui banchi della mia classe sono passati tanti bambini. Credo di essere un buon maestro. Lo credetti finché non spuntò fuori quel Panchito Contreras. Non mi prestava alcuna attenzione e non imparava assolutamente nulla: perché non lo voleva. Nessuna punizione, né morale né corporale, gli faceva affetto. Mi guardava insolente. Lo supplicai, lo sgridai, lo picchiai, ma non ci fu verso. Gli altri bambini cominciavano a prendermi in giro. Persi ogni autorità, il sonno, l’appetito, finché un giorno non ne potei più! Perché servisse da esempio lo impiccai all’albero del cortile."]

["Gli chiesi “L’Excelsior” e mi portò “El Popular”. Gli chiesi le “Delicados” e mi portò le “Chesterfield”. Gli chiesi una birra chiara e me la portò scura. Il sangue e la birra mescolate per terra non fanno un effetto gradevole..."]

["Non posso cambiare casa. Non ho i soldi, e poi lì è morta mia madre, ed io sono un sentimentale. Ma voi non sapete cos’è un juke-box. Un mostro che attraversa i muri dalle sette di mattina alle tre di notte. Voi non sapete cos’è. Sempre lo stesso ritmo, lo stesso motivo, per ore e ore senza darti modo di dormire, di mangiare, senza mollarti mai. Mangiare ritmo, bere canzonette, e non dormire. Avere il sonno interrotto, attraversato, impastoiato da uno stupido juke-box. Oh, quel mostro verde, giallo e rosso… Protestai, scrissi, inoltrai reclami a tutte le autorità possibili ed immaginabili. Non mi risposero nemmeno. Da un amico militare comprai una bomba a mano. Mi dispiace per il barista, soprattutto dopo che ho saputo che era orfano di padre e madre, come me. Spero proprio che la mia mammetta mi perdoni. L’ho fatto per lei: non posso cambiare casa."]

Saluta con gioia!

Ocio che non hai mica acceduto al DeBasio!

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I saluti che quest'utente ha voluto ricevere

MrDaveBoy73
ciao..."...la principessa...", "vedranno il vero volto della vita", "i gigli", "e io dirò::-"no"..."...l'amore si impara per contatto..." , "...sono malato e cerco di apparire normale..." , "...Hanno chiuso il paradiso..." ma EVA Braun inconta uno sciamano zinagaro, in un sogno ????, "..."morii per la bellezza....",...e anche le altre , le fonti ??? così leggo anche io ..........ciao davexxx
BËL (00)
BRÜ (00)

Bubi: Ciao, sono appunti che mi segno anche qui oltre che su Facebook. Così sono sicuro di non perderli. Le fonti sono più o meno mie personali e anche cose che ho visto su internet e mi sono piaciute. Quelle lunge più di qualche riga sono mie, in genere. Ciao 🍀✍️
Bubi: Eva Braun e lo zingaro è un idea per un racconto. Non ho scritto nemmeno una riga, ma l'idea è quella di capovolgere completamente le personalità della Braun e di Hitler stesso che addirittura si converte. L'idea lho avuta vedendo una composizione di Cattelan. C'era Hitler che stava in ginocchio e pregava...
Bearry
Ciao, da qualche ora ti ho aggiunto alle mie cerchie, così tanto per condividere qualcosa di interessante, un po' di musica nel mio caso
BËL (01)
BRÜ (00)

Bubi: Grazie, mi fa molto piacere. Ricambio il saluto e se ci sarà modo di condividere qualsiasi cosa lo farò volentieri. Ciao
mrbluesky
Ma non era un arrivederci
BËL (00)
BRÜ (00)

Bubi: Ciao Mr. Blue. Non mi ero accorto del saluto. Un abbraccio.
Almotasim
Salve Bubi, l'altra sera non sapevo che dire sulla sospensione comminata al racconto di DeMarga. Son giovane di De-eta'. Col commento volevo solo scherzare sul fatto che non aveva minimamente parlato di musica. Per questo I 4'33'' di silenzio di Cage. E' bene attenersi alle regole del sito. DeMa per me e' un riferimento. Nessun dubbio sulla sua buonafede. Saluti.
W I Pixies
BËL (00)
BRÜ (00)

Bubi: Grazie del saluto, contraccambio. E ovviamente W i Pixies, mettiamoci anche i Little Feat e gli The Who, và.
serenella
Ciao Bubi! Che bella presentazione, complimenti. Serenella
BËL (00)
BRÜ (00)

Bubi: Grazie, complimenti molto graditi. E a te do il benvenuto perchè ho visto che sei sul sito da "pochi" giorni. Un abbraccione!!!
mrbluesky
caro Bubi se non vuoi fare la fine del biondino ti conviene ricambiare qualche amicizia.ciao MrB
BËL (00)
BRÜ (00)

Bubi: Caro, più che volentieri, il fatto è che non me n'ero neanche accorto.
mrbluesky: Lo sapevo che eri un simpaticone.ciao,a presto
hellraiser
Eilà Bubi! Mai più sentito, tutto ok? Fa piacere rivederti, ti dedico questa...

BËL (01)
BRÜ (00)

Bubi: Hallo Hell, tutto ok e spero altrettanto di te.
GenitalGrinder
Bello rivederti Bubi! Attendo la tua ripresa nel segnalare ascolti degli anni settanta. Qui è arrivata la neve, finalmente! E su da te?
BËL (01)
BRÜ (00)

Bubi: Grazie del saluto, la neve c'è anche qui, poca per fortuna. Per gli ascolti anni 70 la posso anche continuare subito. (per un paio di giorni poi vado via per un pò di tempo)
hellraiser
Ciao grande! Spero che ti vada tutto bene, è da un po' che non ti si vedeva da queste parti... io iniziato l'anno con l'influenza, se il buongiorno si vede dal mattino c'è da pensar male. Grazie di essere passato dai miei ascolti, ti dedico questa, disco che sto tritando in questo periodo di malattia, saluti!

BËL (01)
BRÜ (00)

Bubi: Grazie caro, ti auguro buona guarigione. Certo che deve essere una bomba tutto il disco. Ma se puoi consigliarmi altri come July - Dandelion Seeds (1968), Titus Groan - It Wasn't For You, High Tide - The Joke, autentiche perle che non conoscevo. E' la mia parte più scoperta tra quello che conosco, ed è anche la musica ideale da mettere nel tablettino dove c'è già moltissimo blues. Un'altra decina di brani come quelli e sono a posto, magari degli stessi autori, magari anche @imasoulman o @hjhhjij potrebbero dire la loro. Grazie del pensiero e ancora auguri per tutto
Bubi: Scordavo @BARRACUDABLUE e di certo anche altri. Il 12 riparto e sarebbe un bel regalo per me.
Bubi: ora ho anche capito come si fa @[hjhhjij]
Bubi: anche brani come The Sacred Mushroom - I'm Not Like Everybody Else, basta che non siano troppo lunghi.
BARRACUDA BLUE: Ciao Bubi, ben tornato. Colgo l'occasione per farti gli auguri di buon anno, ed anche a Hell, insieme a quelli di buona guarigione.
hellraiser: Grazie Barra, buon anno anche a te e famiglia
hellraiser
Ciao Bubi, passo a salutarti e a dedicarti sto pezzo niente male, non so se li conosci, dovresti ascoltarli ah ah...

BËL (01)
BRÜ (00)

Bubi: Grazie, tu mi prendi nei sentimenti, questa è la mia rock band preferita in assoluto. Vediamo se riesco a contraccambiare con questa: Rod Stewart-Maggie May
hellraiser: Il Rod Stewart 1968-1975 per me è un maestro. Pensa che questa era al numero uno in contemporanea sia in USA che in Uk nel 1971, canzone magnifica, album (Every Picture Tells a Story) stupendo. Non potevi farmi un piacere migliore, grazie mille
Bubi: ottimo cantante Rod Stewart (ma quanti ce ne sono?) forse la sua canzone più famosa, quella che preferisco.