Annette Peacock
X-Dreams

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«Boh!... Boh… Mah!... Mah... No! Orgoglio e dignità... Dignità e orgoglio... No! Orgoglio... e... »
«Dignità... »
«Dignità... Dignità, bravo!
Eh... Io io me ne frego della dignità. Me ne frego, se qualcuno mi viene a chiedere: "Tu vuoi cambiare persona, vuoi diventare un altro?" Lo sa che cosa le rispondo io? "Sìì, certamente".
Cosa le rispondo io? »
«Siì certamente...» Ricomincio da tre. Dir. Massimo Troisi. 1981

Diventare un’altra. Ma chi?

Me lo hanno chiesto per la prima volta, ad un colloquio di lavoro, di quelli psicologici motivazionali effettuati in gruppo, tra la pianificazione di metodi per vendere fotocopiatrici difettose, la gestione di venditori infedeli e l’elaborazione di strategie per sopravvivere in non meglio identificate foreste a seguito di disastri aerei.
Mi sono fatta una domanda simile, quando, entrando qui, ho dovuto scegliere un nome utente.
«Di cosa vorresti scrivere?» mi son chiesta.
Era stato da poco ristampato e mancava su DeBaser: X-Dreams di Annette Peacock.

«Bene, allora sarò Annette
Così, eccomi qui, dopo solo (!) poco più di anno, a concretizzare in scritto il pensiero che mi ha fatta DeNascere qui in mezzo a voi.

Uno dei motivi fondamentali per cui amo X-Dreams è lo stesso che mi rende inadatta a recensirlo: questo album è musicalmente lontano anni luce da me.
Dovendo infatti catalogarlo, bisognerebbe far ricorso ad etichette quali fusion o jazz-rock, e se invece si volesse collocare Annette Peacock in una mappa concettuale, la trovereste prossima al jazz, all’elettronica, all’avanguardia (anche se, per me, lei fa provincia a sé).
Io, invece, di solito bazzico un angoletto tra il cantautorato, l’americana e il folk.
Insomma, per un’amante della “lagna-rock”, l’innamoramento per Annette è stato un evento totalmente imprevisto e per questo straordinario. Poiché di rock, Annette, ha più che altro l’attitudine e di lagna davvero nulla!

La storia tra noi è cominciata nel più classico dei modi, un amico a far da tramite e un colpo di fulmine scattato dopo appena 20 secondi, quando Annette mi presenta il suo sarcastico biglietto da visita tutto rosa, sussurrandomi «my mother never taught me how to cook» e poi, con un acuto, «that's why I'm so skinny».

My Mother Never Taught Me How To Cook, il brano che apre l’album, si presenta come un bildungsroman in salsa funk, dove in un alternarsi di sussurri e acuti, accelerazioni e pause ad effetto, si snoda il racconto di una diseducazione e dei suoi effetti sulla personalità e sulle “virtù” della protagonista, specificate ironicamente secondo la conformità/non conformità ai principali “male user requirements”:

I’m not big in the kitchen, I’m not big at cleaning
[…]

But I’m a fantastic ride

Giusto per chiarire la sua collocazione all’interno del “dualismo di Ferribotte”.

Il percorso ad ostacoli per l'autostima descritto nella canzone, comincia con la famiglia e si conclude con l’incontro con gli uomini.

And I’ve had men say, «Hey babe, your love is the greatest show on earth, and hey baby, I’m your man with the perfect plan and I’ll give you everything your heart desires, […], hey baby, I want to suck your honey, I wanna cop your conception, take your energy, absorb your vibe, preach your philosophy, I wanna become you, I want you and I want you to die so I can be you. Hey, come over here and give your sweet vampire some love. I’m your man. Come over here and pay your landlord some dues. And hey babe that’s what I call love and that’s what I call a relationship—-now do you want to get it on?»

Chiudono il brano un sax e un inaspettato lieto fine, dove una faticosamente conquistata consapevolezza del proprio valore si rivela efficace antidoto contro le relazione tossiche

And I say, «Hey man, my destiny’s not to serve. I’m a woman. My destiny is to create.»

Musicalmente, My Mother Never Taught Me How To Cook è sorprendente: una free-form song eseguita in modo anarchico in cui nulla è dove te lo aspetti, uno strano oggetto sincretico a cavallo tra differenti generi. Liricamente, è caratterizzata da un linguaggio e dei contenuti volutamente provocatori disinnescati, nel loro potenziale disturbante, solo dalla grande personalità e dall'orgoglioso piglio della sua interprete.

Siamo nel 1974, quando Annette Peacock comincia le registrazioni di X-Dreams, ha divorziato dal suo secondo marito il jazzista Paul Bley (il primo, di cui ha conservato il cognome, era stato il contrabbassista Gary Peacock) e si è trasferita in Europa. Due anni prima, aveva pubblicato per la RCA il suo esordio solista I'm the One, che le era valso l’ammirazione del compagno di etichetta Davide Bowie. Il Duca Bianco le aveva proposto una collaborazione, Annette aveva rifiutato accettando però l’offerta di utilizzare a titolo gratuito il suo studio di registrazione a Londra.
Nel Regno Unito, ci vorranno 4 anni e 22 musicisti per completare questo lavoro, tra di loro nomi di spicco della scena jazz e rock inglese come Mick Ronson, Bill Bruford, Chris Spedding, Peter Lemer, Jim Mullen, Brian Godding.

Differentemente dagli album precedenti, in X-Dreams, Annette non suona, si “limita” a comporre tutti i brani (tranne una cover), cantarli e produrli (per la cronaca, la produzione avrebbe potuto essere di Brian Eno se Annette non avesse rifiutato anche quest’altra gentile proposta).
L’ispirazione dell’album è dichiarata sin dal Titolo, in quella X che si riferisce al doppio cromosoma che ci rende splendide e al contempo ci condanna a mensili sbalzi ormonali. Al centro, la complessità delle dinamiche nelle relazioni tra i sessi e l’ambivalenza dei sentimenti di una donna indipendente ed eccezionalmente dotata nei confronti degli uomini.

La prima facciata, la più bella ma anche la più dura verso i "poveri maschietti', oltre al già citato brano di apertura contiene l'altro pezzo più rappresentativo dell’album, Real & Defined Androgens: circa 11 minuti di tensione erotica. Su tappeto armonico ripetitivo, ardite improvvisazioni strumentali e una ritmica ossessiva accompagnano lo spoken word di Annette, che con voce bassa, distaccata ma sensuale e un linguaggio crudo e realistico, descrive un uomo che si masturba e le sue fantasie.

And oiling his machine he works it... hard...
Rides himself to foam...

Nell’incedere della narrazione, si ha la sensazione che il volume aumenti progressivamente mentre gli assoli diventano sempre più complessi, tutto contribuisce a dare l’impressione di un’eccitazione crescente.

La scena di autoerotismo assurge a simbolo di un fuga del maschio in un sesso freddo senza né contatto né intimità, in cui la donna è solo un involucro su cui proiettare le proprie fantasie

A magazine in the other hand betrays the airbrushed dream of perfection
A connection which demands that the soul of femininity
Supplant itself into the sh
еll which offers itself to the fancy

Ma più che una critica di tipo sociologico alla donna-oggetto, l'obiettivo sembra essere la raffigurazione di un disagio maschile a rapportarsi con la complessità del femminino.

Dopo tutta la tensione, ci si abbandona volentieri al suono del sassofono che domina la bellissima Dear Bela. In un'atmosfera da night, ritorna il tema dell’amante vampiro del finale di My Mama Never Taught me How to Cook. Qui, a dire di qualcuno, il canto di Annette assume "una posa alla Billie Holday”... Mah!

Trascurando il fatto che credo che Billie Holiday sia stata ingiustamente scomodata per qualsiasi cantante jazz (e non) abbia calcato un palco dal ‘59 ad oggi (un po’ come Joni Mitchell per ogni ragazza che ha imbracciato una chitarra), il paragone, sebbene a mio avviso musicalmente poco calzante, mi è sembrato comunque interessante in quanto emblematico del contrasto tra due antitetici approcci femminili alle relazioni (giustificati in parte anche dalle differenti epoche).

Uno dei primi brani che ho ascoltato cantati da Lady Day, e a cui per questo tendo ad associarla, è My Man. Nella mia testa, My Man è l’amica che vi tiene sveglie tutta la notte per descrivervi quale essere spregevole sia il suo uomo e quanto la faccia soffrire. E quando voi, alle cinque del mattino, tra la veglia e il sonno, siete ormai convinte che lei pronunci le parole: «ho deciso, lo lascio», se ne esce, come Billie, con un «but I love him». Allora voi, dimentiche di tutte le volte che avete predicato comprensione ed empatia, dell’orrore che provate di fronte alla violenza o del fatto che le vogliate bene sin dall’asilo, la vorreste solo picchiare selvaggiamente come fa Alberto Sordi con Monica Vitti, nella scena finale di Amore mio aiutami.

Ecco, per me, Dear Bela, ma tutto l’album, è l’antitesi di My Man. Annette non è disposta a subire né a giustificare nulla in nome di un malinteso sentimento. Lei sa che i vampiri, gli aguzzini non agiscono mai veramente per amore, benché spesso dichiarino o siano convinti di farlo.

And is it love you feel at all?
Or is it the fear that makes you so mean to me baby?

Or is it the hate that gets you off?

Un lungo gemito di chitarra ci accoglie nel lato B, più dolce e languido, dove la donna forte di inizio disco si arrende (sebbene ancora timorosa di perdere sé stessa) all’amore.
Tra i titoli contenuti nella seconda facciata, spicca l’unica cover. Come nel primo album, anche qui Annette sceglie di rifare un successo di Elvis, Don't Be Cruel. Reso irriconoscibile dalla cura Peacock-Ronson, il brano, in linea con lo spirito irrisolto dell’album nei confronti degli uomini, si colloca a metà tra l’omaggio e la dissacrazione nei confronti di un emblema della mascolinità (Elvis, the Pelvis).

Non dirò nulla sulle altre canzoni se, non che valgono tutte il vostro tempo. Farò solo notare che l’album si chiude con un brano intitolato Questions. Perché, ammettiamolo, non c’è nulla di più femminile di fare e farsi domande su domande (spesso ossessive) sulle relazioni.

Esplicita, ironica, creativa, audace, spudorata, provocatoria, forte, sensuale ma anche delicata, romantica, dolcissima. In definitiva, irrimediabilmente “Femmina”.

Chi non vorrebbe essere Annette?

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