Arkheth
Twelve Winter Moons Comes the Witches Brew

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Voto:

Ciò che vedi e senti quando vai dentro ad un bosco, di notte, da solo e sotto gli effetti di un gran bel cartone.

Questo disco si potrebbe tranquillamente riassumere così, né più, né meno. Ma in ogni caso, per tutte le persone a cui questa semplice descrizione non basta, proseguo. Ma non prima di aver spiegato un attimo le origini della band, che in questo caso è d'uopo (giusto per farvi capire com'erano partiti prima di sfornare l'album che sto per recensire)

Gli Arkheth, band australiana (e di dov'altro sennò?), prima facevano MeloBlack (e c'erano 3 membri), ma poi dopo il 2010, tutti i membri abbandonarono il leader Tyraenos. Ebbene, lui se ne sbatté il cazzo e convertì il tutto in una one man band di Black sperimentale. E nel 2018 arriva la prima manifestazione della svolta degli Arkheth: Twelve Winter Moons Comes the Witches Brew.

E quindi, dopo questo preambolone, la domanda sale spontanea: cos'è 12MCTWB? Un fottuto trip stregonesco, labirintico e malato. Un viaggio senza ritorno (o quasi) in un mondo astrale fatto di allucinazioni, che in 41 minuti di permanenza (o di più, dipende da quante volte ve lo sentite) vi manda completamente a maiali il senso del tempo, dell'orientamento, della misura e di tutto il resto.

La partenza dell'iniziale "Trismegistus" ti immerge subito nel mondo sparaflashoso, esoterico e impossibile descritto da Tyraenos (oltre che dai bellissimi artwork), tra accordi e giri dissonanti ed improbabili, tastiere variegate e sfaccettate (ora melodie fantasy e sognanti, ora organetto da film horror anni 30), voci gracchianti e filtrate (a volte con un flanger tanto fastidioso quanto adorabile), sparate e blast beat epicamente allucinogeni, ma di sicuro mica finisce qui.
Tutto il disco ha una cartucciera intera di genialate pronte per essere sparate in faccia all'ascoltatore, in tutte e 5 le canzoni del lotto. Io non voglio spoilerarvi niente, ma di sicuro per me la migliore è una sola:
Quel.
Fottuto.
SASSOFONO.
Ammetto, in realtà non è proprio uno strumento preponderante, pure perché viene suonato da un ospite (tale Glen Wholohan), ma l'uso che ne viene fatto è davvero stupendo, a volte melodico e sognante (come nel finale di "Dark Energy Equilibrium") a volte cacofonico e maligno (come la partenza di "The Fool Who Persists in His Folly", che sembra uscita direttamente dai Naked City più marci e distruttivi), e altre volte anche solistico e funambolico (come nella già citata "The Fool Who Persists in His Folly").

Un altro altissimo punto di forza del disco poi sono i testi, talmente assurdi, malsani e allucinati che potrei averli scritti io, basti pensare alla terza strofa (riproposta anche nel finale) di "Where Nameless Ghouls Weep" (che a quanto pare solo io c'ho notato una frecciatina ai Ghost):
"Jump into the swamp with me,
I'm the Saint of the Damned
So vile and so filthy, you're no regular man".

Cristo santo.
Questo disco è talmente assurdo che non può essere di questa dimensione, e quando tu lo ascolti finisci nella sua stessa dimensione d'appertenenza, diventando un testimone delle assurdità malvagie e contorte che la popolano: calderoni in fiamme che fanno luce propria, stregacce bicefale con occhi fluorescenti, alberi altissimi che si confondono con nuvole multicolor, fulmini e saette che si sparpagliano nello scenario e cambiano forma di continuo, e tant'altro ancora.

Non c'è più nient'altro da aggiungere. SPARATEVELO

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Commenti (Due)

luludia
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Rece che incuriosisce...
BËL (01)
BRÜ (00)

Zio Gufo: Fidati, quando scrissi la recensione sto disco lo ascoltai 3 volte (adesso 4), e nonostante ciò ancora non sono riuscito a capirlo al 100%. E' un lavoro tutto da scoprire insomma
gate
gate Divèrs
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Mi piaci, sei cazzuto
BËL (01)
BRÜ (00)

Zio Gufo: Grazie

Ocio che non hai mica acceduto al DeBasio!

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