Copertina di Bad Religion Stranger Than Fiction
AssafetidaLover

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Per appassionati di punk rock, fan dei bad religion, ascoltatori critici di musica rock, cultori delle dinamiche tra indipendenza e mainstream
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LA RECENSIONE

Troppo ingombrante il 1994 per impelagarsi tra undici milioni, Dookie e Casinò Salisburgo.

Poi non l’ho vissuto, quindi cazzo scrivo (aspetta, il Casinò Salisburgo sì)?

Me ne resto saggiamente in disparte, ammaliato dalle monolitiche certezze dei Professionisti della Soluzione in Tasca. Incrollabili dispensatori di exitpoll, 4-4-2 e abbassolemegior.

Repertorio n°1

La storia è questa: una volta, in un buco-locale di New York, verso la fine degli anni Novanta, c'era un ragazzino appoggiato al muro con la sua patch dei Bad Religion in bella vista sulla giacca. Sopra il nome della band, con un pennarello, aveva scritto la parola "OLD". Ecco quanto i fan dei Bad Religion erano arrivati a odiare la band dopo il suo approdo al mondo major.” (tratto da Vice)

Ha ragione il nostro campione, qui? O è un po’ coglione?

La verità non sta mai nel mezzo, ma a tre quarti: quindi è un coglione con un po’ di ragione.

Perché Stranger è un bel discone melodico old school, ma un po’ stronzo lo è. Non tanto nei contenuti, quanto nelle premesse. Tutto nasce da quel mantra boccheggiante e bavoso che arabesca la favella dei celoduristi crestati: abbassolemegior, uniche responsabili della pussificazione del gruppo di turno.

E i primi a scivolare nel dedalo di supercazzole sono proprio i Bad Religion, così imparanoiati dall’essere su megior che ad ogni traccia paiono dirti: “Chi? Noi? Sì occhei ma c’è il tupatupa”.

E in effetti è vero: via quelle seghe un po’ fuzzy, quei riff sghembi di “Recipe for Hate” ("All Good Soldiers", per intenderci) ed apparecchiamo dei bei vaffanculo in your face alla vecchia maniera.

“Incomplete”, “Better Off Dead”, la splendida “Marked” e “News from the Front” funzionano da dio, però c’è un però. Il lavoro appare regimentato, coibentato, pettinato. Bello, per carità, ma così asettico.

Tipo quei villini a San Donato tutto pulito spolverato sverminato che poi il padre di famiglia si spara in bocca.

E’ stato un calvario. Che lotta scegliere le canzoni: quelle non pubblicate sulla versione statunitense sono state bocciate a maggioranza. Avreste dovuto sentire la pressione cui eravamo sottoposti.” Jay Bentley non le manda a dire: la Atlantic insiste per una svolta (più mainstream), ma non è che la band remi contro. Anzi: il carico da undici è il suo.

E “Stranger than Fiction” è banalissima conseguenza del canovaccio: gli stilemi di “Against the Grain” ci sono , ammansiti però da manierismi rock per ampliarne esponenzialmente la fruizione. Nessuna melodica ambizione à la “The New America”: solo un bel pancroc educato.

Prova provata ne sono le bonus track: non a caso “News from the Front”, “Markovian Process” e “Leaders and Followers” (scartata in favore della versione più edulcorata, “Individual”) rappresentano il versante più nostalgico e abrasivo dell’opera. Per non parlare delle demo scartate, quelle “Truth”, “Fucked Up Children” e “Mediocrity” decisamente più ostiche di una “The Handshake”. It’s all about the money.

Ma questo è solo uno dei problemi di “Stranger than Fiction”.

Le ospitate sui dischi.

Parliamone: io le detesto. E chiamarle “feat.” abbassa significativamente la soglia di sopportazione. Mi sembrano l’equivalente subdolo di uno spot, uno sponsor di un live aid in free download su Deezer. Il DIY deve informare non solo la produzione, ma anche l’esecuzione di un disco "punk". Chissene di Tim Armstrong che declama duettando con il jingle scemo di “Television”. Il disco è il presupposto del live: perché tradire perfino un’etica che coesisterebbe benissimo con contratti miliardari?

Ma il banco salta con questo. Il restyling di “21st Century (Digital Boy)”. Perché il Brett vuole la “hit pop”, testuali parole. Fottesega se hai un parco singoli pauroso (“Infected”, “Slumber”, la titletrack), smentiamo il presente per sputtanare passato e reputazione. Un conto è la cassa di risonanza Epitaph, un conto è quella Atlantic: meglio l’usato sicuro per (tanti) soldi sicuri.

Non si parla, qui, di band esperta che pesca il brano rozzamente arrangiato degli esordi: si rispolvera un album ritenuto – a torto o ragione – l’apice del gruppo, tradendone l’istintiva innocenza e smussandone gli spigoli. “Stranger than Fiction” si trova così prostrata all’imperio del marketing, con una canzone messa un po’ così, a cazzo. Eccolo, il carico da undici.

E’ il vero emblema del tradimento, dati gli autori. Un tradimento molto bello, dati gli autori.

Per tre quarti è colpa loro. Non sempre ubi major minor cessat.

3.5/5

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Riassunto del Bot

La recensione analizza Stranger Than Fiction, album dei Bad Religion del 1994, evidenziando un disco ben fatto ma influenzato da compromessi con la major Atlantic. Pur mantenendo elementi old school, l'opera appare eccessivamente 'pettinata' e mainstream, con scelte etiche discutibili quali ospitate e riproposizione di brani storici in versione pop. Nonostante ciò, alcune tracce mantengono ancora un forte impatto e il disco rimane piacevole, anche se mette in evidenza la tensione tra autenticità punk e necessità commerciali.

Tracce testi video

02   Leave Mine to Me (02:06)

03   Stranger Than Fiction (02:20)

04   Tiny Voices (02:37)

10   Hooray for Me... (02:49)

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13   Inner Logic (02:57)

14   What It Is (02:08)

15   21st Century (Digital Boy) (02:47)

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16   News From the Front (02:22)

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17   Markovian Process (01:29)

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Bad Religion

Bad Religion è una band punk/hardcore californiana tra le più influenti della storia del genere, nota per testi impegnati e uno stile che ha codificato l’hardcore melodico. Capitanati dal cantante Greg Graffin e dal chitarrista Brett Gurewitz, hanno attraversato le generazioni mantenendo integrità artistica e critica pungente.
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