Come ha già osservato in queste pagine morningstar (si vedano le belle recensioni di "Orobas" e "Molock"), le figure alle quali sono dedicati i "Book Of Angels" sono in realtà tutti demoni, ovvero angeli caduti, e adesso ci troviamo dinanzi al più celebre di essi: Lucifero, il ribelle per antonomasia e l'artefice della diaspora celeste.

Pur non avendo alcuna competenza, vorrei proporvi un po' di cabala spicciola. Il numero 10 è la riproposizione dell'Unità, spesso indica la Legge (i dieci comandamenti), anche perchè la decima sephirah (Malkhut=regno) rappresenta la terra nell'unione con Dio. Tuttavia il 10 segue al 9, che è simbolo di gestazione (i nove mesi che una creatura impiega a nascere), di amore (ricordate Dante?) e soprattutto numero che nella tradizione ebraica indica la Verità (moltiplicato per se stesso si riproduce, ovvero se si sommano le cifre dei totali si ottiene sempre nove). Che può significare questo? Bhè, se il due è il simbolo della prima contrapposizione (Lucifero) all'Unità (Dio) perchè segue all'uno, il 10, seguendo al 9, potrebbe paradossalmente rappresentare, oltre alla Legge, anche la contrapposizione alla Verità, ossia la menzogna.

Il 10 è inoltre un doppio 5, numero che simboleggia l'armonia (il pentagramma, ma anche il pentacolo) e numero dei semi di una mela tagliata a metà perchè -leggo in Elémire Zolla- la mela (la conoscenza che voleva Eva) è frutto di Venere (il cui numero è appunto il 5), prima stella del mattino (come ben sa morningstar) e pianeta portatore di luce. Luci-fero.

Forse troverete tutto ciò esagerato, ma questo potrebbe forse spiegare perchè John Zorn -che non lascia mai nulla al caso- abbia dedicato proprio il volume 10 a questa figura biblica. Meno arduo è invece comprendere perchè abbia affidato al suo ensemble preferito il compito di celebrare tale angelo dal momento che, come raccontano le scritture, si trattava del più bello di tutti.

Come ricordato anche nel sito della Tzadik, sono trascorsi 10 anni (si, proprio 10!) dall'ultimo lavoro in studio del sestetto e, rispetto a "Circle Maker", i 10 brani (avete letto bene, 10!) proposti questa volta sono tutti inediti.

"Sother" ("il salvatore"?), si apre, esattamente come immaginate, in perfetto stile Bar Kokhba: tempo latino (con l'usuale tappeto della ditta Baron/Baptista e un limpidissimo Greg Cohen) e violino e violoncello pizzicati sino all'ingresso della chitarra riverberata di Ribot che, dopo un bellissimo solo di Feldman, si lancia in una cavalcata finale. Il successivo, "Dalquiel", è una mezza milonga nella quale, a dire il vero, non abbiamo ancora modo di godere a pieno dell'interplay cui ci avevano abituati Friedlander e Feldman (pregevoli sono invece, prima della chiusura, l'intervento di Friedlander e il breve solo blues di Ribot esaltato dai crescendo degli archi).

Dopo due brani gradevoli, ma non memorabili, proprio quando iniziamo a pensare che Lucifero avrebbe forse meritato di più, arriva -preannunciato da un lugubre ostinato- "Zazel", un malefico tema mediorientale "alla Morricone", così bello da terminare troppo presto, e perfetta colonna sonora per "il re dei popoli" in esilio sulla terra. Il nevrotico "Gediel", ideale seguito di "Hazor", è ancora più esplosivo con Baron e Baptista in continuo assolo, con uno dei migliori Ribot di sempre e soprattutto con Friedlander e Feldman che prendono a dialogare come sanno.

La successiva "Rahal" -nella quale c'è da segnalare un bel solo di Cohen- si fa però semplicemente ascoltare e si può sicuramente avere di meglio da fare che sorbirsi l'insulsa "Zechriel". Decisamente meglio sono "Azbugah" (una graziosissimo valzer travestito da habanera incredibilmente solare) e la frenetica "Mehalalel".

La struggente "Quelamia", introdotta con delicatezza da Friedlander, e "Abdiel" -brano caratterizzato da un esotico tempo dispari e ricco di belle invenzioni soliste- risollevano, anche se non del tutto, il valore di un disco imperdibile per fan zorniani come me, ma di cui -a differenza di "Circle Maker"- si potrebbe forse fare a meno. In conclusione, nonostante la presenza del Bar Kokhba, non reputo questo il migliore dei "Book Of Angels" e talora si ha l'angosciante sensazione che l'easy listening stia facendo irruzione su tutta la produzione di Zorn.

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