Fioccano le cover anche in questo doppio album del 1969 di Brian Auger, come spesso succede nelle sue opere: stavolta vengono reinterpretati Miles Davis, Laura Nyro, i Doors, Nina Simone, Richie Havens e qualche altro. Ma la canzone più in evidenza è tutta di Brian, un jazz-rock coi fiocchi intitolato “Tropic of Capricorn”, con un fluviale assolo organistico e pure un breve break di batteria. Anche la parte cantata (concisa) è affidata a lui.
Ma arriva subito dopo la voce principale del gruppo ossia la rediviva Julie Driscoll, autrice e voce solista nel secondo episodio “Czechoslovakia” che non nasconde i suoi intenti politici (comprese le detonazioni e gli scoppi simulati agitando il riverbero a molla dell’Hammond… la Cecoslovacchia aveva subito l’invasione russa l’anno prima). Dopo un primo album nel ‘67 con la Driscoll e un secondo lavoro l’anno successivo colla sola sezione ritmica, eccoti l’anno ancora seguente una pubblicazione a nome Julie Driscoll Brian Auger & the Trinity, ad unire le due esperienze. La riccioluta Julie è ancora un poco acerba, ma timbro soul e atteggiamento forte non si discutono. Le viene dato spazio anche per esprimere colla chitarra acustica alcune sue, discrete, composizioni.
Il gospel “Take me to the Water” di Nina Simone gode di un bel pianoforte pastorale di Auger, ma la sua cantante torna pienamente protagonista nella successiva “A Word About Color” (solo lei al proscenio con voce e chitarra, Auger e i suoi sono al pub dell’angolo per un drink…).
Non che Julie dimostri particolare predisposizione verso la composizione: il salto fra la canzone sua appena nominata e la successiva cover di “Light My Fire” dei Doors è totale, a livello motivico. La resa da parte del quartetto allargato dei Trinity di questo super classico (allora non ancora tale a livello mondiale, ma istantaneamente molto amato e ripreso da parecchi addetti ai lavori) è ovviamente carica di soul.
“Indian Rope Man” di Richie Havens è un’intensa cosa soul rock, con Auger nella sua versione più aggressiva sui tasti, e nel suono. A contrasto “When I Was a Young Girl” risuona pacata e notturna, evidenziando la bella voce di Driscoll. La quale avrebbe potuto offrirci una carriera più corposa, invece di andare di lì a poco a maritarsi con il pianista Keith Tippett (detto “gatto che zompa qua e là per la tastiera”) e passare senz’altro ad una intensa riproduzione della specie.
Suggestiva la versione Auger/Driscoll dell’inaffondabile “Let the Sunshine In”, colonna portante del musical “Hair”. Valido anche lo strumentale “Ellis Island”, palestra per le circonvoluzioni di Auger sulle due amate tastiere sovrapposte. Siete mai stati ad Ellis Island? Nella grande sala dove gli immigrati venivano divisi fra buoni e cattivi, uomini e donne, sani e malati si avverte una sorta di potentissima energia, come una scia lasciata dai milioni e milioni di disperati in cerca di una vita decente, a suo tempo transitati per quel posto.
“In Search of the Sun” è composta e cantata dal bassista dei Trinity Dave Ambrose, il quale mostra di avere una voce più attraente di quella di Auger, ispirata a Jim Morrison. “Finally Found You Out” è uno strumentale del leader nel quale per una volta sovrappone il piano all’organo, in una dimensione stilistica un po’ alla Traffic. In “Looking in the Eye of the World” un pianoforte minimalista decisamente Satieggiante accompagna la voce di Auger andando a costituire uno dei momenti migliori dell’opera.
Torna il folk della Driscoll, assente da diversi episodi nell’album, su “Vauxall to Lambeth Bridge”, quest’ultimo uno dei ponti centrali di Londra sul Tamigi, all’altezza del Parlamento e del Big Ben. Buona la voce di Julie, senza dubbio… qua è evocativa e pura, ammirevole. Anche in quest’occasione compare solo lei, che se la canta e se la suona… i Trinity non vi toccano palla. Ma si rifanno in “All Blues” che ritrova il quartetto al completo con Brian al piano, per un soul jazz blues soffuso e piacevole che rende onore al suo autore Miles Davis.
La percussione impagabile dell’Hammond introduce la suadente “I Got Life”, anch’essa recuperata da “Hair”. Può essere che la giovane cantante avesse avuto a che fare con una delle tante rappresentazioni teatrali di questo musical… Immagino lo conoscesse a memoria, era un punto fermo per molti in quegli anni. Un’ultima cover soul, ossia “Save the Country” scritta da Laura Nyro conclude il doppio, corposo album come sedicesima traccia.
Un disco con due anime quindi: il soul jazz di Auger che ospita la graziosa e promettentissima cantante, lasciata sfogare in tre o quattro sue cose di tutt’altro mondo, diciamo folk psic, ma ben disposta a impreziosire coi suoi vocali il lavoro soul jazz dei tre strumentisti. Purtroppo tale connubio avrà qui termine ed il successivo lavoro dei Trinity sarà sì in quartetto, ma con un chitarrista aggiunto al posto di Julie, la quale si rifarà viva soltanto diversi anni dopo terminata la fase riproduttiva, per un episodico ritorno di fiamma con Brian.
Elenco e tracce
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