Uh-oh! Ci fanno notare che questa recensione compare anche su icedtears.com

Corre l’anno 1994 quando, dopo l’incarcerazione di Varg Vikernes, dovuta come è noto alla brutale uccisione di Euronymous, vede la luce 'Hvis Lyset Tar Oss', pubblicato dalla Deathlike Silence, la piccola casa discografica che apparteneva proprio al defunto leader dei MayheM.

Con questo album Burzum, deviando con maggiore decisione dalle influenze tipicamente thrash di Bathory e Celtic Frost, intraprende la ricerca di un suono che, per quanto senza’altro accostabile a quello dei succitati MayheM e dei Darkthrone, punta maggiormente sulla percezione delle atmosfere che è stato capace di evocare.

Il disco si apre dunque con il capolavoro Det Som En Gang Var (che registra una durata di 14 minuti), in cui una gelida e ripetitiva chitarra squarcia il silenzio annichilendo immantinente la dimensione del mondo reale, e la mente dell’ascoltatore ha appena il tempo di abbandonarsi a questa sofferta reminescenza prima che un cupo passaggio di batteria introduca l’esasperante riff che caratterizza gran parte della lunga escursione. Da subito subentrano le tastiere, genitrici di semplicissime accordi che plasmano però la struttura della canzone dando origine a una malinconia agonizzante. Le urla del Conte sono i terribili lamenti di questa dipartita agghiacciante. Immenso è il finale, che vanta l’ultimo lancinante urlo di Varg (“Vi doede ikke… Vi har aldri levd” ).
Viene la bellissima title track, più breve rispetto alla precedente anche perché più violenta e diretta, sebbene accompagnata sempre da un testo criptico che è poesia. Immanente il disperato pianto del Conte; la distorsione delle chitarre, insieme con la tetra e tombale sessione ritmica ben si presta a veicolare la ceca rabbia della canzone, di cui la successiva Inn I Slottet Fra Droemmen non è altro che il prosieguo, forse appena sottotono.

Viene quasi naturale, almeno a chi scrive, ricordare con piacere quel senso di fastidio e di alienazione che Burzum riesce a trasmettere, e confrontarlo, con le dovute distinzioni, ai leggendari Abruptum e alle loro atmosfere rumorose, inascoltabili e sulfuree, espressione del male primigenio. La fine dell’album è suggellata dall’immensa Tomhet, completamente composta alle tastiere: un pezzo che fa tutt’altro che concedere un gradevole rilassamento all’ascoltatore, perché l’esasperante ripetitività e il vuoto silenzio che fa da sfondo alla scarsissima struttura, altro non fanno che evocare un’angosciante malinconia, fino all’ultimissima nota.

Veramente un capolavoro, che ancora oggi ha moltissimo da dire.

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