Entro in un negozio di dischi come un altro in una scialba giornata come un'altra, perfettamente convinto che il mio sovrano gusto estetico e il mio finissimo spirito critico non potranno essere mai intaccati da qualsivoglia individuo/essere inanimato che mi si presenti davanti. I parametri di giudizio che sorreggono (pomposa)mente le mie inclinazioni musicali sono di granito, penso mentre guardo il nuovo disco dei Coldplay. E in un attimo mi illumina il cerebro un'immagine agghiacciante: Coldplay, gruppetto snob e fintissimo, ruffiano fino al nauseabondo, inverosimilmente vuoto e populista. Suona quello che la "gente" vuole ascoltare, avida di melodie strappa(maroni)lacrime e di giri di sol. Una delle peggiori cose che l'Inghilterra ha prodotto, musicalmente parlando, dai tristi tempi della Sporty Spice e dei Prendi Quello.
Ma magicamente una forza maggiore, in evidente stato di trans ipnotica, mi spinge a tendere la pargoletta mano verso quell'orrendo arnese. Torno a casa, e con un sorriso beota e un rivolo di bava sul mento metto il cd nel lettore e lo stupore è grande. Grandissimo. E' come se il cielo diventasse verde, si spegnessero le stelle, la Juventus diventasse più forte del Milan, Gigi d'Alessio cantasse al Glastonbury dell'anno prossimo. Il mondo al contrario. Quello che sento mi piace, i Coldplay mi piacciono. Anzi, mi piace questo gruppo che non ha niente da spartire con quella taroccata di pessimo gusto che vendevano (anche male) come il miglior gruppo del millennio (1000 anni).
Tra i dieci pezzi dell'album (con tre tracce nascoste) la qualità è sostenuta: niente di eccezionalmente imprescindibile, ma tutto assolutamente valido. C'è "Violet Hill" che mette un po di cazzo di rock in quei moscissimi accordi da sviolinate omosessuali, accompagnato da una voce che finalmente si libera da quella insopportabile e zuccherina mielosità. Sembra uscito dalla penna di un Natale Gallagher. C'è "42" (Quarantadue) che mostra come i Radiohead sostituiscano nelle influenze gli impostati U2: apertura al piano - riff di chitarre elettriche - variazione di beatlesiana memoria - ritorno circolare all'inizio. C'è "Yes" che presenta addirittura ascendenze (medio)orientali di squisita ricercatezza. C'è "Lost" che è una canzone di merda ma smembrata nelle sue singole unità e ricomposta con stile e originalità. C'è insomma un minimo di coraggio, di arditezza sperimentale, di positiva innovazione. Un album che mostra lo scroto (per dirla scientificamente), che innalza di una tacca il livello, che permette di chiamare "musica" quello che prima l'amico Chris e compagni avevano solo strimpellato e rantolato (vomito)samente.
Magari è una porta verso un'evoluzione brillante e inarrestabile. Magari è solo un sussulto di orgoglio di chi sguazza in un mare di pochezza e fumante banalità. Ma è già qualcosa, ed è nostro perentorio dovere riconoscerlo e apprezzarlo. Da domani forse torneranno a scrivere sottofondi per limonate durissime in macchina, ma questa volta hanno sfornato un disco fottutamente convincente.
I Coldplay sono cambiati, gente, ma non tradiscono la loro natura e continuano a perpetrare la loro poetica con la solita, disarmante onestà.
'Viva la vida or Death and all his friends' non è il 'Kid-A' dei Coldplay, ma va benissimo così.
Non siamo neppure davanti ad un album scarso, sembrerebbe il classico disco di transizione da una dimensione all’altra.
Martin abbandona l'impostazione iper zuccherosa tipica dei precedenti lavori per un utilizzo più particolare della sua voce.
Una galoppata di 2min abbondanti che rasenta la perfezione strumentale.
Questo album aprirà un secondo capitolo nella fin qui strabiliante carriera di questa band amata da tutti.
"Che sia un bene oppure no, abbiamo di sicuro cominciato a usare più colori."
"Un album fresco, luminoso, dinamico, dal respiro universale, che coniuga melodia e ricchezza sonora."
Il trattamento elettronico di Eno si rivela palesemente invalidante e incongruo rispetto alla cifra stilistica del quartetto londinese.
La vocalità trasognata e malinconica del leader cantante è quasi sempre soffocata dalla densità armonica e dalla pesantezza delle basi.