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[ LÖW : FUTURE FUNK OF BERLIN ALEXANDERPLATZ ]
"Baby, I've been breaking glass in your room again. Listen.
Don't look at the carpet, I drew something awful on it. See.
Such a wonderful person, but you got problems. I'll never touch you."
Isolar II fu il nome della tournée del 1978 che Bowie condusse per la promozione di due dei tre album della celeberrima trilogia berlinese, nel caso Low e "Heroes" (Lodger, registrato tra le pause, non ebbe mai una sua versione live e solo sei pezzi su dieci vennero proposti sporadicamente nel corso degli anni e tour successivi). Il primo tour Isolar risaliva al 1976 e fu di supporto all'album Station To Station, e in generale al periodo in cui Bowie soggiornò negli Stati Uniti.
Tutto sembrava distante e senza importanza allora, on stage il sound ariano del Duca Bianco, ennesimo personaggio pseudo-fascista, pseudo-romantico, perfetto e sprovvisto di alcuna emozione reale, artificioso come solo Bowie sapeva essere nello stesso showbiz che stava per ammazzarlo.
A Los Angeles Bowie stava semplicemente impazzendo in un sortilegio autoinflitto di impasse spirituale, in corso c'erano la graduale dissoluzione del suo matrimonio e le ansie che gli avrebbero prosciugato tutte le energie di lì a poco, di ritorno dagli incontri dagli avvocati. Gli anni statunitensi avevano visto la nascita di dischi folli, realizzati in stati folli, in circostanze domestiche folli e in esaurimento. Dischi brutti. Los Angeles fu per lui il bubbone più repellente della feccia dell'umanità, quel lurido posto, ebbe a dire, avrebbe dovuto essere cancellato dalla faccia della terra. Condizione che si era cercato, ma di cui non seppe gestire gli effetti collaterali. Fame, what you like is in the limo, what you get is No Tomorrow. A tour terminato. Heil. Eins, zwei, drei, vier und auf wiedersehen. Le cose si sarebbero aggiustate subito dopo. What's your name? It's Monday. New Music: Night and Day.
Berlino ovest, una città seria. Divisa, nervosa, isolata. Cambiare modo di vivere, e il suo modo di vivere non era più e non poteva più essere rock'n'roll. Era diverso ora, era un uomo d'affari adesso, e la voglia era quella di concentrarsi soprattutto sui dischi. Alienazione, Isolamento, Residenza.
Berlino sarebbe stata la sua clinica, oltre a tutto un esperimento terapeutico di disintossicazione chimica e spirituale. Berlino licenziò il passaggio definitivo dal Plastic Soul a un Funky severo, marziale, glaciale e meccanico che sarebbe stato avanguardia del sound della trilogia berlinese, opera più di Tony Visconti che di Brian Eno. Per allontanarsi da lustrini e paillettes e dal glamorous rock era necessario trasferirsi in una nazione che potesse finalmente favorire l'introiezione definitiva delle sue fascinazioni/suggestioni etiche e ideali parafilonaziste, e che gli permettesse di ritrovarsi nuovamente a suo agio perdendosi nell'anonimato di una città cupa, lugubre, tesa, resa difficile dall'opprimenza della presenza delle forze di occupazione. Berlino ebbe la strana capacità di fargli scrivere solo cose importanti. Berlino fu la sede della sua ritrovata sanità mentale e fisica, della sua guarigione spirituale. Berlino all'epoca, la città più buia del mondo.
Un appartamento, una dieta a base di latte. Hansa by the Wall. TOTAL DEMOKRATIE.
Station To Station, come accadeva spesso negli album di Bowie, con la sua title track aveva suscitato tutto il lavoro che sarebbe venuto nei tre dischi successivi. Periodo musicalmente condizionato da quell'album, un sound nuovo, derivato da quel brano in particolare e minimizzato di tutti i barocchismi lipstick pre Station To Station, momentuum musicale essenziale ma anche ultrasaturizzato nel suono in diretta. Documentazione del crollo, del senso di dubbio, con tanti vuoti musicali. Bowie stava smontandosi progressivamente lasciando che quel vuoto strumentale e la sua relativa simbologia comunicassero per lui. Low come basso profilo, quello che l'autore cercava disperatamente dopo la sbornia storica di successo, fama, soldi, del periodo precedente, low come depresso, stato in cui si sentiva dopo aver esperito tutto quello spaziotempo. Low, l'album, tiratissimo ed essenziale nei suoi testi (pochi, frammentati, irrisolti, ciclici, e non solo per strategia anti-narrativa, ma perché proprio quasi per niente ispirati liricamente), parlava di cose semplici, concrete, terrene (e conseguentemente spirituali): separazione dagli ambienti, dalle persone, da sé stessi, di una specie di horror vacui/magnetismo subìto per zone depresse, solitarie, devastate dalla guerra, e spazi a momenti interstiziali (Varsavia, il muro, Neukölln, i sotterranei: verosimilmente proprio nei termini di Dostoevskij), e infine di una vita danneggiata che si cercava di ricomporre e far rinascere altrove. "Heroes", effettivamente eroico e maestoso, splendidamente ipertrofico e ultrasaturato e poi angosciante nella seconda parte strumentale che pareva realmente lasciare odorare all'ascoltatore la puzza dei bassifondi e del loro sottosuolo, con atmosfere thriller e underscapes freddi e ferrosi, che si avvalse di Robert Fripp soltanto per una notte durata solo sei ore mentre il maestro delle frippertronics si era preso una pausa dalle composizioni musicali. Lodger, la dipartita per altri luoghi, il finale ombroso e muto. Trilogia che tentava di restituire non solo Berlino, ma la vita reale nelle città occidentali in cui la gente ragionava per frammenti di riflessioni, per cut-up di pensieri intensivi in ambienti e cose in essi, dagli edifici alle macchine. Achtung für das Gesamtkunstwerk.
Bowie è sempre stato e ha sempre fatto Pop. Qui la sua avanguardia consisteva essenzialmente nel filtrare strumenti elettrici elettronicamente in composizioni comunque sperimentali in registrazioni a volte volutamente smarrite, storte, disagianti. Quello che mise a punto con Visconti fu innanzitutto, al principio, un trattamento tecnologico stordente e compatto allo stesso modo di un batterista emotivamente potente di pathos, Dennis Davis, sofisticando una sezione ritmica (con Carlos Alomar e George Murray) Funk/Rhythm'n'Blues liquida ma quadrata che si fondeva al rigore europeo di pianoforti, chitarre elettriche, violini, sintetizzatori a tratti atonali e ambientali più che atmosferici, a creare un nuovo linguaggio romantico (decadente e tuttavia splendente) lirico e musicale.
Saturazione. Prima che ne diventassero consapevoli, Bowie/Visconti avevano ottenuto un sound che nessuno aveva mai sentito prima. Tall in this Room.
Something in the Night, Something in the Day. Nastri smagnetizzati. Mercedes-Benz.
Welcome To The Blackout (Live London '78) certifica via audio con Stage (★★★★☆) le rappresentazioni live di quei dischi e di quel periodo. Resa esecutiva apparentemente più fluida, sciolta, rilassata e di conseguenza meno tesa e fredda rispetto a Stage (che in realtà si preferisce e in cui i pezzi furono rallentati apposta per la registrazione), appare decisamente troppo lungo e distante dall'essenzialità, dalla lucidità e dalla giustificata glacialità di Stage. E, dopotutto, mai fidarsi del tutto delle uscite Record Store Day che sfruttano lo spirito del collezionista dell'acquirente.
Doppio album live comunque all'altezza, che offre fotografie mentali di un Bowie con una voce in forma, bello e asessuato come un sole rigido in un gennaio freddo berlinese, con la sua presenza scenica aristocratica e l'abilità e il fascino delle sue performance regali, immobili e misuratissime, sobrio nei costumi e niente luci calde, solo neon. Crooning di cristallo e una realtà isterica pianistica da cabaret teutonico degli anni '30. Band particolarmente affiatata e sincronizzata in stati e frequenze di grazia, dal sound live magnifico, che serve una versione fulminante, scintillante, saettante di Blackout, tempestata dalle performance di feedback a opera di Adrian Belew, una Station to Station in apparizione intro molto più Metall auf Metall, dove Roger Powell rende ancora più in rilievo la sinfonia simulativa di rotaie ferroviarie, una Moon of Alabama in cui si eclissano le tracce del Dioniso luminoso dei Doors, e dove tra le ombre troneggia il solo Thanatos canonico europeo, decantato da un coretto di pagliacci macabri di un circo di orrori e crudeltà con ampie sezioni in un levare meccanico, una TVC 15 resa ancora più boogie dal piano di Sean Mayes, principiata da un pandemonio di voci zapping che rapiscono fidanzate inghiottite dalle televisioni tempo prima che apparisse nei cinema Videodrome. Ricordi di deliri di un periodo allucinato e ingessato di brutto. E ancora, una Art Decade che tanto gioverà sul futuro dei Japan. I difetti che si ravvisano, che poi sono (personalmente) i difetti della tournée in questione, stanno in una setlist alleggerita anche troppo dal passaggio a parte del repertorio da The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, che, anche se eseguito con una brillante verve di modernità New Wave, resta una melassa di romanticume che nell'economia del concerto abbassa notevolmente i livelli di tensione nervosa e composizione (Five Years e il Proto-Punk di Hang On To Yourself a parte); troppo lunghi, infine, certi fill/groove di tom, specie sull'eroica, bordata splendidamente, in assenza di Fripp, dal violino di Simon House.
Quello che avrebbe dovuto sempre divertire di quella band di Bowie alla fine degli anni '70, agli albori del Punk, era il fatto che a fronte di una musica così fredda, metallica, e in definitiva mitteleuropea, loro durante il tour di Low/Heroes erano un personale multietnico di tutto vestito in camicie sgargianti hawaiane e/o tenute da band Disco Music, con un batterista che ti sorprendeva in inattese tenute da Space Monkey. Un ulteriore corto circuito di senso. Sula vie dilejo. Bahnhof Zoo.
Planned Accidents. Get me off the Streets, Get me on my Feet. Get Some Protection, Get Some Direction. Zoo di Napoli, Ottobre 2002. Gli album della trilogia berlinese sono stati molto importanti per il sottoscritto. All'epoca, in un transito verso un'altra città fatta di ferro e cemento, c'erano due cose che si desiderava sempre ascoltare, la trilogia tecnologica degli U2 (in particolare Pop), e la trilogia di Berlino di Bowie, surrogata spesso dal compendio della colonna sonora di Christiane F.
Tutto quello che si richiedeva erano chitarre elettriche lacerate, atmosferiche, zeppe di Larsen, immaginate nella mente e in stanzoni industriali umidi e vuoti. Buio dentro. Ancora oggi ci si fa ritorno in quegli ambienti ghiacciati, e nonostante il totalitarismo di certe scelte, di certi detrattori, Lector, Scaruffi, Caspasian (Can you hear me, Major Tom?), si continua a ritenere Blackout uno dei pezzi musicali di disperazione neuromantica, di desiderio bruciante per qualcosa che non si potrà mai ottenere, tra i più belli e sublimi della storia della musica tutta, un pezzo di una musicalità che sta oltre, un brano che la Bestia accorderà sempre al suo love affair, di cui la Bella non si è mai nemmeno accorta, ma è stata lei a portarlo dal dottore, e lui ha continuato a baciarla nella pioggia, because:
If you don't stay tonight, I will take that plane tonight,
I've nothing to lose, nothing to gain, I'll kiss you in the rain. Kiss You In The Rain.