Hackett do Brasil (parte prima). Uscito stressato e in overdose di aspirina dal tour di "Defector", Stefanuzzo decide di rifugiarsi insieme a Kim nel paese natio di lei, il Brasile, e rilassarsi bello bello per qualche mese, magari scrivendo un po' di canzoni tra un drink, un bagno e una scopata. E si, questo suo primo disco brasiliano (nessuna influenza musicale, è stato concepito e scritto lì) non è granché. Si sente che è il tipico album ultra-rilassato di un artista che fa musica in un momento sereno e senza impegnarsi troppo, così, a tempo perso. Anche Kim era in vacanza, nessun dipinto per copertina, solo una foto da lei scattata al marito, dove dall'espressione di Steve si evince la vastità del cazzo che gliene fregava di impegnarsi troppo a comporre, in quel momento. Ma questo tipo di pop leggero-leggero a lui non viene bene e l'album è zeppo di canzoncine molto scialbe (la più carina è "Hope I Don't Wake Up" anche se sembrano, per dirne una, gli Yes, quelli più o meno coevi ovviamente). Steve se lo canta da solo (orribile scelta) e infatti si salvano gli strumentali: bella "Air-Conditioned Nightmare" e il già all'epoca tipico brano per chitarra classica ("Cradle of Swans") che alzano il livello di un album tra i suoi peggiori in assoluto. Un paio di brani potevano esser meglio, forse, ma non sono stati, il resto è pop mediocre con orribili coretti e parti cantate.
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