Al di là di tutto quello che abbiamo detto, al di là di tutto quello che è stato scritto, vorrei aggiungere una mia personale osservazione anche se a nessuno fregherà nulla.
Quello che fa bella l'arte, in ultima analisi, credo sia l'imperfezione dell'artista, il tocco "umano" che c'è dietro uno strumento. Questa moda recente della perfezione inumana data dalla tecnica portata all'eccesso, qui rappresentata dai 5 tanto discussi signori che rispondono al nome di Dream Theater, a mio avviso è l'inizio della morte del concetto artistico in musica.
Non che mi stupisca. È stata una morte annunciata, per molti versi. Pensate alle grandi opere artistiche di tutti i tempi, quelle che avete studiato a scuola e che hanno fatto la storia. Nessuna, dico, nessuna di loro è fine a sé stessa. Nessuno vi farà mai studiare una cosa solo perché è "bella" o perché chi l'ha fatta era semplicemente "bravo". Dietro a ogni opera che si ricordi c'è sempre un contesto, un significato, e un'influenza che perdura nel tempo. L'esercizio stilistico della Divina Commedia non sarebbe nemmeno menzionato se questo non avesse veicolato un significato che nei secoli ha assunto un'importanza fondamentale, la tecnica narrativa dei Promessi Sposi non sarebbe il tormento dei giovani liceali se questa non avesse influenzato l'ambiente storico e culturale dell'epoca. Da 50 anni a questa parte, invece, la tendenza pare essere diametralmente opposta, e il "fenomeno" Dream Theater non è che un esempio come un altro.
Questi che la gente continua a chiamare "artisti", "musicisti", o peggio ancora "geni assoluti", sono il giusto prodotto della sottocultura consumistica di fine secolo. Quello che spinge ancora tanta gente a comprare i loro dischi e andare ai loro concerti è l'illusione, tipica della non-cultura borghese, di sentirsi sapienti ed esperti in qualcosa non perché lo si è studiato ma perché lo si è acquistato. E così andare a un concerto dei Dream Theater fa sentire tanta gente "colta" della "vera buona musica", quando in realtà non immagina nemmeno in cosa consista la musica che artisticamente ha un valore. Per usare una tipica espressione romana, sono "contenti e coglionati".
E quest'illusione da dove viene? Bè, ho sentito tanti argomenti a favore della validità di questi cinque poveracci, ma nessuno ha avuto il coraggio di dire l'unico vero. Secondo me la gente che ammira i Dream Theater la prima volta che li ha sentiti è stata colpita da una sola cosa: la tecnica. Lo sciocco senso di stupore che ne è derivato ha convinto molti di aver trovato il gruppo migliore del mondo, e su tale posizione è stato costruito tutto il resto delle argomentazioni tipicamente date: melodie celestiali, espressione, profondità, trasporto emotivo... tutti tentativi patetici di ripararsi dalle critiche. Purtroppo però per quante parole possano essere spese rimane sempre il fatto che in ultima analisi i Dream Theater piacciono perché suonano in maniera "difficile", o presunta tale, e tanto basta affinché il fan medio sia appagato. Il fan medio dice che i DT sanno anche essere profondi e emozionanti, ma a lui in realtà non interessa fintantoché riceve la sua dose sindacale di tecnica. Altro che senso critico, la verità è che, chi più chi meno velatamente, vuole una sola cosa: gasarsi mentre li vede sul palco che fanno gli sboroni. E' la stessa sensazione che cerca uno spettatore di un incontro di wrestling, né più né meno, solo che almeno lui non cerca di spacciarlo per arte a tutti i costi.
Sotto al successo che hanno i DT c'è solo questo, quindi piantatela di sparare idiozie sulla loro preparazione, sulla loro espressività; non montate stupidissime apologie basandovi su argomenti del tutto fuorvianti e ammettete come stanno le cose. Siete scusati: tante altre cose tipiche del mondo di oggi funzionano così, penso ad esempio a certi film avventura-sesso-effetti speciali che sbancano al botteghino senza doversi preoccupare di avere qualcosa da raccontare, penso al fenomen