Stoney

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L'atletico Giovanni Floris RaiTré - Ballarò 05-05-2009
Voto:
Puntinicaz, non ci stiamo capendo. Non voglio una rivoluzione mondiale, mi basterebbe molto meno, ad esempio che la gente non fosse ipocrita e che non parlasse di "virtù" del lavoro quando il suo è precario, o lavora per bisogno, o peggio per fame, o semplicemente quando aspetta con trepidazione il venerdì sera per sfogare le frustrazioni della settimana perché non è libera di uscire il martedì o il giovedì, o quando fissa due settimane di ferie ad agosto per illudersi di potersi permettere qualcosa nella vita, o quando compra una macchina con finanziamento multirateale per interrompere la monotonia di una vita sempre uguale. Vorrei che questa gente chiamasse le cose per quello che sono, cioè "ricatto", o "alienazione". Vorrei che la gente non costruisse scale di valori basate sul "merito" o sulla "colpa" in base alla capacità di riuscire in qualcosa di deciso a priori, perché non c'è nessuna utilità in questo se non la competizione fine a sé stessa, la prova di forza, il volersi autoaffermare. Il 90% dei problemi attuali sono causati dal non capire che vivere bene non significa a tutti i costi essere più ricchi del proprio vicino di casa, e non significa primeggiare. Odio i discorsi in cui si mischia l'insoddisfazione lavorativa e le lamentele sul costo della vita, quando chi li fa sottende solo invidia per chi ha più di lui, perché quello che non dice è che se fosse dall'altra parte si comporterebbe in maniera esattamente uguale a chi critica, e lo capisci quando i tuoi colleghi si dannano alle lotterie, ai gratta e vinci, o ammirano macchine lussuose e vestiti di marca perché invidiano la vita d'alta classe che loro non potranno mai permettersi. Quando la mentalità di chi frega è la stessa di chi viene fregato i governi mondiali non c'entrano, e non ci sono né ricchi né poveri, ma solo una massa di ipocriti. Io non mi lamento per il poco stipendio: sono capace a farmi bastare i soldi, mi lamento semmai per il tempo perduto per cui non posso farci niente, ed è quello che mi addolora. Se lavoro tutti i giorni facendomi il culo è perché in questo momento le cose vanno così, e non ci si può fare niente, sei obbligato a perseguire certi obiettivi, o a raggiungerli solo nel modo in cui ti viene indicato, e non sopporto chi, essendo obbligato come me dalle circostanze, da una parte si lamenta e critica ma poi alla fine non solo accetta che le cose stiano in questo modo, ma addirittura arriva a dire che sono in fondo giuste, e comincia a vagheggiare sulla presunta virtù di chi "si sacrifica" accettando stoicamente situazioni scomode che non vuole, creando così quest'aura di martirismo nella quale si identifica (siamo cattolici: dolore significa espiare i peccati, quindi è sempre giusto). Ma io so che non c'è virtù nell'accettare un compromesso che non vuoi, o votarti alla rinuncia delle cose semplici, o mettere da parte soldi che ti serviranno per campare un altro po' di tempo che comunque spenderai lavorando. Chi se ne esce con discorsi della serie "eh io mi faccio il culo, capito?" fa solo finta di lamentarsi, in realtà cerca solo un modo per sentirsi importante. Non è questione di economia o di produzione, ma di cultura, e semplice osservazione: proprio quelle cose che quando si "pensa a qualcosa di immediato" si bypassano a priori, convinti che la colpa sia sempre delle persone che fanno "troppo poco", e che tutto possa sempre risolversi con quell'atteggiamento finto-imprenditoriale fatto di medio ottimismo e disprezzo per tutto ciò che non è soldi, attività, lavoro, che è esattamente quello che ha causato questa situazione nel corso dei decenni. Questo è combattere il fuoco col fuoco.
L'atletico Giovanni Floris RaiTré - Ballarò 05-05-2009
Voto:
Ma perché tutti confondono causa e effetto? Il "farsi un culo così" non è che va bene a prescindere, bisogna anche vedere a cosa è mirato. Se è mirato a qualcosa che a lungo andare diventa deleterio e porta a vivere peggio a livello collettivo (esattamente quello che succede oggi) non mi sembra affatto un valore da difendere. Oh, mica è difficile eh. La società moderna è figlia della "voglia di fare" di cui stiamo parlando, mi sembra, la stessa che ha prodotto capi, capetti, caponi e "presidenti del consiglio operai", i quali la ostentano come fosse un dogma religioso. Personalmente credo che l'etica di "responsabilità e fatica" con cui molti sono stati cresciuti sia stata totalmente mal interpretata. Va bene la valorizzazione del lavoro, ma a me sembra che dietro a certi discorsi ci sia in realtà la voglia tipica della cultura cattolica di ostentare rinuncia (del tempo libero, del coltivare sé stessi, di divertirsi) e soprattutto sofferenza ("eh io mi faccio il culo più di te, quindi merito maggior rispetto", alla fine è solo invidia per "chi può"). La verità è che se anche ci fosse data la possibilità di lavorare di meno e godere di più della vita forse ci sentiremmo in colpa. Io personalmente non sono affatto contento di farmi il culo per nulla, e quando mi confronto con qualcuno che nella vita è riuscito a crearsi i suoi spazi per condurre un'esistenza serena mi sento in profonda difficoltà, non mi sognerei mai di paragonarmi a lui o pensare che valgo di più; penso semplicemente che quello che lui è riuscito a "conquistare" dovrebbe essere garantito a tutti. Altrimenti che cazzo parliamo di "società evoluta", di "modernità", se poi siamo ancora fermi quasi al concetto di servitù della gleba? L'evoluzione umana cos'è stata, quindi, solo la mera tecnologia e la possibilità di andare da Roma a New York in 12 ore? Una società evoluta si opera per togliere lavoro inutile alla gente, anzi, invitando la gente a non vedere il lavoro come un dovere ma come una possibilità di crescita collettiva, non per crearne altro solo per il gusto di farlo, oltretutto moralizzandoci sopra.
L'atletico Giovanni Floris RaiTré - Ballarò 05-05-2009
Voto:
"Le aziende devono produrre e guadagnare". Ma davvero? Produrre COSA? Guadagnare QUANTO? Non so se ti sei reso conto che la crisi (e tutte LE crisi che veniranno dopo questa) è proprio dovuta alla produzione insensata e sregolata. Sinceramente la moderna ottica del "produrre" mi sta sui coglioni. L'umanità non è solo quello che produce a livello materiale, è anche quello che pensa e le scelte che compie su larga scala. La produzione industriale ha diviso in due il mondo, ha distrutto continenti, ha sfasciato culture millenarie e ora si sta abbattendo sulle nostre teste. L'idea di un mondo che produce sempre più velocemente non è praticabile, ecco cosa insegna la crisi, la storia, e un minimo di senso di osservazione. Io decapiterei i capi d'azienda che mirano a "massimizzare i profitti" lucrando sull'aria fritta, decapiterei la mentalità competitiva con cui si viene nutriti sin dalla nascita, decapiterei questo senso del "fare" a prescindere (che significa solo mera operosità slegata da qualsiasi senso se non quello pragmatico del soldo subito, e che divide la gente fra "chi si fa il culo" e "chi non fa un cazzo" in una lotta qualunquista solo deleteria) a cui le coscienze di tutti vengono abituate.
L'atletico Giovanni Floris RaiTré - Ballarò 05-05-2009
Voto:
No, non lavoro in un'officina bresciana, e non è mia intenzione sottovalutare lo sforzo della gente che ogni giorno si alza e si sfascia di lavoro in fabbrica. Io lavoro coi computer, e se il lavoro in fabbrica è massacrante a livello fisico, vi assicuro che anche turni di 14 ore al giorno davanti a un monitor (perché si sa, la velocità nella consegna è tutto) non sono certo passeggiate all'aria aperta. La cosa bellissima (si fa per dire) è che ormai si pianifica il lavoro contando sugli straordinari dei lavoratori a tempo determinato, cioè dandoli proprio per scontati. Quando sono stato assunto non credevo ai miei occhi: gente che entrava in ufficio la mattina alle 9 e usciva alle 2 di notte, tutto giustificato dai capi con "eh ragazzi, siamo in una situazione di emergenza, abbiamo delle scadenze da rispettare", ma tanto ci sono SEMPRE delle scadenze da rispettare. E così, massacrati i poveracci che c'erano allora, ne sono subentrati altri (fra cui me, che cerco di districarmi sempre in un modo o nell'altro per mantenere orari di vita decenti), che ora si fanno le loro 12 ore al giorno davanti PC (ma possono benissimo essere di più) a recuperare le cazzate che hanno fatto quelli prima di loro distrutti da stress e sonno, ma va tutto bene: l'importante è che le cose funzionino sì, ma non troppo, così si salva capra e cavoli. Da una parte cioè si fa vedere che si lavora tantissimo, e dall'altra si produce roba dalla qualità poco più che scadente, che servirà a farsi pagare ulteriori lavori di manutenzione, allungare il brodo, cantarsela durante le riunioni con "i risultati ottenuti" e pianificare "nuovi sforzi per il miglioramento", il tutto un giro fine a sé stesso di soldi che nasce e muore senza che venga prodotto assolutamente NULLA di utile e concreto. E poi rompono il cazzo con "la crisi", con le fonti di energia, i cataclismi, Berlusconi e la sinistra. Che si fottano.
L'atletico Giovanni Floris RaiTré - Ballarò 05-05-2009
Voto:
la pausa pranzo, tanto prima delle 9 di sera da qui non si esce: sono le "esigenze aziendali". Tanti saluti, gente.
L'atletico Giovanni Floris RaiTré - Ballarò 05-05-2009
Voto:
@Puntinicazpuntini, mi fa piacere per te, io invece un po' fregato mi ci sento. Chi è nato negli '80 come me non può non dirsi quantomeno deluso dall'illusione che ha dato il grande progresso, il vivere in un'epoca in cui sembrava che ormai i "grandi ideali" fossero affermati e non dovessero più esser messi in discussione. Forse siamo stati un po' stupidi a crederci o forse solo molto ingenui. Io sono stato cresciuto in una famiglia "normale", i miei nonni erano operai e contadini, i miei genitori invece a vent'anni, con un semplice diploma da ragioniere, hanno trovato un lavoro FISSO che gli ha permesso di metter su casa e famiglia, e che oltretutto gli ha lasciato il tempo di crearsi una cultura personale e di coltivare anche qualche hobby. È per questo che mi hanno sempre incoraggiato ad avere interessi, leggere, e hanno sempre visto di buon occhio ogni mia attività espressiva come ad esempio suonare e dedicarmi alla musica, e così sono cresciuto. È per questo che ho sempre dato per scontato che io avrei vissuto una vita più agiata della loro: perché mi è sempre sembrato il corso naturale degli eventi. Ora invece mi sembra tanto che sia il contrario, cioè che sia destinato ad avere molto meno di quello che hanno avuto loro, e non intendo cero dire che mi aspettavo di andare in giro in Ferrari o di fare crociere intorno al mondo, ma semplicemente di avere un minimo di TEMPO per dedicarmi ai miei interessi o anche solo a una casa e a una futura famiglia con cui trascorrere la mia vita in serenità, oppure semplicemente leggere, scrivere, e suonare, cioè tutte quelle cose che ho sempre considerato naturali e normalmente inserite nella mia quotidianità. Purtroppo, però, mi rendo conto che questa mentalità è stata deleteria, che quello che ho fatto finora è stato un impiccio e non un "più", e sai dove me ne accorgo? In ambito lavorativo, quando ogni giorno realizzo che avere un qualche tipo di personalità o senso critico è un handicap. Ho potuto sperimentare infatti che non interessa a nessuno quanto vali e cosa hai da dare, basta che lavori come un somaro per 12 ore al giorno, e che il massimo dello svago che ti concedi è parlare di calciomercato davanti alla macchinetta del caffè insieme ai colleghi. Tant'è che i nuovi trend aziendali sono proprio questi: non pagare gente specializzata che costa tanto, che ha un cervello e una coscienza del proprio lavoro, ma selezionare giovani laureati inesperti con un po' di ambizioni e dal profilo psicologico semplice (ormai ai colloqui di lavoro le domande sono di tipo filosofico, gli preme sapere se consideri la vita una cosa separata dal lavoro e se sei attaccato in maniera particolare ad attività che svolgi nel tempo libero), compensando la loro inesperienza con l'iperlavoro (tanto per fare un esempio: sono considerati "normali" i turni di 3 o 4 ore di straordinario al giorno, se lavori solo le 8 ore contrattuali sei un fannullone). Io ho trovato lavoro non dicendo che sapevo fare questo e quello o che avevo studiato questo e quest'altro, ma semplicemente dichiarando che ero disposto a "impegnarmi attivamente nel lavoro in team per le esigenze aziendali", che non è altro che una perifrasi per dire "farsi un culo come un secchio". Per questo certi discorsi pieni di "dovremmo" mi fanno ridere: gran parte dell'ipnosi collettiva è resa possibile dal fatto che la gente è distrutta psicofisicamente dal lavoro. Una persona stressata e stanca è più facile da prendere per il culo. Quando vedo la gente in piazza a "protestare" penso che stanno sprecando il loro tempo, dato che poi il giorno dopo tutti loro torneranno a lavoro a dire "sissignore" altrimenti non mangiano. Uno "ha da campa'", e per questo accetta compromessi onerosi e poco dignitosi. Inutile portare ancora avanti la "lotta di classe", piantiamola, hanno vinto loro punto e basta. Non dico di essere contenti, ma quantomeno di prenderne coscienza e di non fare falsa demagogia, che non serve proprio a niente. Ora vi saluto che è finita
Negrita XXX
Negrita XXX
11 mag 09
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@Brat12: il riscatto da un'esistenza inutile (loro credono).
Starchild The Futurist
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Questo disco è molto interessante. Bravo Mr.Moustache.
L'atletico Giovanni Floris RaiTré - Ballarò 05-05-2009
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Ma sì, "lui" può aprire bocca e dare fiato e dire le peggio porcate, poi tanto qualcuno che si prodigherà a cercare il cavillo per dire "ma noooooo, non avete capiiiito! :)" ci sarà sempre. Pensa, prima lo facevano i giornalisti, ora invece lo fa la gente in maniera autonoma. Visto? Chi ha detto che la TV non è più capace di insegnare niente?
L'atletico Giovanni Floris RaiTré - Ballarò 05-05-2009
Voto:
Puntinicazpuntini, non è che tu però ti distingui tanto dal resto della gente che critichi, alla fine non fai altro che dire le solite cose solo un po' più edulcorate. Anche tu infatti punti il dito contro una categoria (o più categorie: gli immigrati, "la gente", ecc) e ti incazzi a morte fino ad arrivare ai soliti "prendiamoli a calci nel culo" o "buttiamoli fuori" con cui tanto piace infarcire i discorsi di politica all'italiano medio. Perché oggi il discorso politico non riesce ad andare oltre: la differenza fra le varie ideologie si riduce solo ad una diversa opinione su di chi sia la "colpa" di questo stato di cose. Non ha senso ragionare così. Meglio invece secondo me rendersi conto che lo stato attuale delle cose è causa ed è causato da un tipo di atteggiamento culturale globale e universalmente accettato: quello del mondo moderno, dell'ossessione economico-produttiva che dura da ormai un secolo, e che già a suo tempo poeti, scrittori, registi, musicisti hanno saputo descrivere con cristallina razionalità bollandolo come "disumano". Ricordo uno splendido documentario curato da Pasolini sulle città italiane, in cui diceva che sotto la dittatura fascista, benché lo scopo fosse quello di creare una cultura italiana unica, nelle realtà rurali sono comunque riuscite a sopravvivere le culture particolari e le tradizioni dei piccoli borghi, la vita "a misura d'uomo" e in sostanza la voglia di vivere della gente semplice; oggi invece il moderno sistema ha devastato tutto, appiattito le cose, aumentato le distanze. Come non riconoscere che è effettivamente così? Non è quindi un problema venuto fuori negli ultimi tempi che possa ridursi a politici ladri, immigrazione clandestina, cinesi con il Porsche; non si sradicano decenni di speculazione, arricchimenti impropri, guerre, ideologie, ingiustizie in quattro e quattr'otto. I problemi non si risolvono con le soluzioni drastiche, qui nessuno ha la bacchetta magica, e sinceramente odio questa mentalità secondo cui si deve aspettare "l'uomo forte" che faccia le cose "come si deve", fottendosene altamente dell'opposizione o delle critiche secondo il modello fascio-machiavelliano che tanto è in voga oggi. È questo che nessuno vuole capire. Ormai le cose sono fuori controllo e possono solo continuare a evolvere in peggio. Se aspettiamo gente interessata a mettersi a tavolino e studiare le "soluzioni" stiamo freschi. L'unica cosa che ognuno di noi può fare, nel suo piccolo (perché dobbiamo evitare ogni discorso in grande, che tanto porta sempre a frasi assolute inutili e del tutto scollegate con la realtà: la storia insegna che i grandi sistemi falliscono, per quanto bene organizzati, di fronte alla semplicità quotidiana dell'uomo), è inventarsi un modo per non finire nelle grinfie di questo sistema omologatore che opera appiattimenti culturali e collettivi. Le risorse economiche sono in mano a pochi, e più passerà il tempo e meno saranno; dire che le risorse ci stanno ma devono essere meglio distribuite non ha senso, tanto non succederà mai. Non possiamo metterci contro un sistema così complesso e così distante da noi. In Italia, in particolare , per come la vedo io ci hanno già ampiamente fregato, ormai è andata. La nostra generazione (sono dell'80) è bella che fottuta, e così sono quelle a seguire. Non possiamo far altro che resistere, operarci per mantenere un'identità personale al di là di tutto, al di là dei lavori alienanti che saremo costretti a fare per mantenerci, al di là delle pensioni che non avremo e del ruolo marginale che ricopriremo. Sviluppare un senso critico personale e perseguire lo scopo di sopravvivere in un modo tale da poter essere sé stessi. Chissà che in un futuro riusciremo a ricostruire qualcosa basandoci su quel poco che abbiamo salvato, o quantomeno a tramandarlo. E' una speranza, forse inutile, però abbiamo solo quella.