Quei simpatici “cialtroni” degli Elii lo fecero davvero. Andarono a Sanremo. Era il 1996, io c'ero, avevo 11 anni, ma non mi ricordo nulla (i miei primi ricordi musicali seri, non so perché, hanno tutti come data d'inizio il 1997). A Sanremo paiono degli alieni (ogni serata un travestimento diverso) e da simpatici (e talentuosi) musicisti per giovanotti ribelli (come gli Skiantos, ma senza tutto l'armamentario ideologico degli anni '70) diventano un gruppo nazionalpopolare e pure la mitologica casalinga di Voghera che fino a quel momento, al massimo, si massacrava le orecchie con Peppino Gagliardi, entra a contatto con il mondo “elico”. Poi, la conoscenza degli Elii, per la suddetta casalinga, termina con “La terra dei cachi”, fino a tempi più recenti in cui i nostri, tragicamente invecchiati, hanno invaso televisioni prima e social dopo in vesti varie, principalmente Elio, giudice, ormai, di qualsiasi talent possibile e (ahimé) immaginabile. Ma all'epoca gli Elii a Sanremo davvero sembravano piombati lì per caso, e ne fecero di tutti i colori. Ad esempio Sua Maestà Pippo Baudo impose, nella serata del venerdì, ai cantanti in gara di ridurre ad un minuto la canzone con cui partecipavano al Festival così da fornirne un breve “assaggio” a chi non l'aveva ancora ascoltata. Gli Elii cantarono tutta “La terra dei cachi” in un minuto, aumentando al massimo i giri del motore (musicisti fenomenali, qui lo dimostrarono appieno) e s'inventarono, con buona pace di Battisti e Mogol, “Neanche un minuto di non caco”. Geniali.
A Sanremo, oltretutto, pare che vinsero, vecchia storia, ma vennero silurati a favore di Ron e Tosca (Ron vive, e viveva, a Garlasco: è un posto losco, quel Garlasco), tanto che ci fu pure una inchiesta giudiziaria. Finì in nulla, ma loro vinsero. Davvero o no poco importa, vinsero perché si fecero conoscere alla Nazione senza cedere di un solo millimetro alle logiche della televisione e delle case discografiche: fecero loro stessi, e sbancarono.
A seguire “Eat the phikis”, che vendette un botto (è il loro album più fortunato, commercialmente parlando) e, nonostante fosse un pelino (un pelino) sotto ai loro precedenti lavori era un disco da far invidia a mezza scena musicale italiana. Non tanto (o comunque, non solo) per le mille idee musicali e citazionistiche presenti (ogni brano rimanda a qualcos'altro; ogni melodia è tanto complessa quanto apparentemente semplice), ma per il loro modo di concepire la musica: un qualcosa che fosse ostinatamente popolare e nel contempo sottilmente d'élite; un'idea di musica a più livelli, in cui ognuno potesse leggere ciò che poteva, o riusciva, a leggere (primo livello: ascoltare la canzone; secondo livello: capirne la struttura musicale; terzo livello: coglierne le citazioni, e via così) in modo che due o tre ascolti non potevano davvero bastare per capirne fino in fondo l'intero significato. Geniali, come dicevo.
In “Eat the phikis” c'è tanta di quella roba che non saprei da dove iniziare. A parte “La terra dei cachi” come non citare “Burattino senza fichi”. Il povero Bennato è innocente, la canzone è una rivisitazione della favola di Pinocchio con un burattino un po' su di giri a cui Geppetto in un primo momento ha dimenticato di fornire il pistolino. “Godrei molto con un cazzo” è una frase che anni dopo ripeteva un mio compagno di classe sciroccato ai tempi del liceo, e onestamente non ho mai capito il motivo (che fosse eunuco?). Giorgia interviene in “T.V.U.M.D.B.” (e qui ci ha messo molto lo zampino il compianto Feiez) in cui si analizzano le mode, e il linguaggio, giovanile, tra messaggini, scritte storte sui muri, pennaroni vari e “senti come grida il peperone”.
Già sarebbe abbastanza per farne un disco, ma dopo arriva “Mio cuggino” e si entra nel mito. Io di cugini ne ho 5, vabbè chisenefrega, ma la canzone, a sentirla oggi, mi pare più attuale ancora. Oggi, nel 1996 non lo so, girano tanti di quei complottisti a cui Internet ha dato voce e credibilità che la frase “me l'ha detto a mio cuggino” è forse più azzeccata per questi tempi bastardi rispetto a trent'anni fa. Fa riderissimo (“Mi ha detto mio cuggino che una volta in discoteca ha conosciuto una tipa che però poi non si ricorda più niente e alla fine si è svegliato in un fosso tutto bagnato che gli mancava un rene”) e, di botto, ad un certo punto interviene Aldo, senza Giacomo e Giovanni. Credo che questa canzone, questa in particolare, faccia ormai parte del costume (non solo musicale) italiano. Almeno, così mi ha detto “a mio cuggino”.
Eclettici, i nostri deliziano con i ritmi sudamericani de “El Pube”, un commerciante di “necessaire per le esigenze di coppia. In “Omosessualità” Elio suona il basso, nulla di strano, al gruppo è sempre piaciuto, ogni tanto, scambiarsi i ruoli. Il disco è corposo, alcune canzoni, forse, sono meno memorabili (“Milza”) o, per quanto bellissime, a me hanno colpito meno (“Lo stato A, lo stato B”). Ma ecco arrivare un capolavoro vero: “Li immortacci”. Siamo a Roma e gli Elii s'immaginano che di notte, mentre la città dorme, alcuni ex cantanti, ormai passati a miglior vita, tipo zombie si rimettano in marcia e ripopolino, solitari, l'Urbe (“Ma quanno viene sera li immortacci, dai sette colli scendono in pianura, co' certi mignottoni da paura, e cor magnaccia intonano er refrain”). Tutta opera di Rocco Tanica, che richiama agli ordini Giorgia (“Mia cugina la Todrara che conosce tanta gente, dice li cantanti morti nun so morti veramente”), scrive in romanesco e nel ritornello cita “I Watussi” tanto che interviene Edoardo Vianello in persona. I defunti non vengono chiamati per nome, ma ad ognuno viene dato un soprannome, ecco dunque una piccola legenda per decifrare al meglio il testo di questo capodopera.
Er Chitara, conosciuto come Er Vuducialdaro: Jimi Hendrix;
Er Mafrodito: Freddie Mercury
Er Rastamanno: Bob Marley
Er Pelvicaro: Elvis Presley
Er Trilleraro (che se chiama Micheletto, ma er negretto nun voffa'): Michael Jackson
Er Lucertolaro (che co' sua madre vuole fare du' zompi): Jim Morrison
Er Quattrocchi Immaginaro: John Lennon
Er Tromba: scegliete un trombettista qualsiasi, da Louis Armstrong a Miles Davis
Er Vedraro: Luigi Tenco
L'Impiccato: Ian Curtis
Er Fucilense: Kurt Cobain
se ne vanno tutti a Freggene dar Piscina (Brian Jones) a fa li sassi rotolà
Chiude “Tapparella”, ma qui sono cose private. Mica vi posso dire tutto, il privato tale deve restare. E “Tapparella”, ogni volta, mi commuove: la festa delle medie, chi non era invitato, l'ampio parcheggio. E un saluto a Feiez, forza Panino.
"Nonostante tutto il complesso rimane il vincitore morale indiscusso dell’edizione."
"Testi irriverenti, grandi musicisti, pezzi completamente diversi tra loro, con cambi di ritmo continui."