"Abacab", ovvero il punto di non ritorno. E' con questo lavoro infatti che Banks & co. decidono di chiudere definitivamente con il passato, che invece aveva ancora fatto capolino nei due precedenti album (con ottimi risultati su "Duke"). Consci che il progressive rock aveva già sparato le migliori frecce, a rischio di ripetersi all'infinito divenendo anacronistici, i Genesis puntano sull'innovazione facendo una precisa scelta di campo: da quì in avanti la loro proposta sarà pop, per quanto originale e sempre dotata del loro innato senso melodico. La scelta, va sottolineato, fu coraggiosa e ammirevole...ciò che delude è invece la qualità compositiva dei brani. La title track non è male come inizio, un rockettone squadrato cantato con voce dura da un Collins che evidentemente sta mutando stile vocale. La coda strumentale può lasciare perplessi, lontana anni luce dalle raffinatezze del passato; sarà comunque rivalutata e rimaneggiata in meglio nelle versioni live. La seguente "No reply at all", dai marcati accenti funky, nel suo genere è gradevole ma risulta fuori contesto in questo disco. Vagamente collegati ai trascorsi della band, ma con un sound attualizzato, appaiono "Me and Sarah Jane" (classica composizione Banksiana, non fra le più brillanti) e la drammatica e ecologica "Dodo", che si avvale anche delle liriche più convincenti. La musica rimanente è difficilmente salvabile: "Man on the corner" è almeno orecchiabile, "Like it or not" e "Another record" anonime e incolori. Il peggio è rappresentato dalle ossessive e monotone "Keep it dark" e "Who dunnit?", forse le meno riuscite composizioni in assoluto della formazione a tre. Ascoltando "Abacab" emerge comunque continuamente una feroce volontà di cambiare, di stupire, anche a costo di shockare l'ascoltatore con sonorità in passato improponibili. Stupiscono anche i testi, volutamente distaccati e astratti, edulcorati dalle romanticherie del passato. Proprio questa sfrontata presa di posizione impedisce di stroncare questo album, che rappresenta, nel bene e nel male, una tappa fondamentale nella storia dei Genesis.
Il disco si apre con questo potente pezzo sospeso fra un’anima rock, una faccia quasi dance e una coda lunghissima strumentale.
Un disco che nel suo lato sperimentale e di rottura risulta incompleto, lo si incomincia a sopportare dopo molti ascolti, ma nulla di più.
Phil Collins, dopo il successo da solista, aveva ucciso i Genesis fagocitandoli nel suo sound sguaiato e martellante.
'Abacab' è stato semplicemente il crollo di un mito. I Genesis non esistevano più.
Phil Collins è l'anima ritmica e unica ragione per cui i Genesis negli anni '70 girarono a meraviglia.
"Who Dunnit?" è una provocazione: una canzone terribile o una richiesta di aiuto per la svolta pop del gruppo?
Debole, fiacco, inutile, senz'anima! Abacab!
Abacab è un album che avrebbe fatto meglio a rimanere nel cassetto, un lavoro perlopiù mediocre, una pugnalata alla musica.