Hanni El Khatib è sicuramente uno dei nomi più considerati per quello che riguarda la cosiddetta controcultura contemporanea USA.

Del resto è un nativo americano di prima generazione, figlio di un palestinese e di una filippina e nato e cresciuto nella città di Los Angeles, California e conseguentemente influenzato da tutta quel mondo che una volta costituiva la controcultura hippie degli anni sessanta che pure attualizzato ai giorni d'oggi, vede comunque permanere determinati cliché che a questo punto sono senza tempo: il surf, la musica pop psichedelica degli anni sessanta. Chiaramente l'impegno politico e sociale.

Troppo facile per il Guardian, dati i presupposti, descriverlo all'inizio della sua carriera come una specie di Joe Strummer arrabbiato nato negli Stati Uniti d'America da genitori immigrati. Una definizione è sicuramente calzante in riferimento ai contenuti musicali in qualche maniera 'vintage' e ispirati tra gli altri sicuramente dalla cultura punk infetta di dub, reggae e world-music tipica dei Clash e di Joe Strummer; oltre che a quello che è l'impegno politico e sociale già richiamato che Hanni El Khatib mette nei contenuti delle proprie canzoni. Ma una definizione che è anche essa allo stesso tempo un cliché: una qualche forzatura e allo stesso tempo una specie di 'maschera' e della quale El Khatib - ammesso voglia - non si libererà facilmente.

Mi vengono in questo senso in mente altri due esempi e che sono apparentemente tanto lontani sia musicalmente che culturalmente da Hanni El Khatib, ma che probabilmente possono rendere l'idea del concetto che voglio esprimere. Uno di questi è Nick Waterhouse, il ragazzo bianco di Santa Ana, California e cresciuto a Huntington Beach che suona canzoni nuove di vecchio rhythm & blues, jazz e soul music; Father John Misty che nella proposizione di una culto della persona quasi 'iconoclasta' (dato il ruolo rilevante e centrale anche del suo aspetto estetico) è praticamente una parodia di John Lennon e della musica pop psichedelica degli anni sessanta-settanta.

Sono chiaramente scelte artistiche e come tali indiscutibili, ma forse in qualche modo sono più che quelle che qualcuno potrebbe definire scelte di comodo (in senso diciamo commerciale), la proposizione di quelli che sono alcuni stereotipi che anche considerando il soggetto degli artisti in questione, sono evidentemente profondamente radicati in certi ambienti culturali degli Stati Uniti e dell'intero mondo occidentale.

A parte questo dopo un inizio nel quale Hanni El Khatib aveva proposto una specie di rock-blues con dei riferimenti alla cultura mediterranea, facendo venire a qualcuno persino in mente l'idea di accostarlo ai Tinariwen, il suo percorso musicale successivo (anche come produttore) è stato invece improntato a quello di compattare oppure appiattire - come preferite - la sua produzione a un determinato standard musicale 'vintage' e allo stesso tempo chiaramente indie. Nella accezione di estetica contemporanea. Hype.

Il suo ultimo disco, 'Savage Times' (Innovatire Leisure), è chiaramente per quello che riguarda la maggioranza dei suoi contenuti incentrato sullo scenario politico americano attuale. Le canzoni sono state effettivamente scritte nel 2016 e prima dell'elezioni di Donald Trump, ma lo stesso Hanni El Khatib, quando in diverse interviste hanno richiamato come i contenuti delle canzoni del disco fossero in qualche modo profetici, non ha potuto negare come la questione centrale del programma di Trump, quella di costruire il famoso muro ai confini con il Messico per fermare i flussi migratori e in generale il suo atteggiamento autoritario nei confronti della questione, lo avesse per forza di cose coinvolto.

D'altro canto artisticamente il disco in sé è in qualche maniera un prodotto sicuramente discutibile.

Intanto non è esattamente un disco, ma una selezione di 19 canzoni che Hanni El Khatib ha scelto di pubblicare dopo avere raccolto varie registrazioni. Una idea che in sé non è necessariamente malvagia ma che come tale comporta un certo scollamento nei contenuti e che risulta fin troppo evidente all'ascoltatore; secondariamente la qualità complessiva del prodotto è oggettivamente mediocre e considerando la mancanza di punti di riferimento, la sensazione è di trovarsi davanti a quello che sarebbe o almeno dovrebbe essere un flop totale.

Nel disco vediamo alternarsi tutte quelle che possono essere i modelli musicali di riferimento di El Khatib: il garage post-punk di 'Baby's Ok', 'Mangos & Rice', 'Mondo & His Makeup', 'Savage Times', 'Till Your Rose Come Home'; una specie di rock-blues di ispirazione anni settanta tipo Jimi Hendrix oppure Led Zeppelin ('I Am Rock', 'Black Constellation'); soprattutto influenze Garland Jeffreys ('So Dusty', 'Miracle') e in ogni caso canzoni infette da influenze reggae o dub ('This I Know', 'Peep Show', 'Gun Clap Hero', 'Hold Me Back') fino a pezzi più sputtanati e tipicamente indie e easy-listening come 'Gonna Die Alone', 'Freak Freely'.

Alla fine comunque non saprei dire se il disco è brutto o comunque non mi piace perché dentro c'è troppa roba o perché c'è troppa poca roba buona. È chiaramente in ogni caso un disco che nonostante le velleità forzatamente vintage di proporsi come una specie di 'London Calling' o 'Sandinista!' in pillole, è in ogni caso figlio del suo tempo. La sensazione è che come buona parte di quella che alla fine è la cultura pop, anche questo disco è come tale rappresentativo e significativo solo in un determinato momento e spazio temporale che in questo caso Hanni El Khatib ha voluto definire come 'selvaggio'. Ma pure questa definizione, in fondo, può andare bene oggi come ieri e più che fare pensare allo spirito selvaggio della musica di Jim Morrison e i Doors o alla natura animale di Mick Jagger, Keith Richards, i Rolling Stones, Iggy e gli Stooges, le paranoie di Ian Curtis oppure di Johnny Rotten, sembra invece una espressione tipica dell'uomo della strada.

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